Moby, le perdite arrivano a 40 milioni di euro

Un trimestre nero per il gruppo guidato da Vincenzo Onorato

Redazione Web
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Un trimestre da incorniciare, per il gruppo Moby, ma con la lista nera. Il gruppo armatoriale che fa capo a Vincenzo Onorato ha pubblicato ieri i dati finanziari del periodo gennaio-marzo rivelando che, a fronte di un fatturato di 89,2 milioni di euro – di per sé in calo del 5,7 per cento sullo stesso periodo del 2017 – ha perso la bellezza di 40,7 milioni, ben 12 in più di quelli persi nello stesso periodo dello scorso anno. La stagionalità del business – prima spiegazione presentata nel report dell’azienda - non basta quindi a spiegare il netto deterioramento del risultato.

Doveroso ricordare che su base annua il gruppo incassa (tra Tirrenia e Toremar) 100 milioni  di contributi pubblici, quindi 25 a trimestre, legati prevalentemente agli accordi per l’acquisizione della Tirrenia; al netto di questi contributi, i ricavi – quelli che provengono dal mercato vero e proprio e non dall’assistenza pubblica prestata ad alcuni dei servizi resi dalla flotta – scendono virtualmente a 64 milioni. Perdere 40,7 milioni su 64 di ricavi di mercato non è precisamente un successo.

Analizzando le dinamiche che hanno portato a questi risultati, il gruppo sottolinea il calo dell’attività dei traghetti, a sua volta determinato soprattutto, dicono, dal calo del trasporto cargo. Ma su come ribaltare questo trend, il report presenta idee chiare. Un po’ come quei film degli anni Cinquanta dove il protagonista, uscendo dal Casinò, esclama: “Il gioco mi ha distrutto, il gioco mi rifarà!”, le strategie puntano sui traghetti: più traghetti e più rotte, per la Corsica (da Marsiglia, Genova e Livorno), nel Baltico e da Napoli a a Catania e a Malta.

Simulando ad oggi l’impatto di queste tre nuove diversificazioni di attività, il management dell’azienda “stima” che l’ebitda su base annua da marzo 2018 a marzo 2019 risulti ancora in perdita ma “solo” di 22 milioni, e raggiunga il break-even nell’esercizio 2019. Auguri: sarebbe un bel salto.

Difficilmente farà da trampolino ad un simile ambizioso balzo un’operazione appena decisa dal gruppo, non simpatizzante verso la Sardegna e i sardi, perché la Tirrenia ha deciso di trasferire la propria sede legale, storicamente a Cagliari, dall’isola a Milano, il che sottrae alla Regione un bel po’ di entrate fiscali, secondo fonti di stampa sarda la bellezza di 30 milioni di euro, dichiarate quattro anni “fa all'atto della sottoscrizione di un inutile quanto ridicolo accordo con la Regione”, scrive Sassari Notizie. Che aggiunge: “Le tanto sbandierate ricadute fiscali si sono rivelate una buffonata messa in atto soltanto per coprire i tagli dei servizi alla Sardegna. In quell'occasione furono tagliati servizi da e per la Sardegna per un ammontare di 27 milioni di euro, cancellando le rotte quotidiane da Cagliari per Civitavecchia e viceversa, senza alcun giustificazione”.

Tornando ai freddi numeri, il gruppo non fa previsioni sull’andamento del costo del carburante – voce essenziale dei costi d’esercizio, perché – spiega - ne considera comunque coperti in Tirrenia gli eventuali incrementi (considerati sul mercato molto probabili) grazie al diritto di spesarli con aumenti tariffari corrispondento, diritto definito dall’accordo di servizio in essere; mentre afferma di aver coperto l’87% del rischio di incremento del prezzo del carburante per Moby.

Tinte fosche – non potrebbe essere diversamente – sul fronte del cash-flow. Dalla cassa sono defluiti in totale a fine periodo ben 141,2 milioni di euro, contro i 47 dello stesso periodo dello scorso anno, dovuti anche al fatto che i contributi pubblici del primo trimestre non sono stati pagati e lo saranno – scrive il report – nel secondo…

La posizione finanziaria riflette il mare tempestoso nel quale naviga il gruppo, ed è ovvio che sia così. L’indebitamento finanziario netto al 31 marzo è di 596,7 milioni di euro, di cui 407 vengono definiti come garantiti. Insomma, più debiti che fatturato, compreso il fatturato rappresentato dai contributi pubblici. Il report informa che un “broker indipendente”, non precisato, ha stimato il valore della flotta in 1 miliardo di euro. Sta di fatto che nel solo primo trimestre dell’anno, le svalutazioni contabili operate sulla flotta sono state di 13 milioni, perché l’età media delle navi è di circa 40 anni. In materia di debiti, va ricordato ancora il declassamento appena inflitto da Moody’s al bond da 300 milioni con scadenza 2023 emesso da Moby, che ne costituisce parte importante dell’indebitamento ed è quotato alla Borsa del Lussemburgo (nel Granducato il gruppo ha due finanziarie della filiera di controllo, in deroga allo spirito patriottico che ne ispira la martellante comunicazione). Per Moody’s quel bond, che era classificato B1, è sceso a B3. E nonostante il rendimento del 7,75%, il prezzo del bond veleggia sotto l’80% del valore di emissione.

Preziosa la slide 8 del report, nella quale il gruppo informa gli investitori che è ancora in attesa di conoscere gli sviluppi della procedura europea per sospetti “aiuti di Stato” prestati dall’Italia a Onorato in occasione della privatizzazione della Tirrenia. Moby deve allo Stato 180 milioni di euro ma non ha pagato la prima rata prevista per l’aprile 2016 perché attende l’esito della procedura: cioè, se l’Europa definisse illeciti gli aiuti pattuiti all’epoca della privatizzazione, lo Stato italiano non potrebbe più erogarli, ed anzi Moby dovrebbe restituire in teoria quelli già incassati. Quindi, per cautelarsi, nel frattempo gli aiuti li incassa ma i debiti non li paga, con una scelta lecita, visto che lo Stato la consente, ma un po’ distonica dal patriottismo di gruppo.

Quanto all’ultimo, potenziale debituccio del gruppo, quei 29 milioni di multa comminati dall’Antitrust per concorrenza sleale, il gruppo informa che attende per luglio 2018 la sentenza dell’Appello interposto al Tar e si porta avanti sottolineando che un eventuale ricorso di secondo grado contro un’eventuale bocciatura dell’appello potrebbe essere definito a fine 2019. Come dire: per ora, quei 29 milioni non sono a rischio, se ne parla eventualmente tra un anno e mezzo.

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