Il rogo dell'autobus è il fallimento del modello Roma

Marco Scotti
Il rogo dell'autobus è il fallimento del modello Roma

Il sistema di trasporto della Capitale è indietro anni luce rispetto a quello di grandi metropoli mondiali

Il rogo del bus Atac non rappresenta soltanto un pericolo per l’incolumità dei passeggeri e dell’autista – oltre che dei malcapitati negozianti e passanti – ma soprattutto certifica in modo incontrovertibile il fallimento del modello romano dei trasporti. Chiariamolo prima ancora di iniziare: questo non è un articolo contro Virginia Raggi che non potrà certo concorrere per la palma di miglior sindaco di tutti i tempi ma che non può neanche essere additata come unica responsabile di una catastrofe annunciata. Sì, perché le fiamme che hanno avvolto il bus in Via del Tritone sono la fotografia più emblematica del solco profondo che si è scavato tra Roma – è bene ricordarlo, parliamo della capitale dell’ottava economia mondiale – e le altre grandi capitali. Proviamo però a capire perché.

Singapore è da anni ai primi posti nelle classifiche sul miglior trasporto pubblico, grazie a 106 fermate della metropolitana che coprono in maniera rapida e capillare i 641 km quadrati di estensione grazie a una lunghezza complessiva di 148,9 km. Calcolatrice alla mano significa che mediamente si incontra una fermata ogni 1,4 km. Roma, dal canto suo, ha solo 73 fermate per una linea lunga 59,4 km, per raggiungere una città che è più del doppio di Singapore. Già questo fa capire chiaramente come l’investimento in trasporto pubblico sia ancora deficitario. Non basta: come ha candidamente ammesso l’assessore Linda Meleo sul Blog delle Stelle, il bus che è andato a fuoco era vecchio di 15 anni. Ma la giunta pentastellata ha già stanziato 170 milioni per l’acquisto di nuovi bus. Parli di soldi e subito viene in mente che Atac ha un debito i 1,3 miliardi di euro, che è l’azienda partecipata con più dipendenti (circa 11.000) e che di questi, ogni giorno, 1.500 restano a casa per diversi motivi.

Ancora: a Roma c’è un’altissima evasione dei biglietti, anche a fronte di scarsi controlli che di certo non incentivano la legalità. Si dirà: basta mettere più tornelli e il gioco è fatto. Mica vero, perché a Francoforte, che si classifica al secondo posto nella classifica stilata dalla società di consulenza Mercer, non esistono barriere di accesso. Quindi c’è anche un problema culturale, un cane che si morde la coda: i romani non pagano i biglietti perché dicono che il trasporto pubblico fa pena, ma questo continua a peggiorare proprio perché c’è un’altissima evasione. Non se ne esce.

Non basta: la metropolitana C, di cui recentemente è stata annunciata l’inaugurazione di una nuova tratta, è stata proposta per la prima volta nel 1989. A distanza di trent’anni i lavori non sono ancora conclusi. Se si prende ad esempio Milano – che non figura nelle prime venti posizioni dei migliori trasporti pubblici – sono stati necessari due anni per realizzare le 19 fermate della linea 5. Quindi anche dal punto di vista della tempistica il “modello Roma” non regge. Si dirà: bella forza, ogni volta che si scava anche solo per qualche metro si trovano anfore, città, mausolei e si è costretti a fermare tutto. Certamente, si risponde: ma allora perché non rinnovare la flotta dei bus, perché non puntare sulla mobilità elettrica, perché non ripianare le buche consentendo di avere un trasporto pubblico degno di questo nome. Insomma, perché consegnare al mondo intero un così drammatico segnale del fallimento di un modello intero, quello della città più bella del mondo incapace di permettere a cittadini e turisti di spostarsi con agio tra i suoi monumenti.

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