L'ammenda tardiva di Tim Cook: non volevamo che finisse così

L'AD di Apple si dice dispiaciuto nel vedere le persone incollate agli smartphone. Ma è correo

Marco Scotti
L'ammenda tardiva di Tim Cook: non volevamo che finisse così

La "mela morsicata" fattura il 70% dei suoi proventi totali proprio dalla vendita degli smartphone. Difficile credere all'ennesimo pentimento tardivo

Tim Cook, plenipotenziario amministratore delegato (o CEO, se vi piacciono gli anglicismi a casaccio) annuncia che vedere tutte quelle persone con gli occhi fissi sullo smartphone "non era quello che volevamo". E giù tutti a dire: com'è buono Tim Cook, com'è bravo Tim Cook, com'è comprensivo Tim Cook. Vale la pena però, sommessamente, far notare un paio di cose: primo, che la frase dell'AD è un capolavoro di ipocrisia. E' un po' come se Monsieur de Guillotin si fosse rammaricato della quantità di teste che vedeva rotolare. No, caro Tim, non c'è spazio per le furbate: Apple genera il 70% dei suoi ricavi trimestrali (parliamo di oltre 88 miliardi di dollari) dalla vendita di 52,2 milioni di iPhone. Il "melafonino", da solo, ottiene il 51% dei ricavi dell'intero mercato degli smartphone, lasciando a tutti gli altri competitor meno di metà della fetta. Non basta ancora: dall'introduzione del primo iPhone sul mercato, nel giugno di undici anni fa, la capitalizzazione di Apple è passata da 105,13 miliardi fino agli attuali 906,5. Nello stesso lasso di tempo Microsoft è passata da circa 300 agli attuali 761 miliardi di dollari. Bravi, bravissimi, per carità. Però è chiaro che l'introduzione massiccia dello smartphone e la sua ormai pressoché "insostituibilità" - nel senso che assomma la quasi totalità delle funzioni della nostra vita quotidiana, tanto da rendere le telefonate forse la possibilità più marginale tra tutte quelle disponibili - hanno rappresentato un affare colossale per l'azienda della mela morsicata.

Inoltre, il lamento  di Tim Cook segue una moda che ha ormai contagiato l'intera Silicon Valley: quella di dire "non erano queste le nostre intenzioni". Ettore Majorana, accortosi di aver gettato le basi per la realizzazione della bomba atomica, fece perdere le sue tracce. Ma non ci risulta che Mark Zuckerberg, che pure ha dovuto fare pubblica ammenda per le falle palesi del suo social network, abbia abbandonato la Bay Area per nascondersi in qualche terra sperduta. Per carità, la bomba atomica e Facebook hanno un potenziale distruttivo ben diverso. Ma la mitologia del nerd che sconfigge le sue insicurezze per donare al mondo un futuro migliore deve necessariamente essere soppiantata dall'immagine, più veritiera, di persone che per profitto e per calcolo mettono in piedi piattaforme pervasive, senza sottilizzare nel chiedersi se siano innocue o se non stiano anche diventando, per come sono gestite, sostanzialmente una droga per la società.

Come il "soma" di Aldous Huxley, anche se con modalità differenti, iPhone e Facebook sono diventati moderni dopanti che hanno cambiato la nostra percezione della realtà. Fino a pochi anni fa, chi avrebbe immaginato di misurare in "like" la propria popolarità? Chi mai avrebbe pensato di dover condividere compulsivamente momenti pubblici e privati della propria vita? E chi mai avrebbe creduto che avremmo speso con piacere i 1.000 euro (a volte anche di più) per portarci a casa un computer meno potente, più piccolo e meno definito dei tradizionali laptop ma che sarebbe diventato uno strumento imprescindibile delle nostre vite? Cari Mark e Tim, non c'è nulla di male nel fare soldi e diventare rapidamente tra gli uomini più ricchi (Zuck) e influenti (entrambi) del mondo. Ma per favore, la favoletta della deriva "a vostra insaputa" è un copyright italiano, e almeno questo lasciatelo agli autori.

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