Telecom, la storia vera delle dimissioni virtuali di Genish

Redazione Web
AMOS GENISH AD TELECOM ITALIA

Le dimissioni le aveva non solo minacciate ma addirittura rassegnate; poi Amos Genish – lo stimato “ma” indipendente amministratore delegato di Telecom Italia, convocato a Parigi al “soglio” del vertice di Vivendi – si è fatto convincere a congelarle: ma solo per ragion di Stato, però, e pregustando comunque un sollecito viaggio di ritorno alla volta del Brasile, da dove veniva e dove Monsieur Bollorè lo scoprì in una delle sue crociere d’investimento telefonico oltreoceano.

Ma che succede al vertice dell’ex Sip, controllata oggi - con una maggioranza risicatissima rispetto alle quote possedute insieme dai grandi fondi internazionali – dal colosso dei media francesi che fa capo appunto al finanziere bretone Vincent Bollorè?

Succede che c’è maretta: anzi, tempesta. Strategica e quindi di governance.

La goccia che aveva fatto traboccare il vaso di Amos era stata la nomina di Michel Sibony, un manager di fiducia di Bollorè, a capo degli acquisti di Telecom; un manager che non più tardi del 21 dicembre scorso, era stato nominato nello stesso ruolo proprio in Vivendi. Una confluenza di responsabilità dal punto di vista del bretone comprensibile, ma un po’ inusuale e certo interessante, dal punto di vista giuridico, come caso di scuola per dibattere a lungo sull’esistenza o meno di un conflitto d’interessi…

Ma era stata solo una scaramuccia in più. Il dato di fondo è e rimane un altro. Che fare – si chiede oggi l’azionista di riferimento di Telecom – con le non facili eppure palesi possibilità di sinergia con la rete in fibra ottica e banda ultralarga, in modalità “ftth”, in via di realizzazione a cura di Open Fiber, azienda pubblica al 100%? Contrastarla, partendo da una rete straordinariamente capillare ma in alcune tratte non all’altezza dei tempi, e comunque basata sulla configurazione “Fttc”? Oppure confluire?

La differenza non sta in due consonanti – Ftth contro Fttc - ma nella sostanza. Portare la fibra direttamente dentro i palazzi – appartamenti o uffici cambia poco – dei clienti, significa scodellargli al terminale una capacità di banda praticamente illimitata; fermarsi con la fibra negli armadietti di palazzo o di quartiere per poi proseguire da lì alle case e agli uffici con il cavo coassiale in rame, significa invece essere un pochettino meno performanti. Inoltre, questa ripresa della corsa agli investimenti infrastrutturali nelle reti di telecomunicazioni di nuova generazione promossa – onore a questo merito, almeno – dal governo Renzi, segna implicitamente l’avvio di un deprezzamento delle reti precedenti, in cui comunque il rame aveva ed ha un ruolo più incisivo.

Dunque la storica avversione manifestata – unico punto di contatto! – da Marco Tronchetti Provera prima e da Franco Bernabè poi contro l’idea di scorporare la rete Telecom per metterla in comune con le altre presenti nel territorio e magari condividerne il controllo, anzichè tenerselo stretto e in esclusiva, ha perso un argomento forte, appunto quell’esclusività ed eccezionalità qualitativa che un tempo la rete Telecom aveva, senza alcun dubbio, ed oggi è meno sacrilego mettere in dubbio…

Bollorè, azionista di controllo di Telecom Italia, che al business delle telecomunicazioni in sé e per sé è interessato relativamente e vuole solo lecitamente massimizzare il suo ritorno sull’investimento, è più che aperto all’ipotesi di scorporare e condividere la rete in qualche modo creativo: è attratto dall’idea di valorizzarla prima che sia troppo tardi per farlo con vantaggio, utilizzandone il valore oggi ancora implicito per riequilibrare i parametri finanziari del gruppo, ancora troppo indebitato. Invece Genish da quest’orecchio non ci sente.

Già: però che senso ha litigare sul sesso degli angeli, ovvero sull’ipotesi che davvero il governo italiano sia disposto a mettere in gioco Open Fiber, un gioiellino lanciato assai bene sul mercato dalla mano esperta dell’amministratore delegato-fondatore Tommaso Pompei e dalle strategie da lui condivise con il capo dell’Enel Francesco Starace? Si sa che il governo uscente, quello guidato da Paolo Gentiloni, era favorevole al progetto, e ciò aveva reso possibili ampie verifiche preliminari tra le parti. Ma come la penserà il governo che uscirà dalle urne del 4 marzo, se ne uscirà uno?

E allora, tutti in panchina per un giro, attenti all’ordinaria amministrazione, in saggia attesa del 5 marzo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400

Economy Mag