SUstainability & circular economy

Il seme cresce in fretta con l’acceleratore

Dalla fase di “seed” delle start-up al matching con le grandi imprese: approdata in Italia lo scorso anno, Plug and Play ha clienti attenti alla sostenibilità, anche economica, come Esselunga, TetraPak, Lavazza

Marco Scotti
Il seme cresce in fretta con l’acceleratore

Premessa: molti ricorderanno le lunghissime file che caratterizzavano i supermercati durante le settimane del lockdown. Poi è stata lanciata un’app, UFirst, che permetteva di prenotare il proprio posto in coda evitando di rimanere per ore davanti ai tornelli del punto vendita. Come direbbe Carlo Lucarelli, prendiamo questa storia e teniamola da parte, perché ci tornerà utile nelle righe successive. 

Per gli appassionati di videogame o, più banalmente, per gli “smanettoni”, un dispositivo plug and play è un device in grado di funzionare correttamente una volta collegato, senza bisogno di ulteriori passaggi di installazione, senza software aggiuntivo. È un prodotto pratico, veloce e facile da impiegare. E quindi quale nome più azzeccato per una società che si pone un duplice obiettivo: mettere in contatto le start-up più promettenti con aziende già affermate e realizzare operazioni di venture capital nel cosiddetto “early stage”, ovvero nelle fasi iniziali della vita di una neonata impresa. E dunque Plug and Play, rigorosamente con le maiuscole al loro posto, è nata alla fine degli anni ’90 a Palo Alto da un’idea di Saeed Amidi, un imprenditore seriale e un dirigente con oltre 28 anni di esperienza nella fondazione, gestione e crescita di aziende di successo. Ha avviato e sviluppato attività sia a livello nazionale che internazionale in paesi come Spagna, Germania, Francia e Austria. Inizialmente Plug and Play aveva un’altra vocazione: gestiva edifici in quella lingua di terra californiana che oggi tutti conoscono come Silicon Valley. Ebbene, uno di questi edifici, prontamente ribattezzato Lucky Building, si è ritrovato a ospitare futuri colossi come Google, PayPal e Logitech. Proprio PayPal, ad esempio, è l’emblema di come in questi affari serva sicuramente fortuna, ma anche parecchio fiuto. Inizialmente Amidi non era del tutto convinto di ospitarla nel suo edificio, era una start-up giovane e ancora all’inizio, temeva di poterci rimettere dei soldi. Poi però l’analisi delle peculiarità di questo soggetto ambizioso l’ha convinto: affitto gratis in cambio di equity. Decisamente un buon affare.

E' economicamente più sostenibile rilevare startup già avviate piuttosto che sviluppare progetti internamente all’azienda

La vera Plug and Play, con l’imprinting che conosciamo oggi, nasce nel 2006, quando dalla gestione degli spazi lavorativi si passa al rapporto sempre più stretto con start-up, aziende affermate e università. Il quartier generale si sposta a Sunnyvale, in un building di oltre 6.000 metri quadri che favorisce gli scambi. Dal 2012-2013 il modello di business si afferma definitivamente e continua a crescere. Il rapporto diventa quello di scouting: le grandi imprese chiamano Plug and Play perché le aiuti a trovare realtà giovani e dinamiche che abbiano buone idee verticali per progetti da sviluppare. È la nuova frontiera dell’economia, d’altronde. I colossi, soprattutto quelli tecnologici, hanno maggiore convenienza a trovare start-up che abbiano progetti innovativi ed eventualmente acquistare una quota o l’intero pacchetto azionario piuttosto che sviluppare questi stessi progetti internamente. Google ha rilevato YouTube, Facebook ha comprato WhatsApp e Instagram, Apple ha inglobato Beats e via dicendo. La start-up che viene “notata” da Plug and Play non deve fare nulla, non ha costi, non deve corrispondere all’azienda californiana alcun tipo di fee. A pagare è l’impresa già affermata che necessita dei servizi della nuova realtà. Questo permette di attrarre i migliori imprenditori. 

Contestualmente, la società fondata da Saeed Amidi prosegue nell’altra attività collaterale, quella di venture capital, con piccole somme (al massimo 100.000 dollari) che vengono puntati su realtà particolarmente accattivanti seppur in una fase ancora embrionale. Sono state completate 250 operazioni e solo scorso anno nel portafoglio di Plug and Play ci sono stati quattro nuovi “unicorni”: N26, Honey, Hippo e Rappi. Complessivamente ogni anno vengono messi sul piatto circa 30 milioni, creando piattaforme innovative e collegando aziende e start-up. Del primo gruppo fanno parte circa 400 soggetti, che fanno sostanzialmente parte di ogni tipo di verticale. Attualmente, oltre agli Usa, l’azienda è molto presente anche in Asia, in particolare a Singapore, in Cina e in Giappone. E l’Italia?

Plug and Play è nata negli Usa e oggi è presente in Cina e Giappone. In Italia è approdata ad aprile 2019 con un portafoglio di 4 aziende

«Nel nostro Paese avevamo provato a entrare già 4-5 anni fa. Ma era ancora troppo presto. Poi, ad aprile del 2019 siamo riusciti a partire e ora eccoci qua». Andrea Zorzetto è il managing partner della filiale italiana di Plug and Play. Ha 26 anni ma un curriculum internazionale “lungo così”. Studi a Londra, esperienze a Berlino, Parigi e Hong Kong, senza dimenticare – naturalmente – gli Usa. Raccontare il cursus honorum di Zorzetto non è soltanto per appuntargli una medaglia in petto, ma perché è parte integrante di questa storia. Dopo aver terminato gli studi a Londra, è stato assunto dal ministero del Tesoro britannico. Lavoro a tempo determinato, quello che farebbe felice qualsiasi mamma. Però altre sono le ambizioni: e quindi master a Parigi in public policy e nuove tecnologie. Un’opportunità che gli consente di entrare nella community dei giovani del World Economic Forum, con – ovviamente – annessa chat di WhatsApp dove vengono pubblicate ciclicamente proposte di lavoro. «Avrei dovuto completare il secondo anno a Berlino – ci racconta Zorzetto – ma ho scoperto che Plug and Play stava cercando e mi sono candidato. Il loro interesse era per l’apertura di una sede in Italia. Dopo aver quindi passato l’estate in California, ci siamo trovati su un punto: Plug and Play poteva e doveva essere lanciato in Italia, ma mia era la responsabilità di fare i tentativi per trovare clienti e manifestazioni d’interesse. Altrimenti ci saremmo serenamente salutati».

I tentativi vanno avanti per circa cinque o sei mesi, finché nell’aprile del 2019, un anno dopo il primo contatto, è partita l’avventura di Plug and Play anche nel nostro Paese, con un portafoglio composto da quattro grandi aziende: Esselunga, Lavazza, Tetrapak e Unicredit. Non sono nomi casuali: sono tutte realtà che già da tempo stavano analizzando con attenzione il mondo delle start-up alla ricerca di soluzioni innovative e verticali. 


Il metodo

«Il primo passo – ci spiega Zorzetto – è quello di partire dalle aree di interesse per il cliente (sostenibilità, tracciamento o qualsiasi altra esigenza). Abbiamo un amplissimo database di start-up, che aggiorniamo con cadenza quotidiana, che è comune a tutte le sedi di Plug and Play nel mondo e a cui tutti possiamo guardare per proporre alle aziende la migliore soluzione realizzata dal migliore interprete. Nell’80% dei casi le imprese innovative che convogliamo sui progetti italiani provengono dall’estero. Il nostro è quindi un ruolo di coordinamento, quasi da project manager, non siamo dei consulenti tecnici». Ai quattro clienti iniziali si sono poi aggiunti Nexi, Ubi Banca, A2A, Buzzi Unicem e Poste Italiane, e altri sono già in rampa di lancio. 

Di realtà che mettono in contatto aziende e start-up ce ne sono parecchie anche in Italia, e dunque perché si dovrebbe scegliere proprio Plug and Play? «Prima di tutto – chiosa Zorzetto – per il nostro network reputazionale, che significa avere una piattaforma che traccia 30mila startup, vuol dire poter contare su 30 uffici nel mondo che permettono di effettuare segnalazioni globali. Significa, soprattutto, avere 100 persone deputate esclusivamente a controllare i possibili “match”. Certo che ci sono dei competitor, ma al momento siamo sicuramente i più grandi. Abbiamo la capacità di convincere start-up straniere a venire qui da noi, tant’è che ne abbiamo presentate oltre 200 alle aziende clienti. A dicembre del 2018 è stata lanciata la nostra piattaforma digitale Playbook, un soggetto globale in grado di registrare oltre 30.000 start-up, con un incremento annuo di circa 5.000 soggetti che si dipanano in 16 settori verticali diversi. 

La piattaforma di Plug and Play traccia 30mila startup nel mondo con 100 persone deputate esclusivamente al matching

Il team di Plug and Play in Italia si compone di otto persone, quasi tutte con un background economico e di business, con un’età compresa tra i 25 e i 30 anni. In Italia, come del resto d’Europa, l’azienda non ha subito in maniera eccessiva l’impatto del Covid19, ha comunque continuato a lavorare con la stessa platea di clienti. Tra aprile e giugno il carico di lavoro è addirittura aumentato perché ci si è definitivamente resi conto che il digitale poteva essere la chiave di volta necessaria per riuscire a superare il lockdown. Nonostante la giovane età e l’essere a buon diritto dei “nativi digitali” i componenti del team di Plug and Play hanno preferito tornare in un ufficio fisico il prima possibile per poter riprendere quelle dinamiche relazionali che sono alla base del lavoro che svolgono. E per il futuro gli obiettivi sono già piuttosto chiari. «In primo luogo vogliamo crescere in due direzioni – conclude Zorzetto -: la prima è potenziando i verticali già esistenti, la seconda andando alla ricerca di nuove opportunità anche al di fuori dell’orizzonte milanese, che pure rimane il principale ecosistema italiano. Al momento siamo molto forti su food, fintech e sostenibilità industriale, ma ci sono anche altri settori dove l’Italia esprime molte eccellenze. E poi ci piacerebbe iniziare ad investire in start-up nella fase seed, anche se al momento in Italia è un po’ più complesso trovare realtà paragonabili a quello americane. Ma ce ne sono e vogliamo andarle a scovare». 

I casi di successo

Tra le start-up che hanno avuto maggiore eco mediatica durante gli ultimi mesi ci sono Wonderflow, Adex, ma anche UFirst. Nata nel 2014, è grazie a Plug and Play che UFirst è entrata in contatto con Esselunga. 

L’incontro, seppur virtuale, è avvenuto nell’aprile di quest’anno, quando le code fuori dai negozi si facevano sempre più lunghe. Una prima soluzione è stata trovata nel giro di 10 giorni e poi è stata ulteriormente sviluppata a livello nazionale. 

La conseguente riduzione delle code ha portato due benefici: una maggiore sicurezza e, soprattutto, un’accresciuta soddisfazione del cliente.

Cambiando completamente settore, per quanto riguarda la sostenibilità Plug and Play ha messo in contatto la start-up Grey Parrott con la multiutility lombarda A2A. Il software dell’azienda innovativa è ancora in fase di test presso l’impianto di selezione e trattamento della plastica A2A a Milano, ma ha un obiettivo ambizioso: implementare la digitalizzazione e l’automazione dei processi del ciclo dei rifiuti, migliorando ulteriormente l’efficienza del processo di raccolta e separazione. Nel luglio scorso, inoltre, Greyparrot è stato il primo investimento (da un milione di euro) realizzato dal CVC di A2A.

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