Sustainability & circular economy

Anno 2020, fuga dal carbone

La pandemia non ha rallentato la corsa alle fonti rinnovabili: l’ultimo Renewable Energy Country Attractiveness Index vede l’Italia al 19esimo posto su 40 Paesi. Ma in Europa siamo i primi della classe

Marina Marinetti
Anno 2020, fuga dal carbone

Le classifiche non sempre dicono la verità. O meglio: raccontano una realtà che va filtrata con il buon senso. A guardare l’ultima edizione - quella di fine giugno - del Renewable Energy Country Attractiveness Index, che classifica 40 Paesi nel mondo in base all’attrattività di investimenti e opportunità di sviluppo nel settore delle energie rinnovabili, in cui l’Italia figura al 19mo posto, retrocessa di due posizioni rispetto a sei mesi fa, si potrebbe pensare che stiamo facendo il passo del gambero: uno avanti e due indietro. E invece no. Il fatto è che «L’arrivo del Covid-19 e la forte riduzione dei prezzi all’ingrosso ha temporaneamente rallentato lo sviluppo di nuove iniziative, in quanto ha portato instabilità nelle proiezioni del valore dell’energia nel medio periodo», spiega a Economy Giacomo Chiavari, Italy Energy Leader di EY. «Questa implicazione dell’emergenza è stata particolarmente sentita in Italia, dove il prezzo dell’energia elettrica si è praticamente dimezzato. Nell’auspicato scenario di un graduale ritorno alla stabilità di consumi e prezzi, il settore dovrebbe riprendere il suo trend di crescita». 

In Italia i consumi energetici derivano da fonti rinnovabili per più del 18%, al di sopra del target fissato da Bruxelles

E infatti - ecco perché le classifiche vanno spiegate - in realtà ha poco senso mettere l’Italia a confronto con colossi come Cina e Stati Uniti, ma molto di più ne ha controllare com’è messa in patria, ovvero in Europa. Ebbene, stando all’ultimo rapporto del Gestore dei servizi energetici (Gse), nel 2019, per il sesto anno consecutivo, l’Italia ha superato il target (assegnatoci dalla Direttiva 2009/28/CE per il 2020) del 17% dei consumi energetici soddisfatti mediante le fonti rinnovabili. La stima, infatti, si aggira intorno al 18%. Già nel 2018 l’Italia era risultata essere l’unica tra i grandi Paesi UE (Germania, Francia, Spagna, Regno Unito) ad aver superato il target assegnato da Bruxelles, registrando peraltro il valore più alto in termini di quota coperta da fonti energetiche rinnovabili. Per gli amanti dei numeri: a fine 2019 risultano in esercizio oltre 1,2 GW di potenza aggiuntiva rispetto al 2018, di cui circa 750 MW fotovoltaici, la maggior parte dei quali (più di 400 MW) relativi a nuovi impianti di generazione distribuita in Scambio sul Posto e per il resto ascrivibili a interventi non incentivati. A ciò si aggiungono oltre 400 MW di impianti eolici, incentivati con i decreti del 23 giugno 2016 e 6 luglio 2012. In termini di energia, per il 2019 la stima - in attesa dei consuntivi - è di una produzione rinnovabile di circa 115 TWh. Merito non solo della coscienza ecologica, ma anche dei meccanismi di incentivazione degli impianti a fonti rinnovabili. Si tratta in particolare del decreto Fer1, in vigore da agosto 2019, che agevola la diffusione dei piccoli impianti fotovoltaici, eolici on-shore, idroelettrici e a gas di depurazione, e del decreto Fer2, rallentato nel suo iter dall’emergenza sanitaria, dedicato agli incentivi per ammodernare e costruire nuovi impianti a biogas, solare termodinamico e geotermoelettrici. Poi ci sono le tariffe incentivanti riconosciute per tutto l’arco di vita utile dell’impianto e in base alla sua potenza: il produttore sigla con il Gse un contratto “a due vie”, ossia vende in borsa la sua energia al prezzo zonale orario e paga o riceve dal Gse la differenza tra tariffa e prezzo speso. E ai prosumer, cioè i produttori-consumatori con impianti fotovoltaici fino a 100 kW su edifici, viene attribuito un premio di 10 euro a MWh sulla quota di produzione netta consumata in sito, a condizione che l’energia autoconsumata su base annua sia superiore al 40% della produzione netta dell’impianto. 

Cresce il fenomeno dei prosumer che producono l’energia che consumano e immettono in rete l’eccedenza

Nel 2019, la quota maggiore di incentivi è stata riconosciuta agli impianti ex Certificati Verdi (2,6 miliardi), tra cui spiccano i circa 7 GW di impianti eolici a cui sono stati corrisposti quasi metà degli incentivi, seguiti dalle bioenergie (quasi un miliardo). E i 2,4 miliardi di euro di incentivi nell’ambito delle tariffe omnicomprensive, il 70% è andato a impianti a biogas, seguiti da quelli idroelettrici ad acqua fluente (300 milioni). 

«Nonostante l’emergenza in corso, continua a proseguire la transizione energetica che sta trasformando l’intera industria», continua Chiavari. «I criteri Esg e la sostenibilità, ambientale e non solo, sono i driver fondamentali a supporto degli investimenti in energie rinnovabili. Il raggiungimento della grid parity nel recente passato ha dato una forte spinta agli investimenti, anche di grandi dimensioni, nel nostro Paese grazie al fatto che si è aperto un nuovo mercato di sbocco: accordi di ritiro dell’energia da privati o utility interessati all’approvvigionamento di energia verde».

Senza contare il capitolo Ecobonus: «Se da una parte gli impianti a energia rinnovabile di grande dimensione dimostrano di essere fonte di energia elettrica competitiva anche senza incentivi, vi è una seconda categoria tuttora supportata dagli interventi governativi, ossia l’energia solare prodotta da pannelli fotovoltaici sugli edifici», conclude Chiavari. «Questa soluzione beneficia dei recenti incentivi introdotti dell’Ecobonus e cavalca il trend di mercato della produzione decentralizzata, ovvero la produzione in piccola scala ottenuta vicino ai punti di consumo; a km zero, per fare un’analogia. Gli incentivi previsti nei decreti governativi daranno un nuovo, ulteriore impulso alla transizione energetica. Si va così a incentivare e a rendere attrattivo economicamente un qualcosa che sta diventando priorità nella coscienza sociale, a livello di imprese, famiglie e governi. La decarbonizzazione e la sostenibilità a più ampio spettro sono i driver del prossimo decennio: l’abbiamo visto a Davos, lo stiamo vedendo sulle scelte strategiche delle aziende e infine sui mercati finanziari. Il futuro è segnato: non si tornerà più indietro».

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