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L'azienda deve "ballare"
al ritmo del cambiamento

Competenze Stem, creatività e apprendimento permanente: sono queste le chiavi per sopravvivere alla "creative destruction". Ecco perché bisogna adattarsi a modelli culturali e aziendali più fluidi e agili

Paolo Boccardelli (Direttore Luiss Business School)
L'azienda deve "ballare"al ritmo del cambiamento

La nuova globalizzazione, gli equilibri geopolitici, la digitalizzazione e i cambiamenti climatici e demografici rappresentano i principali trend di trasformazione che producono effetti non solo sull’economia, ma anche sulle modalità di lavorare, sui modelli di formazione e sulla società nel suo complesso. Harvard Business Review stima che l’80% delle aziende che esistevano prima del 1980 è scomparso e probabilmente un altro 17% non esisterà più entro i prossimi anni; l’età media delle società dell’indice S&P 500 è passata da 33 anni nel 1964 a 24 anni e si prevede un’ulteriore diminuzione a soli 12 anni entro il 2027. In altre parole, poche aziende sono davvero immuni alle forze della schumpeteriana creative destruction. Per poter sopravvivere in un contesto in cui si rende necessario ragionare per “cicli di innovazione” e non più per anni, un’organizzazione deve quindi saper adattarsi al ritmo del cambiamento, evitando così il trauma del declino. 

Si è trasformato anche il mercato del lavoro, sempre più caratterizzato da sistemi di formazione concentrati su competenze Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics), nonché su creatività, pensiero critico e apprendimento permanente. Ulteriori cambiamenti del lavoro saranno gioco forza determinati dalle tecnologie: McKinsey si attende che il 49% delle attività lavorative a livello globale possa essere automatizzato entro il 2055. In particolare, in Italia l’automazione impatterà sul 60% delle mansioni aziendali e riguarderà circa 11 milioni di lavoratori: a oggi, però, solo il 22% dei lavoratori ritiene che il proprio leader abbia in mente una chiara strategia per l’organizzazione. 

Nell’attuale scenario, il ruolo della formazione risulta cruciale: se i paesi Ocse investono oggi l'11,3% della spesa pubblica in formazione, uno degli obiettivi dell’Unesco per lo sviluppo sostenibile è che tale percentuale salga al 15-20% entro il 2030. Gli stessi leader sono orientati verso modelli culturali aziendali e formativi molto più fluidi e agili, che li conducono ad adottare atteggiamenti proattivi verso i potenziali cambiamenti, in contrapposizione a quelli di tipo wait and see. 

Obiettivo dei nuovi manager dovrebbe essere quello di accelerare l’apprendimento, identificare i talenti, coinvolgerli in modo continuo e generare un impatto sulla società, tenendo conto delle esigenze degli stakeholder. Inoltre, incentivare gli investimenti digitali consente di promuovere e sfruttare al massimo le opportunità derivanti dallo sviluppo delle nuove tecnologie. Al fine di rafforzare la competitività e rendere efficiente il mercato del lavoro, è poi essenziale considerare i dati come una risorsa chiave per il conseguimento del vantaggio competitivo. In particolare, il Wef stima che in Europa il libero flusso di informazioni possa contribuire per lo 0.5-1% alla crescita dei paesi europei. Ancora più indispensabile è l’eternal learning, un apprendimento continuo dettato dalla necessità di adattare comportamenti e competenze al contesto di trasformazione. Il recente rapporto dell’Osservatorio 4.Manager evidenzia che lo scorso anno oltre la metà delle aziende in Italia ha investito in formazione, ma il 43% di queste non ha ancora attuato nei fatti strategie volte a rafforzare le competenze dei manager.

I trend evolutivi socio-economici, che stanno ridisegnando i tratti essenziali delle figure manageriali, spostano così il focus verso forme più sofisticate di acquisizione, ampliamento e diffusione della conoscenza, che rappresenta un innovativo e strategico fattore produttivo. 

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