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L'imprenditore?
Da organizzatore a stratega

La visione di Alberto Baban, già numero uno di Piccola Industria, che oggi presiede Venetwork, un network di imprenditori impegnato nell'acquisizione e sviluppo di realtà ad alto potenziale

Riccardo Venturi
L'imprenditore? Da organizzatore a stratega

Non più solo un organizzatore, ma uno stratega che sa indagare la direzione di un mercato in continua trasformazione: una capacità che è possibile acquisire a patto di non limitarsi alla propria specializzazione, ma al contrario contaminando le proprie conoscenze con quelle di settori e ambienti diversi. È l’evoluzione richiesta all’imprenditore per affrontare i marosi di un sistema economico sempre più caratterizzato dall’incertezza: parola di Alberto Baban (nella foto), presidente e fondatore di Venetwork Spa, un network di imprenditori impegnato nell’acquisizione e sviluppo di realtà imprenditoriali ad alto potenziale, già presidente Piccola Industria di Confindustria. 

«Non bisogna farsi distrarre dall’idea sbagliata che il cambiamento sia distruttivo, e si deve riuscire a interpretare realmente la fabbrica del futuro, che crescerà in un ambiente ecosistemico funzionante, cosa diversa dai distretti specializzati e verticali. Le dimensioni dell’azienda conteranno poco, abbiamo la fortuna di avete tante aziende che possono ambire a una forte crescita» dice Baban. 

Ci sono due macro-cambiamenti in atto: il primo è tecnologico, il secondo riguarda la relazione con il mercato e con i clienti

In presenza di una prospettiva delineata, anche per un’azienda cambiare è difficile eppure possibile. Ma quando c’è incertezza senza una prospettiva chiara, ovvero nella situazione attuale, come si fa?

Prima di tutto si deve definire cos’è il cambiamento. Ci sono due macro-cambiamenti in atto: il primo è quello tecnologico, con l’implementazione di macchinari di nuova generazione volta a migliorare la produttività, che porta a una trasformazione della dinamica di produzione sia nel B2b sia nel B2c. L’altro è quello della relazione con il mercato, e quindi con il cliente: si pensi all’evoluzione dell’e-commerce, per esempio sul modello di Amazon, che spinge a chiedersi come si costruisce il cambiamento in relazione alla propria posizione sul mercato, e qual è il nuovo modello di marketing. Questi 2 macro-cambiamenti spesso si sovrappongono, a volte con una diversa tempistica. 

Ci fa un esempio?

Nella moda l’evoluzione tecnologica della confezione del prodotto ha sicuramente avuto un avanzamento, ma non così incidente come è accaduto in altri settori, come la meccatronica nell’automotive. Ma la relazione con il cliente invece è incredibilmente cambiata, perché l’e-commerce ha completamente sconvolto la modalità tipica di costruzione del rapporto tra produttore e consumatore. Comprare, e quindi vendere, da un portale è del tutto diverso rispetto a farlo in un negozio. In alcuni settori, poi, entrambi i macro-cambiamenti sono brutali, come proprio nell’automotive. Alle trasformazioni della meccatronica infatti si aggiunge il cambiamento del modello di business dovuto alle nuove scelte del consumatore. Quel che si è imparato in cento anni, con la preminenza della prestazione motoristica, è stato messo in discussione dalla richiesta crescente di auto poco inquinanti, e dall’avvento del car sharing, che cambia il rapporto con il cliente. Siamo in un’epoca dove non conta il possesso ma l’utilizzo, questo per un’azienda produttrice cambia radicalmente il modello di business. 

Come agire dunque di fronte a un’esigenza di cambiamento così potente?

Le imprese italiane hanno sempre avuto un’ossessione per la qualità del prodotto. Abbiamo creato prodotti originali conosciuti in tutto il mondo, per questo c’è stata un’esaltazione dell’abilità della nostra manifattura. Ma oggi se ti focalizzi solo sul prodotto e costruisci qualcosa che il mercato non vuole o fuori dai tempi, sei spacciato. Il mestiere dell’imprenditore ha subito un cambiamento repentino. Oggi ci vuole molta competenza sul mercato, la capacità di indagarlo e quindi di essere previdenti rispetto ai suoi continui mutamenti. Anche perché l’accesso ai mercati cambia con una rapidità estrema. Si pensi ai dazi introdotti dagli Stati Uniti e alla Brexit, componenti imprevedibili di carattere politico. Tu puoi costruire un’alleanza in un mercato per conquistarlo con le tue reti distributive, poi il mercato ti sparisce da un giorno all’altro e non dipende da te, dalla tua capacità di proposta, ma da situazioni che non potevi prevedere.

Come si potrebbe definire il nuovo ruolo dell’imprenditore?

Oggi l’imprenditore è uno stratega, molto più di un tempo. Prima vestiva i panni dell’organizzatore, del capofabbrica: lo dico con un’accezione positiva, non dispregiativa, mi riferisco all’attenzione ossessiva al metodo produttivo e alla sua implementazione. Ma oggi si alimenta l’idea che sia necessario studiare i possibili trend, non per forza essere futurologi ma cercare di capire per tempo cosa succederà per cosrtuire una strategia. E poi c’è un’altra caratteristica fondamentale che oggi dev’essere propria di un imprenditore.

Quale?

Non può più permettersi di non saper leggere un bilancio, deve conoscere qualcosa in materia di finanza perché nell’idea della costruzione del cambiamento rientra anche un approccio ai finanziamenti totalmente cambiato. Noi che siamo bancocentrici da sempre abbiamo scoperto che c’è un accesso alla finanza diverso, che può dare un’accelerazione molto più importante. Mi riferisco alla finanza di accompagnamento, al finanziamento da parte di fondi e altri investitori. In un’epoca di interessi globali e di tassi d’interesse zero è evidente che le proposte ci sono e favoriscono le aziende, che sono l’economia reale sulla quale poter puntare in modo solido, mentre sul mercato della finanza continua l’incertezza. 

A quale tipo di incertezza finanziaria si riferisce?

Faccio un esempio: in questo momento in Europa il Pil tende allo zero, non è più un problema solo italiano, accade anche in Germania e agli altri cugini d’oltralpe. Eppure quest’anno mediamente il guadagno finanziario di prodotti complessi che scommettono su se stessi sfiora guadagni record del 10%. Qualcuno mi spiega il motivo per il quale la finanza guadagna così tanto e l’economia reale non cresce? È una finanza slegata dal mondo reale. Questo ha già portato a fortissime distorsioni, nella Silicon Valley ci sono aziende che capitalizzano miliardi e hanno i bilanci in rosso, cose che nel mondo reale delle aziende sono assolutamente impossibili, nessuno ti dà credito se sei in rosso. Per questo credo che riavvicinarsi al mondo reale delle aziende sia una soluzione anche per chi ha grandi capacità di investimento: tutti sanno che l’unica cosa che non manca è la liquidità. 

Ieri l'imprenditore vestiva i panni dell'organizzatore. Oggi è uno stratega che non può permettersi di non saper leggere un bilancio

Tornando all’esigenza per l’imprenditore di saper indagare il mercato e anticiparne i mutamenti: la formazione è al passo dei tempi? Ci sono scuole che insegnano a farlo?

Nì. La formazione è la chiave di tutto, non solo per quel che gli imprenditori chiedono ai propri dipendenti, ma anche per gli imprenditori stessi. Ma questa forte accelerazione dell’innovazione nasce dove diversi ambienti si contaminano, quindi uno dei rischi che corre l’imprenditore è quello di pensare in maniera verticale, di prendere informazioni solo dal suo settore. Oggi la formazione richiede un processo più complesso, prevede di riuscire a interessarsi di tematiche al di fuori della propria specializzazione. Insomma ti devi contaminare il più possibile, interessandoti di quel che ti circonda. Tanto più che le economie sono in evoluzione continua, cangianti e camaleontiche, tutto è molto fluido.

Si può fare un esempio?

Ne faccio uno personale: sono convinto che un settore che conosco, quello delle attrezzature agricole, sarà fortemente evoluto dalla meccatronica che arriva da altri settori, dove è applicata alle carpenterie ferrose. Se conoscessi solo il settore agricolo, non lo potrei sapere. Le scuole che conosco sono molto più verticali, e forse non basta; ma vale la pena iniziare comunque un processo di formazione, per poi eventualmente chiedere di essere portato fuori dalla scuola a vedere che succede. Ma è ormai responsabilità dell’imprenditore trovare nella formazione un metodo, e ottenere idee contaminandosi con altre sollecitazioni.

Machiavelli scrisse che introdurre “ordini nuovi” è la cosa più difficile, per l’opposizione di chi ha interesse che restino quelli vecchi. Accade anche nella burocrazia italiana. E nelle imprese?

Le imprese quando non innovano vengono escluse dal mercato, quindi hanno un unico giudice. La politica ha una capacità unica di autorigenerarsi e di non avere tra le sue virtù le competenze: vive di consenso, e in epoca di social network conquistare il consenso è risultato più semplice di quel che si prevedeva. Infatti la politica non riesce a capire il mondo dell’impresa e dell’economia, e spesso quando prova a fare qualcosa la ostacola: il caso dell’ex Ilva è l’apoteosi dell’incompetenza. Le resistenze al cambiamento nelle imprese ci sono, ma quelle che non si adattano sono destinate a sparire o a ridursi a dimensioni incompatibili con il mercato.

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