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L'Italia è bloccata dall'incertezza
l'antidoto? Il «modello Milano»

Non si può dire che il nostro Paese sia in crisi. Ma affermare che sia in salute sarebbe altrettanto errato. Tutto mostra che ci troviamo in una fase transitoria. Ecco come guarire secondo quattro "medici" d'eccezione

Marco Scotti
L'Italia è bloccata dall'incertezzal'antidoto? Il «modello Milano»

l paziente è malato. Forse non molto, ma c’è qualcosa che non va. Il suo nome? Futuro. Il futuro economico sembra svogliato, fermo, depresso. Non è più lo stesso di prima. Ha perso il suo proverbiale ottimismo, ha smesso di credere che tutto andrà per il meglio. I sintomi sono molteplici: prima di tutto, nella sola Europa, sono rimasti parcheggiati 10.000 miliardi di euro sui conti correnti. La sola Germania “flirta” con i 3.000, mentre il nostro Paese, per non farsi mancare nulla, paralizza in banca poco meno del prodotto interno lordo. Ma è fondato tutto questo pessimismo, tutta quest'ansia da futuro?

I conti correnti europei sono pieni di liquidità. La produzione industriale è ferma così come il numero di aziende. E quindi?

Fermandoci all’Italia, ci sono tanti dati che non tornano ma che però non sembrano neanche essere mortiferi. La produzione industriale cala del 2,1% su base annua: meglio della brusca frenata che ha subìto l’economia tedesca, il principale interlocutore della nostra manifattura. È vero, il settore dei camion è tracollato, facendo registrare quasi il 10% in meno di immatricolazioni rispetto all’anno passato. Ma anche qui è abbastanza facile trovare il responsabile: il giro di vite, che l’Europa ha deciso di dare contro il diesel, si sta in questo momento traducendo nella difficoltà da parte degli imprenditori di capire che cosa fare con la propria flotta. Se il gasolio – anche quello più green – verrà definitivamente messo in cantina, allora bisognerà tornare alla benzina, o puntare su un elettrico che però stenta a decollare. O, ancora, attendere che altri combustibili (idrogeno? metano?) spicchino il volo. Ma proprio i dubbi sull’alimentazione del futuro stanno paralizzando il comparto: sicuri sicuri che la risposta giusta sia l’elettrico? E allora perché Mercedes – e in genere i tedeschi difficilmente sbagliano – ha deciso di tagliare di un miliardo le dotazioni consegnate alla divisione che sperimenta l’e-mobility? 

Ancora altri sintomi: il numero complessivo di aziende negli ultimi 6 anni è cresciuto di poco più di 52.000 unità. Un dato positivo o negativo? Più che altro fisiologico: chi non riesce a reggere chiude, chi ha velleità imprenditoriale apre e, nel frattempo, aumentando il numero di stranieri nel nostro Paese, sono loro a dare un minimo di “brio” a una nati-mortalità delle imprese che altrimenti sarebbe ferma. Perché una crescita di poco più di 8.000 aziende all’anno è decisamente poca cosa. Ma non è neanche un sintomo da allarme rosso come accadeva ai tempi della grande crisi finanziaria tra il 2008 e il 2011. E quindi qual è la diagnosi? Economy ha voluto confrontarsi con quattro “dottori” d’eccellenza: in rigoroso ordine alfabetico, Roger Abravanel, decano della consulenza in Italia e paladino del merito; Alfonso Fuggetta, ceo e direttore scientifico del Cefriel; Matteo Motterlini, filosofo ed economista; e Ivan Ortenzi, chief innovation evangelist di Bip. A loro abbiamo chiesto la diagnosi e tutti hanno convenuto su un nome: l’incertezza. Un termine che non è necessariamente negativo, tant’è che perfino un uomo non esattamente ottimista come Giacomo Leopardi aveva avuto parole dolci per essa: “Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non certezze… Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito”. 

Due secoli dopo, le cose sono un po’ cambiate. Ad, esempio, come ci ricorda Fuggetta, perché «la nostra incertezza ha un’origine lontana: solo che noi non ci siamo accorti dei cambiamenti epocali che si stavano verificando intorno a noi». Oppure c’è chi – come Motterlini - tende a ricordare che l’incertezza può tradursi in immobilismo, che nei mercati finanziari è però già di per sé una scelta. O, ancora c’è chi come Abravanel invoca il rispetto delle regole e la certezza del merito. E infine c’è Ortenzi, che trova come antidoto all’insicurezza l’irrequietezza e il ribaltamento dei modelli di business fin qui acclarati. A loro quattro il compito di trovare una cura, partendo da una scrupolosa analisi dei fatti e della condizione del paziente. A noi – immodestamente – di redigere il proverbiale bugiardino. 

«L’incertezza – ci spiega Roger Abravanel - è data dal fatto che non c’è un sistema di regole certo: non si capisce se si vince per merito o perché è successo qualcosa di poco chiaro. Nel mondo anglosassone non trionfano tutti, ma chi perde accetta la sconfitta perché sa che è avvenuta nel rispetto delle regole. Da noi questa cosa non esiste e il sistema delle imprese è vittima dal 1970 di familismo e inciuci. Ma davvero crediamo ancora alla favola che la nostra economia si è fermata con l’avvento dell’euro o, ancora più tardi con la grande crisi finanziaria? L’Italia è ferma da quasi 50 anni, dalla fine di quel boom che ci aveva dato una crescita robusta e un debito sostenibile. Negli anni successivi, fino alla fine del millennio scorso, abbiamo sì fatto salire il pil, ma con il deficit. Basta pensare che il rapporto debito/pil è passato dal 25-30% al 100% a causa di riforme che hanno drogato l’Italia e gli italiani. Nel 1992 abbiamo avuto una prima battuta d’arresto e, da lì, è stato tutto un rincorrersi di spese pazze, sia con Prodi che con Berlusconi. Abbiamo perso 30 punti di pil, se paragonati agli altri Paesi». 

«Se vogliamo ripartire dobbiamo per forza puntare su una cultura meritocratica votata a premiare i migliori»

La diagnosi dell’ex numero uno di McKinsey in Italia è impietosa e non lascia grande spazio all’immaginazione. Eppure, anche in uno scenario a tinte così fosche, c’è spazio per due possibili cure a questa incertezza perdurante. In primo luogo è necessario puntare su merito e regole certe. «Finora – prosegue – abbiamo fatto finta che si potesse proseguire così. Ma se vogliamo ripartire dobbiamo per forza puntare su una cultura meritocratica in cui il capitale umano viene usato al meglio. La meritocrazia è competizione e selezione: i migliori vanno nelle migliori università e occupano i migliori posti di lavoro. L’incertezza si vince anche sfatando falsi miti: abbiamo la spesa pubblica più bassa d’Europa e non è vero che il Nord mantiene il Sud. L’altra ricetta fondamentale riguarda l’esempio da seguire: è Milano, senza ombra di dubbio. Perché attrae talenti, perché riesce a far arrivare le grandi multinazionali così come la finanza. Ha un sistema universitario d’eccellenza e ha la facies della grande città. Altro che distretti: bisogna abbandonare queste idee e puntare sull’economia. Il futuro è di una città come Milano, dove le regole funzionano e si riescono ad attrarre i talenti». Non si tratta di un revanscismo della vecchia Lega nordista, ma piuttosto del tentativo di incoronare un modello vincente come vero baluardo contro la paura del futuro. Facile a dirsi, ma perché non provarci?

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