SOSTENIBILITà

Con la fusione nucleare
il futuro sarà "pulito"

L'avvio della sperimentazione all'Enea partirà entro sette anni. Nel frattempo saranno geotermia, solare e desalinizzazione a darci energia green. Grazie anche alla cedibilità degli incentivi fiscali

Sergio Luciano
Con la fusione nucleareil futuro sarà "pulito"

«Al movimento ambientalista e a Greta va riconosciuto il merito di aver richiamato l’attenzione sull’emergenza climatica e averla fatta diventare patrimonio comune. Ma non credo che la risolveremo con la decrescita felice… I Paesi che sono stati finora sottosviluppati oggi reclamano la loro crescita, non gliela si può certo inibire… Dunque la soluzione è complessa e composita. Ma c’è. E una parte di essa risiede nell’economia circolare»:  Federico Testa, presidente dell’Enea, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, è tra gli analisti-manager più quotati nel mondo, in materia. Guida una realtà di eccellenza nel campo della ricerca, riconvertitasi con successo dalla missione originaria (Comitato nazionale per l'energia nucleare), ed oggi destinataria di un maxifinanziamento della Bei per la realizzazione, a Frascati, di un impianto d’avanguardia per la sperimentazione della fusione nucleare, a detta di tutti l’unica vera tecnologia che nel futuro potrà assicurare all’umanità energia illimitata senza inquinamento né scorie e senza l’instabilità e l’inadeguatezza – almeno per ora - delle rinnovabili.

La sensibilizzazione è un'ottima base di partenza, ma occorrono risposte tecnologiche nuove da affiancare a comportamenti altrettanto nuovi

Partiamo da questo, presidente: che significa fusione nucleare?

In estrema sintesi, significa replicare in laboratorio il funzionamento del sole. Niente scorie radioattive, niente emissioni, niente rischi di esplosione. Al nostro progetto partecipano tutti: Usa, Russia, Cina. Entro sette anni arriveremo all’inizio delle sperimentazioni. Creando nel frattempo 1.500 nuovi posti di lavoro, di cui 500 scienziati, e 2 miliardi di euro in termini di ricadute sociali ed economiche.

Dunque la strada maestra è quella. Energia davvero pulita. Ma tra parecchi anni. E nel frattempo? Finiremo sommersi dagli oceani, come ci fanno temere le denunce di Greta?

Non solo di Greta. Il tema è reale. Un recente studio dell’Associazione dei porti italiani, basandosi su uno studio Enea, ipotizza che il livello del mare intorno alla nostra penisola potrebbe alzarsi in media di 1 metro, e fino a 2,60 in caso di vento o burrasca. Vorrebbe dire un enorme rischio di inondazioni per centinaia di chilometri di coste, e la necessità di rifare i porti. Di fronte a simili prospettive, nell’attesa di affinarne la valutazione, e al di là della indispensabile sensibilizzazione al problema, il contributo che dobbiamo dare è quello di proporre soluzioni realistiche e praticabili. 

Perché la soluzione non è navigare anziché volare, per andare dall’Europa all’America, neanche a patto di andarci a vela…

Ripeto: la sensibilizzazione è sempre un’ottima base di partenza. Dopo di che servono tecnologie, tecnologie, tecnologie, ovvero risposte tecnologiche nuove da affiancare a comportamenti collettivi altrettanto nuovi per rendere praticabile un approccio diverso al problema dell’inquinamento. Ma non credo proprio che verremo fuori da quest’emergenza con la decrescita felice… Le attuali scadenze europee sono un obiettivo che dobbiamo cercare in ogni modo di perseguire. E riusciremo anche a rispettarle se faremo tutto quanto necessario e possibile, non solo sulla testimonianza ma anche e soprattutto sui contenuti scientifici e sul modello di sviluppo.

Parliamo allora di questi contenuti. L’economia circolare, ad esempio?

È una logica affascinante. I prodotti diventano più durevoli e riciclabili, a minor consumo di risorse, e il mercato delle materie prime-seconde viene incentivato, senza buttar via niente e sfruttando fino in fondo quel che abbiamo preso dalla natura sotto forma di materie prime. 

E come potenziarla?

Innanzitutto occorrono forti investimenti in innovazione di prodotto e di processo e in impianti; inoltre servono interventi incisivi nella legislazione. Ad esempio occorre una legislazione''end of waste'' efficace altrimenti non si va da nessuna parte. Oggi, con questa legge, è un disastro. Ad esempio, i fanghi della depurazione ricchi di fosforo (che è una materia prima critica per la quale il nostro Paese è totalmente dipendente da importazioni da Paesi extraeuropei) ed altri nutrienti non possiamo più impiegarli in agricoltura. Dunque in tutta Italia ci sono parecchi fenomeni di accumulo di fanghi impropri, ad esempio in capannoni ex industriali.

Parla da uomo del Nord?

Assolutamente no, e infatti aggiungo che quei rifiuti che nel Nord Italia vanno a finire in un capannone, in altre zone finiscono in una buca nel terreno, in altre ancora in mare. Non c’èun’isola felice dello smaltimento. Quindi la risposta consiste nell’insistere con la ricerca scientifica per sviluppare tecnologie innovative che consentano di gestire con efficienza ed efficacia queste problematiche.  Poi, è chiaro che fare davvero economia circolare vuol dire chiedersi se è possibile  riprogettare  e realizzare beni e servizi in modo diverso,   affinchè  ciò che la mia impresa getterebbe via alla fine del processo produttivo possa invece  essere utilizzato da un'altra impresa, magari nello stabilimento a fianco o anche a 100 chilometri di distanza.. 

Non c'è un'isola felice dello smaltimento: la risposta è insistere con l'innovazione

Quindi cambiare i processi?

Certo, c’è un problema di riprogettazione. Innanzitutto occorre chiedersi se un prodotto è riutilizzabile/riparabile o no, e poi cosa cambiare nel processo produttivo per riutilizzarlo. Questo procedimento va intrecciato ad un’analisi territoriale molto precisa: occorre sapere precisamente cosa entra e cosa esce in ogni fabbrica, a livello territoriale e romuovere scambi fra imprese dissimili mediante la simbiosi industriale. In un percorso di simbiosi la sostenibilità economica può esistere ache per materiali di poco valore economico, valorizzati localmente a chilometro zero, poichè si risparmia sui costi di smaltimento.

Come riuscirci?

C’è bisogno di mettere insieme modelli decentrati analitici, altrimenti non si fa nulla, altrimenti tutto si riduce a slogan e non si fa quel che serve. Dobbiamo far capire invece che quella del riuso è una strada obbligata. E va detto che ad oggi le uniche esperienze concrete oggi in atto le stanno facendo le vituperate ex municipalizzate che operano nel mondo dei rifiuti…

Basterà il loro approccio a estendersi fino ad eliminare il problema dei rifiuti?

Dobbiamo diminuire al massimo la quantità dei rifiuti prodotti, poi quel che resta o va in discarica o va valorizzato per la produzione energetica. La termovalorizzazione – come nel caso delle biomasse – può essere un problema se utilizzata su scala piccola e senza controlli, ma per esempio la biomassa, utilizzata a livello domestico, certificata e bruciata con le caldaie giuste, conduce ad una diminuzione importantissima dello smaltimento in discarica, a maggior ragione se utilizzata in impianti dotati di una certa dimensione dove l’investimento consente di avere i risultati opportuni. 

Torniamo all’energia. Come arrivare a ridurre davvero le emissioni globali?

Producendo elettricità in modalità rinnovabile. Finché invece, come oggi, il 25% proviene da fonte rinnovabile e il 75% è da fonti fossili, l’idea di passare al vettore elettrico significa solo spostare il luogo in cui generiamo l’inquinamento. E poi il vettore elettrico significa intervenire pesantemente sulla distribuzione elettrica nel Paese. Ci sono località nelle quali abbiamo già reti in grado di supportare un grosso aumento dei carichi, ma ci sono anche molte realtà urbane, penso a Roma, in cui aumentare i carichi comporterebbe la necessità di forti investimenti sulla distribuzione. A casa lo scaldabagno oggi è elettrico, ma la cucina e il riscaldamento sono a gas, se voglio tutto elettrico devo quadruplicare le infrastrutture per l'energia, cioè forse dobbiamo rifare le reti, dalle centraline al singolo appartamento, e verificare che sia possibile. Oggi, noi tutti stiamo peraltro già pagando sia i costi per l’investimento fatto per la rete del gas sia i nuovi investimenti per le rinnovabili. Ci vorrebbe, o ci sarebbe voluto, un piano di sincronizzazione di questi impegni: quindi introdurre investimenti sull'elettrico man mano che calano quelli sul gas.

Be’, però i pannelli solari…

Sì, ma non  mitizziamoli. I costi collettivi, che oggi sono spalmati sulle bollette di tutti, non possono essere concentrati solo su quelle di alcuni. Stiamo parlando di 12 miliardi di euro all’anno. E poi, essendo le rinnovabili delle energie discontinue, per utilizzarle diffusamente dobbiamo individuare modalità di produzione a supporto delle rinnovabili che garantiscano la sicurezza del sistema elettrico. Ecco: tutte le innovazioni energetiche devono essere valutate in prospettiva e nelle loro ricadute concrete. Perchè altrimenti l'impatto negativo di determinate scelte fatt senza adeguati approfondimenti può portare alla sfiducia e all'inazione, con il rischio di getta via con l'acqua sporca anche il bambino. 

Qualcosa si è fatto però. Gli ecobonus…

Sono stati uno strumento positivo anche se troppo spesso sono finiti in serramenti nuovi e caldaie a condensazione, prevalentemnte nelle villette. Tenendo conto che il 77% degli italiani vive in condomini, e che serramenti e caldaie a condensazione producono risparmi energetici modesti, abbiamo cercato di estenderne l’uso ai condomini. Non ha funzionato.

Già: perché?

Perché nei condomini abitano tanti soggetti fiscalmente incapienti, o anziani, categorie alle quali la detrazione fiscale non serve. Allora abbiano introdotto la cedibilità degli incentivi. Con cui il soggetto incapiente cede il suo incentivo al fornitore, ottenendo uno sconto subito. E così sta funzionando. È solo un esempio delle cose pratiche che aiutino risolvere i problemi. 

Ma il futuro sarà pulito?

Sì, perciò dobbiamo arrivarci sani. Noi qui all’Enea stiamo facendo il massimo. Della fusione nucleare le ho detto. Stiamo anche studiando come integrare le rinnovabili con la geotermia, in partnership con l’Istituto di geofisica e vulcanologia. Che renderebbe, anzi renderà, autosufficienti molte delle nostre isole. E stiamo lavorando sul solare a concentrazione, il metodo Rubbia. Ad esempio a a Borg-elArab in Africa abbiamo fatto un progetto di cooperazione internazionale per desalinizzare l’acqua del mare e dare energia a tutto il Paese. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400