La verità vi prego
sull'euro digitale

Cosa c'è davvero, dietro all'annuncio della Bce sull'emissione di una Cbcd - una valuta digitale parallela, che non sarà una criptovaluta - nell'area euro? Sul campo (di battaglia) i player sono già schierati

Marina Marinetti
La verità vi pregosull'euro digitale

Dite la verità: quando le agenzie il 2 ottobre hanno rilanciato il comunicato della Bce che annunciava l'avvento prossimo venturo di una consultazione pubblica - partirà il 12 ottobre - sull'eventuale emissione di un euro digitale (anche se «il Consiglio direttivo non ha ancora assunto una decisione», hanno messo le mani avanti dall'Eurotower) il primo pensiero è stato "a cosa servirà mai?". E non si tratterebbe neppure di una criptovaluta, troppo volatile e pure onerosa da produrre. Il secondo pensiero, immediatamente successivo al primo, è stato: "Che me ne faccio, se ho già la carta di credito/l'home banking/Satispay/GooglePay/Paypal ecc. ecc.?". E in effetti, il senso di un euro in versione digitale - soprattutto per chi non è un feticista della banconota - a prima vista potrebbe sfuggire. E non aiutano certo le parole della Presidente della Bce Christine Lagarde, che ha motivato l'iniziativa con un fumoso quanto generico «I cittadini europei stanno ricorrendo sempre di più alla tecnologia digitale nei loro comportamenti di spesa, risparmio e investimento. Il nostro ruolo è mantenere la fiducia nella moneta, assicurando anche che l'euro sia pronto ad affrontare l'era digitale. Dovremmo essere preparati all'emissione di un euro digitale qualora ce ne fosse bisogno». La risposta l'ha data Fabio Panetta - a chi il nome suona ignoto ricordiamo che, oltre a essere stato Direttore generale della Banca d'Italia e Presidente dell'Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni, dal 1º gennaio 2020 è membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea - quando ha spiegato, di fatto, che in gioco ci sono «la sovranità finanziaria e il rafforzamento del ruolo internazionale dell'euro». Panetta, per capirci è a capo della task force che ha redatto un rapporto approfondito sulla possibile emissione di un euro digitale. E che nessuno pare essersi andato a guardare (altrimenti ci si sarebbe accorti, leggendo tra le righe, che il 12 ottobre non partirà solo la consultazione pubblica, ma pure la sperimentazione, come e dove non è dato sapere). Ebbene, cosa dice il rapporto in questione? A parte le premesse di rito sulla "forma elettronica di moneta della banca centrale accessibile a tutti i cittadini e a tutte le imprese per effettuare i loro pagamenti quotidiani in modo rapido, facile e sicuro", che "sarebbe complementare al contante, non lo sostituirebbe", la task force ha individuato possibili scenari che richiederebbero l'emissione di un euro digitale. Quali? Più che la domanda di pagamenti elettronici nell'area dell'euro - che ha disposizione ha già una varietà di strumenti affidabili e sicuri - ci sono due problemi: il primo è "il lancio di mezzi di pagamento privati globali che potrebbero sollevare preoccupazioni normative e porre rischi per la stabilità finanziaria e la protezione dei consumatori", il secondo è "un'ampia diffusione delle Cbcd - ovvero le Central Bank Digital Currencies - emesse dalle banche centrali estere".

Ci siamo svegliati un po' tardi, però: secondo la più antica istituzione finanziaria internazionale, ovvero la Banca dei Regolamenti Internazionali, l'80% delle banche centrali si sta impegnando in una qualche forma di lavoro delle Cbdc, e circa il 40% è passato dalla ricerca concettuale alla sperimentazione del concetto e del design. Siamo ben oltre ai preliminari, se il 9 settembre Mastercard ha annunciato un ambiente di test virtuale proprietario per le banche centrali per valutare i casi d'uso delle Cbcd: una piattaforma che consente di simulare l'emissione, la distribuzione e lo scambio di Cbcd tra banche, fornitori di servizi finanziari e consumatori. E Mastercard non ha nessuna intenzione di giocarsi la leadership nei sistemi di pagamento, così con la sua piattaforma si propone non solo di simulare un ecosistema di emissione, distribuzione e scambio di Cbdc con banche e consumatori, compreso il modo in cui una Cbdc può interfacciarsi con le reti e le infrastrutture di pagamento esistenti come carte e pagamenti in tempo reale,a anche di dimostrare come una Cbdc può essere utilizzata da un consumatore per pagare beni e servizi ovunque Mastercard sia accettata in tutto il mondo, esaminare vari progetti di tecnologia Cbdc e utilizzare i casi d'uso per determinare più rapidamente il valore e la fattibilità in un mercato impegnandosi nella costruzione tecnica, nella sicurezza e nei test iniziali del progetto e delle operazioni.

State storcendo il naso alla notizia che Mastercard, un'azienda privata, abbia già infilato le mani nella marmellata dell'euro digitale? Il problema non è Mastercard. Il problema lo si individua spulciando il rapporto della Bce, nascosto tra l'esigenza di "sostenere la digitalizzazione dell'economia europea" e quella del "miglioramento dei costi complessivi e dell'impronta ecologica dei sistemi monetari e di pagamento". Qual è, allora, il vero problema? Il nemico. Il rapporto parla di "indipendenza strategica dell'Unione europea", che è un concetto piuttosto vago, ma poi cita esplicitamente il "notevole potenziale di diffusione nell'area dell'euro dei Cbcd stranieri o dei pagamenti digitali privati". Insomma siamo schiacciati, tanto per cambiare, tra la Cina, che non solo conta su sistemi come WeChat Pay e Alipay, ma che prima della fine dell'anno lancerà il suo yuan digitale, che come da copione spingerà come sistema di pagamento transnazionale per assediare la centralità del dollaro, e gli Usa, che coi suoi PayPal e Apple Pay già pesano parecchio sulla quota dei pagamenti elettronici in Europ, mentre la Fed sta collaborando con il Massachusetts Institute of Technology (MIT) per sviluppare la propria moneta digitale. Ci siamo svegliati tardi, ma, si sa, meglio tardi che mai.

Ora, però, si apre la questione del "come". Intanto perché la Bce deve trovare il sistema di non entrare a gamba troppo tesa nei servizi di intermediazione bancaria, peraltro su volumi - dato che la platea includerebbe tutti i cittadini - difficilmente gestibili. “L'euro digitale dovrebbe essere concepito in modo da evitare potenziali conseguenze indesiderate della sua emissione, limitando così eventuali effetti negativi sulla politica monetaria - tanti auguri all'inflazione, ndr - e sulla stabilità finanziaria, nonché sulla fornitura di servizi da parte del settore bancario, oltre a mitigare i possibili rischi", si legge nel report della Bce. Che avverte: "Si dovrebbe evitare l'uso eccessivo dell'euro digitale come forma di investimento e il rischio associato di improvvisi grandi spostamenti dai depositi bancari all'euro digitale. L'euro digitale dovrebbe essere disponibile tramite intermediari controllati". Mastercard ha già messo le mani - pardòn, la piattaforma - avanti. Anche perché chi rischia di uscirne con le ossa rotte, da questa storia, sono proprio gli intermediari, che tra carte di credito, di debito e servizi come Paypal che comunque alle carte si appoggiano, ora sono il terzo incomodo tra i soldi e i pagamenti.

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