Con il Cfi l'Italia accende un... faro sulla trasformazione digitale

Intervista esclusiva al presidente del Cluster Fabbrica Intelligente, Luca Manuelli, per definire strategie e possibilità dell'associazione che raggruppa oltre 300 soggetti

Marco Scotti
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Aumentare la competitività dell’industria manifatturiera italiana attraverso la progettazione e la realizzazione di una serie di iniziative di ricerca per lo sviluppo di nuove tecnologie abilitanti: è l’obiettivo – molto ambizioso – del Cluster tecnologico Fabbrica Intelligente, guidato da Luca Manuelli, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare e Cdo di Ansaldo Energia. Fanno parte dell’associazione 230 partner industriali, 37 sigle di associazioni (dai sindacati alle rappresentanze imprenditoriali), 37 enti di ricerca e 12 organizzazioni designate dalle Regioni che hanno formalizzato un Accordo di Programma con il Mur sulle tematiche della Fabbrica Intelligente. L’articolazione del Cfi è piuttosto complessa. Alla base di tutto c’è la “Roadmap per la ricerca e l’innovazione”, un documento condiviso dai membri del Cluster e che rappresenta le linee guida da seguire per aiutare il rafforzamento del manifatturiero italiano.

A scrivere i capisaldi della Roadmap ci sono i Gruppi tematici Tecnico-Scientifici, che hanno lo scopo di concretizzare le indicazioni strategiche della Roadmap per la Ricerca e l’Innovazione del Cfi, promuovere un processo di analisi dello stato dell’arte scientifico e industriale, monitorare i progetti attivi e le infrastrutture esistenti, definire le vie di sviluppo delle tecnologie specificando le priorità di ricerca e il loro livello di maturità tecnologica. I Gtts sono in larga parte composti da esperti di università, centri di ricerca, grandi aziende e pmi manifatturiere.

Collegata alla Roadmpa è la missione dimostrativa del Cfi attraverso i Lighthouse Plant, ovvero impianti produttivi interamente basati su tecnologie di Industria 4.0. Al momento fanno parte di questo ristretto club quattro plant: quello di Ansaldo Energia, costituito da due impianti, il cui progetto prevede otto aree applicative di tecnologie abilitanti 4.0, ognuna corrispondente ad un obiettivo da raggiungere: gestione operativa della produzione, gestione operativa fisica, gestione prestazioni asset produttivi, gestione dati tecnici, gestione dati qualità e manifattura additiva, smart safety, smart training e cyber security.

Il secondo “faro” è quello di Tenova-Ori Martin: la cyber physical factory dell’acciaio; il terzo è quello di Abb, a Dalmine, dove una filiera interamente digitalizzata garantisce la produzione di interruttori, sezionatori e quadri elettrici. L’ultimo Lighthouse Plant è quello di Hitachi Rail, con l’obiettivo di apportare un notevole miglioramento agli impianti presenti sul territorio italiano di Hitachi per la produzione di treni (Pistoia, Napoli e Reggio Calabria, con un focus particolare su quest’ultimo).

Obiettivi, strategie e idee per il futuro sono al centro dell’intervista che Economymag.it ha realizzato con il presidente del Cfi, Luca Manuelli.

 

Luca Manuelli, presidente del cluster Fabbrica IntelligenteManuelli, come nascono i cluster e quali sono le peculiarità di quello da lei guidato?

I cluster vengono inaugurati nel 2012, per iniziativa del Miur. L’intento era quello di accelerare il processo di integrazione tra ricerca e industria. L’allora ministro Profumo ha individuato alcune verticalità come spazio, energia o trasporti che erano trasversali ai diversi settori industriale tipico. Così sono nati 12 cluster tecnologici, tra cui il Cfi, con l’intento di coinvolgere università, centri di ricerca grandi e piccole aziende manifatturiere. A marzo del 2019 sono stato nominato presidente succedendo a Gianluigi Viscardi, che è stato l’artefice dello sviluppo del progetto portando a 300 tra università e centri di ricerca i partner dell’iniziativa, di cui oltre il 70% pmi.

Come si mantengono i cluster?

Quello dei fondi è un tema molto importante. Dall’anno scorso il ministero della ricerca scientifica, quello che oggi si chiama Mur ed è guidato da Manfredi, ha deciso di completare il percorso di riconoscimento di questi soggetti in modo da garantire delle risorse. Prima, infatti, il Cfi viveva esclusivamente grazie alla contribuzione dei soci, ma non tutti i cluster hanno potuto contare su un sistema stabile di versamenti. Dall’anno prossimo, a fronte dell'approvazione dei piani triennali del Mur, verrà garantito un contributo su base annua che nel caso del Cfi ammonterà a circa 250mila euro.

Quali sono i temi principali del Cluster Fabbrica Intelligente e quali le tecnologie su cui puntate?

In primo luogo quelli coinvolti dal piano Industria 4.0, il Piano Calenda, insomma. Ad essi si sono aggiunti argomenti importanti come la circular economy e la sostenibilità, che garantiscono e supportano gli obiettivi che ci siamo preposti. Ma c’è anche una componente umana che è fondamentale. Al centro della nostra Roadmap c’è la necessità di far evolvere le competenze e le nuove figure professionali dopo l’introduzione di tecnologie come realtà aumentata, IoT, cloud e manifattura additiva.

Qual è l’obiettivo del Cfi?

Possiamo dare un contributo allo sviluppo dell’innovazione come leva fondamentale della politica industriale del Paese. Ad esempio, stiamo supportando la predisposizione del piano nazionale della ricerca 2021-2027, la cui finalizzazione nell’ambito di Horizon Europe è stata recentemente rilanciata dal ministro Manfredi. Inoltre abbiamo collaborato con il ministero dello sviluppo economico affinché il Piano Transizione 4.0 faccia sì che la trasformazione digitale non debba riguardare solo alcuni settori strategici quali la meccatronica, ma possa essere più pervasiva anche per le pmi.

Prevedete ulteriori Lighthouse Plant nel breve periodo?

Abbiamo in corso di valutazione tre o quattro aziende che hanno manifestato interesse. Tra quelle più prossime a raggiungere l’obiettivo c’ è l’azienda marchigiana Hsd che ha un progetto interessante per un mandrino intelligente in una fabbrica con l’obiettivo “zero difetti”. L'obiettivo sarebbe quello di arrivare a quota dieci entro il 2021.

Come sta la nostra industria?

Bene, compatibilmente con il periodo. Quello che manca però è un campione nazionale di innovazione come ai tempi di Olivetti. Siamo utilizzatori di tecnologia, ma ne produciamo poca. Invece, la creazione e lo sviluppo di un tessuto articolato e dinamico di startup e pmi potrebbe colmare questo gap. Noi nel nostro piccolo stiamo cercando di incentivare anche questo processo. Chi entra nel Cfi ha la possibilità di lavorare in contesti molto stimolanti, a stretto contatto con università, centri di ricerca e partner tecnologici.

Ultima domanda di prammatica: il Coronavirus ha cambiato definitivamente la fabbrica? Dobbiamo pensare a impianti interamente automatizzati per garantire il distanziamento sociale?

Questo discorso si incardina su un tema ancora più grande che è quello dell’evoluzione della fabbrica intelligente, che consente di passare da modelli manutentivi tradizionali a processi evoluti in grado di verificare diversi parametri attraverso i dati. È il caso della manutenzione predittiva o dalla gestione, in casi di emergenza, della fabbrica da remoto. Altri strumenti ancora sono la realtà aumentata e quella virtuale che consentono di creare un collegamento non on-site per essere supportati in attività di manutenzione. Quello che non ritengo, invece, è che si stia andando verso una fabbrica totalmente automatizzata, perché l’umano è in grado di orchestrare tutti i processi produttivi.

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