Da Starbucks a SAP, sempre più big boicottano Facebook e i social

Cresce il numero delle aziende che sospendono l’adv sul social di Zuckerberg (ma non solo). Ma la protesta rischia di perdere efficacia

Davide Passoni
Da Starbucks a SAP, sempre più big boicottano Facebook e i social

Starbucks e SAP hanno seguito le decisioni analoghe prese, tra gli altri, da Microsoft e Coca Cola

Si chiama Stop Hate for Profit la campagna alla quale hanno aderito diverse multinazionali, principalmente americane e attive in diversi settori, che hanno sospeso o annullato i propri investimenti pubblicitari sui social network (principalmente su Facebook): ultime in ordine di tempo Starbucks e SAP, che seguono le decisioni analoghe prese da Microsoft, Coca Cola, The North Face, Patagonia, Unilever e Verizon, solo per citare le più clamorose. 

Perché è nata Stop Hate for Profit

Una presa di posizione contro quello che, per molti, è uno scarso impegno da parte dei gestori dei social nel contrastare la diffusione di contenuti di stampo razzista, che incitino all’odio, che stimolino il cyberbullismo. La campagna è stata lanciata a metà giugno da un gruppo americano che promuove la lotta per i diritti civili, sull’onda di indignazione mondiale scatenata dall’uccisione di George Floyd a Minneapolis. Utilizzando in gran parte proprio gli stessi social network, la campagna sta raccogliendo rapidamente proseliti. 

L’impatto sui social e le richieste 

Gli analisti stimano che la sola Facebook abbia perso oltre 8 miliardi di dollari dall’inizio della protesta, considerando che la parte più considerevole degli introiti dei social network viene dalle inserzioni a pagamento. Degli oltre 70 miliardi di dollari guadagnati dalla creatura di Zuckerberg nel 2019, più di 69 sono arrivati dalla pubblicità, per un utile netto di 19,5 miliardi.
 
Ma che cosa chiede, nello specifico il movimento che ha attivato la campagna. Lo si legge nel manifesto pubblicato sul suo sito, visibile qui, dove si auspicano rimborsi a investitori le cui campagne compaiono a fianco di contenuti d’odio, la rimozione immediata di questi contenuti, la creazione di team di esperti che contrastino queste pubblicazioni e via dicendo.
 
E non basta la risposta di Facebook che ha snocciolato dati riguardo al proprio impegno a contrasto di questi contenuti («abbiamo esaminato più segnalazioni di hate speech in 24 ore rispetto a Twitter e YouTube»), dato che la pattuglia degli aderenti si infoltisce giorno dopo giorno, raccogliendo anche illustri endorsement, come quello dei principi del Sussex Harry e Meghan.

Un boicottaggio anomalo

Il rovescio della medaglia, però, è stato mostrato bene da un’inchiesta svolta negli Stati Uniti dopo le prime adesioni dei grandi brand (ma prima di quella di Coca Cola), la quale ha rilevato che nella stragrande maggioranza dei casi gli investimenti sono stati solo sospesi e non cancellati, e nemmeno su tutti i social network.
 
Alcuni brand, inoltre, hanno chiuso i rubinetti solo per gli Usa, altri hanno lasciato attivi budget minimi, altri ancora continuano a programmare inserzioni utilizzando sistemi come Facebook Audience Network, che posiziona inserzioni destinate agli utenti di Facebook attivi siti o applicazioni di altri brand.
 
Insomma, un boicottaggio a macchia di leopardo che rischia non tanto di essere inefficace (-8 miliardi in due settimane non sono noccioline, neppure per Facebook) quanto, nel lungo termine, di vedere attenuarsi progressivamente i propri effetti. Aspettando, forse, il prossimo video shock di un poliziotto bianco che uccide un afroamericano.

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