La sharing economy si lecca le ferite. Ma è uno dei mali da curare

Per anni abbiamo creduto di poter guidare senza avere la licenza di taxi, di fare gli albergatori senza hotel, di poter scrivere qualsiasi verità sui social senza avere le competenze. Ora la crisi chiede il conto anche di questo. Per fortuna

Marco Scotti
Gli affitti brevi continuano a crescere

Se qualche aspetto positivo c'è di questa enorme crisi che sta iniziando ad abbattersi ora sulle nostre teste, dopo quella drammatica e non ancora conclusa per gli aspetti sanitari, è che vengono al pettine tanti nodi che erano ormai diventati inestricabili. D'altronde succede spesso così: nel 2008 ci siamo accorti che no, fare un mutuo a un ottantenne per l'intero valore del suo immobile non era una grande idea. E che vendere polizze a terzi per eventi che riguardavano altre persone era un'idea nociva e pericolosa. O che aumentare la leva finanziaria a dismisura garantendosi tramite derivati era un esercizio prossimo al suicidio. Sappiamo tutti com'è andata a finire.

Terminata la crisi del 2008-2009, ora ci ritroviamo da qualche anno a incensare un'economia che è diventata anche un modello di vita: la sharing economy. Che significa un po' tutto. Si va dai salvifici noleggi a tempo nei centri storici delle grandi città (decisamente più pratici ed economici di un taxi) alla possibilità di adibire casa propria a novello b&b. Il risultato? Perdita di professionalità e, in molti casi, evasione fiscale.

Perché fino a qualche tempo fa la licenza da tassista costava anche oltre 100mila euro e oggi tramite app qualcuno, per il solo fatto di possedere una macchina, può sostituirsi a chi ha fatto dell'essere guidatore una professione? E perché chi si ritrova in eredità la casa della nonna defunta può metterla a reddito non affittandola con regolare contratto e con cedolare secca ma a 50-60 euro al giorno almeno, di fatto integrando un ulteriore stipendio nel bilancio familiare?

Ora succede che il gran capo di Airbnb, Brian Chesky, ha detto che viaggiare "non ritornerà mai e poi mai quello che era prima del Covid-19". Tradotto: la gente non si fiderà più ad andare a casa di sconosciuti che mettono a disposizione stanze non debitamente igienizzate per far risparmiare (ma neanche sempre) ignari turisti. Ora chi deciderà di viaggiare pretenderà standard di sicurezza più elevati, che solo i professionisti possono dare. Così come al ristorante. 

La previsione di Chesky è che il nuovo modo di viaggiare sarà prendere la macchina e recarsi in luoghi al massimo a 250 km di distanza. Ovvero, posti che non contemplano notti fuori. Con grande scorno della sharing economy. Dunque addio alle persone che possono permettersi di non lavorare perché la loro occupazione è di fare "hospitality" (come fa figo dire adesso) cioè accogliere persone a casa propria in cambio di denaro?

Non sarà che Airbnb ha il dente avvelenato perché in alcuni Paesi, come l'Italia, è stato estromesso dal tax credit che è invece stato disposto in favore di strutture ricettive "certificate"? Il dubbio è quantomeno legittimo.

Quello che si osserva in questi giorni è che il castello di carte su cui si basano le nuove piattaforme di internet, dal gigante Facebook ad Airbnb fino a Uber, stanno soffrendo molto proprio per il motivo che li ha resi famosi: non sono specializzati, non poggiano su professionalità alcuna. Coca Cola e altri colossi hanno deciso di sospendere per 30 giorni le sponsorizzazioni sul social di Zuckerberg, incapace di arginare il cosiddetto "hate speech", discorsi carichi d'odio e di discriminazione verso persone di colore, gay e qualsiasi altra minoranza. Questa decisione improvvisa costa al social network circa 7 miliardi. Ed è lì che vanno colpiti, dove fa più male: nel portafoglio.

Campioni del mondo nel trovare nuove soluzioni per pagare meno tasse, evanescenti quando si tratta di sanzionare chi ha grande seguito, bravissimi a riempirsi la bocca di paroloni che si traducono in niente: i giganti del web e della sharing economy sono finiti in ginocchio proprio per colpa dei loro presunti punti di forza. Mentre chi produce software o hardware (come Microsoft o Apple) ha visto crescere la propria dimensione grazie al Covid garantendo i servizi per lo smart working; mentre chi, come Amazon, ha consegnato beni fisici nonostante le difficoltà del caso, Facebook e i suoi fratelli hanno continuato a giocare con i non detti. Se ne sono fregati, a suo tempo, di mettere in ginocchio interi settori, al grido di "disintermediamo". 

Essere giornalisti ha smesso di essere un vanto di cui fregiarsi quando Facebook e gli altri hanno scelto di mischiare notizie autorevoli con bufale deplorevoli, il tutto senza alcun filtro e senza nessuna possibilità di segnalare. Si è scelta una via oscurantista per cui il quadro "L'origine del mondo" di Courbet (chi non lo conosce è caldamente invitato ad andarlo a scoprire) viene censurato perché viola le regole della community (ma quali regole? E quale community? non si sa..) ma poi nessuno si perita di chiudere pagine che propagano con potenza nucleare notizie a metà tra il ridicolo e l'esecrabile. E oggi dovremmo dispiacerci se quell'economia lì, un po' furbetta, sempre a cavallo tra intuizione e tentativo di fregare il prossimo è in crisi? Magari un'altra volta...

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