EDITORIALE

Il cerchio magico
sostenibilità-lavoro

Sergio Luciano
Il cerchio magico sostenibilità-lavoro

Imprenditorialità, lavoro, sostenibilità: sono i tre pilastri della ripresa possibile. Che dovrà essere – diciamocelo chiaro – una ripresa “fai da te”, perché la crisi è stata globale, la pandemia non ha guardato in faccia nessuno, ha colpito tutti, e solo degli illusi potrebbero sperare in un trattamento di favore da una comunione di egoismi nazionali qual è stata finora l’Europa: il problema tra i più gravi è stato nostro, il sostegno Ue ci sarà, ma l’impegno degli Stati non potrà che aumentare e di molto.

Questo non significa che il governo debba o possa rinunciare a combattere sulla trincea europea per ottenere il massimo degli aiuti, possibilmente a lungo termine e a tassi bassissimi. Ma, appunto, soprattutto di prestiti si tratterà, ed anch’essi sottoposti comunque al vincolo delle riforme strutturali da fare. Un vincolo apparentemente più elastico di quelli numerici fissati dai Trattati, ma pur sempre un vincolo in qualunque momento rinfacciabile agli inadempienti. E dunque il “fai da te” s’impone, e la strada è segnata, in modalità bipartisan. Due antipodi come Giovanni Bazoli e Giulio Tremonti l’hanno detto, ci vuole un “prestito Italia” a trent’anni, esente da qualsiasi tassa presente e futura ed ereditabile senza imposta di successione, dal tasso agganciato all’inflazione, che equivalga a tenere i soldi in banca senza rimetterci, come invece ci rimettono i tanti, troppi italiani che appunto tengono i loro soldi fermi sul conto corrente. Si tratta di 1500 miliardi inutilizzati, possibile che un 10% di questi soldi non vengano dati a un governo che ne garantisca la restituzione a trent’anni e una decente redditività?

Ci vuole coraggio politico, e forse il presidente Giuseppe Conte – non altrettanto vien da dire del ministro Gualtieri – potrebbe anche trovarlo. Accanto al Prestito Italia, un perpetual che paghi qualcosa in più dell’inflazione e che si rivolga esclusivamente agli investitori istizionali, soprattutto assicurativi e previdenziali: ci sono tanti precedenti illustri nella storia dell’economia mondiale anche recente.

Ma ammesso che tra questi espedienti per ora esterni all’agenda del governo ma - secondo tanti oltre chi scrive - ineludibili e i sussidi europei, l’Italia trovi i denari necessari a un vero rilancio (quindi altro che 80 miliardi, e altro che prestiti a garanzia pubblica, qua servono 300 miliardi cash!)… come spenderli?

Su questo tema, sul numero di Economy che avete tra le mani – abbiamo provato a mettere in fila tutti e tre i temi. Vi troverete storie di imprenditorialità, dalle più “piccole” ma preziose come quella di Pellan o di Creos a quelle colossali come la nuova sfida di Maire Tecnimont. Che ci trasporta immediatamente sul territorio della sostenibilità, da sempre per noi un “mantra” (ricorderete le coverstory dedicate al tema), e d’ora in poi ancor più centrale.

Già: perchè come negli Anni Ottanta il leit-motivi della cultura d’impresa era la produttività, oggi dev’esserlo la sostenibilità. E va detto che questo è un terreno dove il premier Conte  sta dando il massimo che può, con la Cabina di regia “Benessere Italia” che ha patrocinato questo impegno programmatico di Economy.

Ma a cosa approda tutto ciò? Dove deve condurci la ripresa orgogliosa dell’imprenditorialitù italiana, la capacità – da primatista mondiali – di ricavare il meglio dal peggio? E dove deve portarci la strada della sostenibilità come cifra del nuovo sviluppo? Deve portarci a creare lavoro. Al punto di partenza della nostra Costituzione. Senza lavoro lo sviluppo non ha senso. E i nuovi lavori richiedono una nuova normativa, che aggiorni il glorioso ma vecchio “Statuto dei lavoratori” (ne parlano su questo numero Marina Calderone a pagina 99 e Francesco Rotondi a pagina 98) ma senza indebolirne l’aspetto tutorale: aggiornandolo. Perché non può esserci sviluppo senza sostenibilità e sostenibilità senza lavoro.

Tutto va male, eppure ci sono anche cervelli (e capitali) di ritorno

Un panorama politico terremotato da almeno vent’anni, un panpenalismo inefficiente, un welfare al tramonto, un debito pubblico schiacciante, un palese isolamento sullo scacchiere internazionale: ma come ci siamo ridotti? Ci siamo ridotti ancora meglio di tanti altri. Lo dimostra – è proprio il verbo giusto: di-mo-stra – un rapporto realizzato per Economy dal professor Luciano Fratocchi, ordinario di Ingegneria economico gestionale e responsabile del Gruppo di ricerca sul reshoring manifatturiero dell’Università dell’Aquila insieme ai colleghi Paolo Barbieri (Università di Bologna), Albachiara Boffelli (Università degli studi di Bergamo), Stefano Elia (Politecnico di Milano) e Matteo Kalchschmidt (Università degli studi di Bergamo). Lo dimostra chiaramente sin dal titolo: “Il reshoring manifatturiero ai tempo di Covid-19: trend e scenario per il sistema economico italiano”. Lo studio – di cui si dà conto ampiamente alle pagine 33-35 - traccia ben 175 decisioni di reshoring manifatturiero al 15 aprile 2020. Imprenditori italiani all’estero che, invece di restarsene beatamente là, hanno deciso di tornare qua. Con la pressione fiscale più alta d’Europa, con 19 documenti per ottenere un finanziamento d’emergenza, con 5 anni medi per una sentenza civile. Col Tar. Eppure sono tornati.

Tutti pazzi? E nemmeno tutti amanti del sole, del mare, della buona tavola. Anche queste cose ci sono, e attraggono. Ma il rapporto dimostra che l’Italia è ancora un Paese per imprenditori, almeno a confronto con altri, se uno trova energia, determinazione e agilità per schivare i colpi della parte malata del sistema e incrociare le opportunità che derivano da quella sana. Creativa, laboriosa, precisa. Una parte con cui è bello lavorare. Ma bisogna sapere bene da che parte stare...                    

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