L'ALTRO EDITORIALE

Le crisi che ho visto, il virus
e le possibilità dell’Italia

Conversazione con Franco Tatò: l’umanità e il nemico imprevedibile, la voglia di ripartire, i danni psicologici ed economici, la Germania, l’Europa e tutti noi

Sergio Luciano
Le crisi che ho visto, il viruse le possibilità dell’Italia

Bandiere alle finestre e flashmob sui balconi: ecco l’Italia che si dà coraggio

“Ne sono certo, quando questa crisi sarà passata, quando il virus sarà debellato, lascerà in tutti noi un gran desiderio di fare, di ricominciare meglio di prima e di riscattarsi. Ma dovremo risolvere grandi problemi, perché il mocoronavirusndo non sarà più quello di prima, e dovremo riposizionarci: non sarà facile”: non è un editoriale a quattro mani, questo che Franco Tatò ha accettato di scrivere con me, ma poco ci manca: è una conversazione sul domani costruita sull’esperienza e di ieri e di ieri l’altro. Esperienza di manager, certamente, ma anche di filosofo – l’altra sua passione – e di “grande anziano”, come senza fastidio accetta di essere definito, anche per spiegare come mai i suoi primi ricordi di una formidabile crisi risalgano nitidi alla Seconda guerra mondiale. 

IL VIRUS NON LO VEDI E' COME IL DESTINO

“Ok,proviamo quest’accostamento, quest’analogia con la guerra. In questa fase la vedo: la fase della massima virulenza somiglia agli anni in cui la guerra incrudelì. Comiciarono i bombardamenti. La morte arrivò ovunque, senza ragione. Eravamo tutti spaventatissimi. Suonava l’allarme ogni giorno, si scappava nei rifugi. La casa dove vivevo con i miei, in corso 11 febbraio a Torino, venne centrata e distrutta. Ci fu l’allarme, si accesero i bengala, e ricordo la città illuminata a giorno, ci precipitammo in strada scendendo le scale a due a due, cominciammo a correre verso il rifugio più vicino, in via XX Settembre. Arriviamo in piazza del Duomo e veniamo scossi dalle esplosioni che arrivano dalle bombe cadute su Porta Palatina, che distruggono le strade del quartiere… Vediamo un prete che esce dal Duomo e si avvia in fretta verso il campanile, lo seguiamo ed entriamo con lui nella stanza al pian terreno, sì, proprio nel campanile medievale del Duomo di Torino, in un certo senso più protetti che in un rifugio, con le campane sopra di noi che suonavano… Se chiudo gli occhi rivedo la scena, surreale, pazzesca… Ecco: la sensazione di oggi per certi versi è ancora peggio. è come se fossimo all’aperto durante un bombardamento e non avessimo alcun rifugio in cui proteggerci. Nente bombe fisiche ma bombe invisbili che ti colpiscono senza fartene accorgere, a caso, e possono colpire chiunque, anche i più cauti. Un rischio di questo genere suscita anche più della paura, suscita angoscia. E complica le decisioni. In guerra sai cosa fare: scappare, contrattaccare. Qui dove scappi? Ottant’anni fa i bombardieri alleati erano ben visibili in cielo, la contraerea cercava di fermarli e a volte ci riusciva. Il virus non lo vedi, ti coglie ma non lo vedi. è come il destino”.

LA PROVA DEL FUOCO DEI GOVERNI

L’Italia parla di 25 miliardi per ripartire dopo la crisi. La Germania darà la garanzia pubblica a crediti per le imprese fino a 500 miliardi. Il duemila per cento in più. Tu che conosci bene e ami la Germania, come ce la spieghi, in questa guerra globale che ciascun Paese sembra star giocando da solo?

“In Germania sono partiti con molto ritardo, poi hanno accelerato per recuperare il tempo perduto. Ma tanti Paesi hanno reagito così. In Svizzera, a San Moritz, nella settimana del 9 hanno organizzato una maxicena al Palace… dopo 36 ore c’erano due degli invitati positivi… e in pochi giorni gli infetti sono saliti a 1000 e le vittime a 100 (dati al 14 marzo, ndr). Poi il governo federale tedesco si è scosso ed è partito d’impeto, ma relativamente: deve convincere i Laender e non facile. Il pronostico è che in Germania il virus si esaurirà in autunno. A Monaco il più grande ospedale neuropsichiatrico tedesco è stato chiuso e verrà trasformato in una maxi-struttura per le terapie intensive”. Ma il governo come ne uscirà? “L’esplosione del virus, improvvisa, molto aggressiva, sconosciuta, ha colto di sorpresa tutti… ed ha rappresentato una specie di test, una grande prova del fuoco per le leadership dei vari Paesi. Anche in Germania. I cinesi hanno detto subito cosa stava accadendo, il più bravo è stato Xi Jinping, il più torpido si direbbe Trump. Tra questi due estremi collocherei tutti gli altri, compresi noi e la Merkel, ai quali darei due voti mediocri. Macron sta cercando di approfittarne poi per farsi un profilo da leader europeo, lasciando a zero la Merkel, che all’inizio è stata titubante, perché è una leader azzoppata. In televisione accanto a lei c’era il ministro della salute Span, che aveva un’aria disperata, quasi a sottolineare peggiorativamente quanto diceva la Cancelliera. Tutto sommato il governo italiano – pur tra vari incidenti di comunicazione – tenuto conto che siamo stati l’epicentro dell’ondata epidemica, si è difeso dignitosamente. Penso terrorizzato a cosa sarebbe accaduto se avessimo avuto al vertice Salvini, che ha cambiato idea venticinque volte in dieci giorni…”.

LA GERMANIA E LA SOLIDARIETA'

Ok, ma fa contrasto la mobilitazione economica che Berlino promette ai suoi cittadini sia sul fronte delle tutele sanitarie che su quello del sostegno alla ripresa e la prudenza diffidente delle istituzioni europee, che sembrano imbeccate proprio dalla Germania. La gaffe della Lagarde… “La gaffe non era una gaffe, le è scappato di dire quel che pensa e che farà. Però, bisogna capire bene cosa c’è dietro e dentro l’atteggiamento tedesco. Certo, c’è sproporzione tra le forze economiche in campo. Ma intanto vorrei sottolineare che la Germania ha accumulato ritardi gravissimi nella digitalizzazione e non ha minimamente previsto la crisi dell’auto, precedente al virus, per cui con questo maxi stanziamento di garanzie e altri interventi vuole riposizionare tutto. 

Dietro lo scudo delle terapie antivirus c’è l’opportunità di ristrutturare l’intera economia nazionale. E poi c’è un altro tema, cruciale. Noi italiani tendiamo a chiedere aiuto allo Stato. Le aziende chiedono la cassa integrazione in deroga, il differimento dei contributi, la sospensione delle tasse. I tedeschi cercano sempre di evitare tutto questo. Spostano l’obiettivo dagli aiuti agli investimenti. E vogliono approfittare della crisi per rifare le infrastrutture”.

IL RUOLO DEBOLE DELL’EUROPA

Ma essendo la Germania la nazione di gran lunga leader in Europa, quest’atteggiamento tedesco limita – si direbbe – la mobilità decisionale della politica economica dell’Unione! “Indubbiamente almeno nei primi giorni d’azione sulla crisi del virus la Van Der Layen ha dimostrato che accanto a tante buone qualità patisce anche una sua debolezza di fondo. Ed ha perso la grande occasione di assumere un ruolo di leadership nella gestione della crisi. Rispondere che le regole sottoscritte dai partner dell’Unione europea soci non prevedono che la Commissione si occupi in maniera centrale di sanità, anche solo per coordinarla, perché la sanità è prerogativa dei singoli Paesi, è una risposta debole. 

Perdere il treno sulle questioni centrali e poi fare discorsi sentimentali come quello che ha fatto in italiano sugli italiani, nella sua posizione, diventa ridicolo. L’epidemia dimostra che appena si è trovata di fronte a un problema collettivo grave, che non si risolve con gestioni nazionali, l’Europa come istituzione è scomparsa. 

Pensa se domani nascesse in Cina un Xi Jinping Khan, immendamente ricco e magari anche alleato con Putin, che decidesse di invadere militarmente l’Europa per annettersela e spartirla con la Russia, cosa farebbe l’Unione europea, con un suo esercito non ce l’ha? I singoli Stati manderebbero le loro polizie municipali a difendere i confini? Abbiamo un ministro degli Esteri europei, come no! Ma che ce ne facciamo se non c’è un esercito europeo? La diplomazia è una guerra combattuta con altri mezzi, diceva Von Klausewitz!”.

LE CRISI DEL PASSATO

“Nel ’56 ci fu l’Asiatica in Europa, sì: ma non ho alcun ricordo di panico popolare o direttive pubbliche importanti. Se ci furono, non me ne accorsi proprio: ero un neolaureato che si specializzava ad Harvard… Invece ricordo quell’altra crisi epocale, certo non epidemica ma politico-sociale, che fu il ’68: vivevo a Parigi e ne ebbi esperienza diretta! Addirittura fui coinvolto in una rivolta di piazza pericolosissima! Ricordo che ero rientrato dal Brasile e, stordito dal jet-lag, mi ero messo giù a dormire a casa, senza leggere un giornale, senza sentire la radio. Quando mi svegliai era un pomeriggio. Decisi di andare al cinema, a piedi, a Boulevard Saint Germaine. Non ricordo nulla del film, salvo che la sala era quasi vuota e che notai una bellissima ragazza seduta distante evidentemente italiana perché leggeva Lotta Continua. Alla fine uscii, mi trovai che era venuto buio e che i rivoltosi avevano creato una barricata al centro del boulevard, contro la polizia. Non feci quasi in tempo ad accorgemi del perché e mi ritrovai faccia a faccia con uno sconosciuto, col volto coperto da una banda di stoffa, che gridava: “à l’école des beaux-arts!”, correndo. Scoprii dopo che era uno dei due capi del movimento studentesco. Mi misi a correre dietro di lui, perché alle spalle incalzavano i poliziotti che spazzavano le vie a manganellate. Due giorni dopo accesi la radio per caso e sentii in diretta il discorso del generale De Gaulle al popolo francese: “Cittadini, l’esercito con 200 carri armati ha circondato Parigi. La ricreazione è finita. Viva la Repubblica. Viva la Francia”. Nel 2001 ero amministratore delegato dell’Enel, ricordo perfettamente che quel lunedì 11 settembre avevo la televisione accesa su Bloomberg e vidi in diretta il secondo aereo schiantarsi nella torre. Rispetto alla crisi di oggi ci vedo molte analogie quanto all’angoscia, alla paura dell’ignoto, perché anche allora come oggi nacque in tutti la paura dell’ignoto, del nemico invisibile, dell’integralista islamico perfettamente mimetizzato che poteva farci morire ovunque in ogni istante insieme a lui… Però la polemica politica era diversa, l’impatto sull’economia fu molto meno forte di quel che stiamo riscontrando oggi e infatti il business non si fermò forse nemmeno un giorno. Infine la crisi del 2008-2009. Guidavo la Treccani, e dal 2011 al 2014 sono stato presidente della Parmalat. La Parmalat, nel giro di qualche anno, da caso emblematico mondiale di cattiva gestione si trasformò in un oggetto di desiderio per tutti i grandi investitori internazionali, nonostante il contesto di crisi…Vennero gestiti al meglio i cocci di una crisi finanziaria nata dopo le Due Torri, e nonostante l’ulteriore crisi economica mondiale…niente male! E poi la Treccani: se evitò il fallimento, posso dire serenamente che dipese dalla gestione che ne facemmo durante il mio mandato. Mettere on-line i lemmi fu la svolta. Contrastata da tanti, eppure fatta, e rivelatasi decisiva. Detto questo, aggiungo che però questi accostamenti con l’attualità non funzionano. Le crisi puramente economiche non sono confrontabili con questa che ci si prospetta”.

Un’altra domanda, la più sgradevole. Che si prova, a una certa età, a leggere come un’attenuante che questo virus miete vittime prevalentemente ottantenni? “Qualche giorno fa ho mandato un tweet: ‘Il virus colpisce soprattutto gli anziani: stiamo facendo un mega-ringiovanimento della società!’”. 

È stato molto citato il Manzoni, in queste settimane, per le sue memorabili pagine dei Promessi Sposi sulla peste. Nessuno ha citato però quella cinica battuta di Don Abbondio: “La peste è stata una grande scopa”. Che ne pensa? “Che quella battuta è rimasta nella mia memoria dai tempi dei liceo. Evidentemente colpisce. Ma Don Abbondio non è un personaggio esemplare!”.

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