Dalle banche del Nord Europa un nuovo pericolo per tutta l'area

Un ulteriore intervento della Bce permetterebbe di disinnescare alcune bombe a orologeria, in primo luogo Deutsche Bank

Giuseppe De Lucia Lumeno*
Deutsche Bank torna al profitto. Dopo quattro anni

Dalle banche del Nord Europa un nuovo pericolo

alla stabilità finanziaria dell’area

di Giuseppe De Lucia Lumeno (*)

 

In questi giorni le economie europee sono messe a dura prova dall’emergenza Coronavirus con tutte le sue ricadute sulle attività produttive che restano chiuse e sui sistemi finanziari dell’area che rischiano di subire un contraccolpo pesante dal perdurare di questa fase di incertezza di cui ancora non si riesce a vedere la fine, che appare comunque non immediata e nemmeno a breve termine.

Proprio per questo all’inizio del mese di marzo la Banca Centrale Europea aveva iniziato a prendere dei provvedimenti di sostegno che però sono apparsi agli operatori troppo timidi e che sono stati sovrastati dalle conseguenze negative delle parole espresse dalla Presidente Lagarde quando ha specificato che non era compito della BCE ridurre gli spread tra i tassi dei diversi paesi della moneta unica. Proprio alla luce di tale evento è stato necessario un altro intervento nei giorni successivi, questa volta più significativo e deciso, consistente nell’acquisto da parte della BCE di 750 miliardi di euro di titoli europei nel corso del 2020. Questa mossa ha rasserenato solo in parte i mercati azionari che anche nei giorni successivi hanno continuato a registrare perdite considerevoli: nel dettaglio, dall’inizio del mese di marzo e fino ad oggi la borsa di Milano ha perso quasi il 23 percento, quella francese il 19,8 per cento, quella tedesca il 19,3 per cento e quella spagnola il 24,3 per cento. Questo perché le tensioni continuano ad essere evidenti considerando il grado di incertezza esistente e la distanza tra le posizioni dei diversi paesi europei, sintetizzata dai due fronti, quello della linea rigorista promossa dai paesi nord europei come Olanda, Finlandia, Austria e Germania, e l’altro che vorrebbe una condivisione degli strumenti di finanziamento vista l’eccezionalità della situazione attuale in cui gli shock economici non sono asimmetrici ma simmetrici, interessando tutti allo stesso modo, e che vede insieme paesi come l’Italia, la Francia e la Spagna.

La situazione attuale pone chiaramente per il sistema bancario europeo dei problemi con riferimento al rischio di credito vista la situazione di stallo o di congelamento dell’economia con aziende chiuse che non possono continuare a produrre, e in questo senso l’intervento dei governi con azioni mirate a mettere risorse, sia pure tra numerose difficoltà, per fornire una garanzia pubblica ai prestiti ha proprio l’obiettivo di mitigare tale rischio e a mettere in sicurezza il sistema bancario e a fornire liquidità alle imprese. Un’azione che sta per essere predisposta anche dal Governo italiano e resa ancor più necessaria per il nostro Paese da una presenza più diffusa che altrove di piccole e medie imprese e anche dalla considerazione dello sforzo che le banche hanno compiuto negli anni passati, dopo la crisi finanziaria ed economica del 2008, per rientrare delle esposizioni più problematiche venutesi a creare per effetto del sostegno all’economia reale che le banche italiane e, in particolare, le banche del territorio hanno portato avanti in questi lunghi e difficili anni.

Tuttavia, proprio le oscillazioni e l’alta volatilità registrata nelle principali piazze borsistiche mondiali ed europee, su valori che non si ripetevano dalla crisi di fine 2008, deve porre all’attenzione un altro serio problema per alcune banche del continente, evidenziato da un recente studio del CER (Centro Europa Ricerche), ovvero quello del rischio di mercato. Un problema che colpisce proprio le banche dei paesi cosiddetti rigoristi che detengono nei loro bilanci una quota ampia di derivati sul totale dell’attivo, ben al di sopra del dato medio europeo, mentre le due principali banche italiane si collocano ampiamente al di sotto a conferma di come tutto il sistema bancario italiano sia comunque orientato ad un’attività di sinergia con il tessuto produttivo e l’economia reale. Inoltre, sempre in questo studio, viene sottolineato come per le banche maggiormente esposte a derivati questi possono rappresentare fino a sei volte il patrimonio netto della banca. È questo, ad esempio, il caso di Deutsche Bank che in questa classifica di rischiosità si colloca per l’appunto al primo posto. Questa classifica non si modifica se si considera, ad esempio, il rapporto tra le voci che sono oggetto di maggiore discrezionalità in termini di valore da parte della banca (attività di livello 2 e 3) e il suo patrimonio o, in alternativa, il livello dell’indice Srisk che misura quale deve essere l’aumento di capitale in caso di crollo dei mercati azionari e che, sempre nel caso di Deutsche Bank, stima un fabbisogno aggiuntivo di capitale di oltre il 150 per cento.

Un’analisi, questa, che spiega sia la necessità dell’intervento della BCE, volto per l’appunto a calmierare la volatilità dei mercati azionari, e che evidenzia, se mai ce ne fosse ancora bisogno, due temi principali.

Il primo è che proprio nei paesi rigoristi e che si autodefiniscono “frugali” le principali banche sono più soggette ai rischi di mercato e alla crescente volatilità dei mercati azionari, per effetto della loro ormai consolidata politica sbilanciata verso la finanziarizzazione e la poca attenzione all’economia reale, a conferma di come l’insegnamento della crisi del 2008 non sia stata recepito.

Il secondo è che, almeno da questo punto divista, i rischi che le banche italiane corrono sono nettamente inferiori grazie anche ad una generale e maggiore predisposizione ed attenzione nei riguardi dell’economia reale. Un orientamento, questo, che caratterizza ancora di più e in misura più radicata e stringente le banche del territorio e, fra queste, le Banche Popolari, così come avviene per altre realtà cooperative europee che fanno del localismo la loro ragion d’essere.

In questi giorni così difficili sarebbe opportuno che molti non solo tornassero a riscoprire i valori della Cooperazione Bancaria e la ricchezza che un sistema bancario contraddistinto da un elevato grado di biodiversità può fornire all’economia e al tessuto produttivo, ma che finalmente comprendessero quali possono essere i danni derivanti dalla promozione di un modello unico di intermediario bancario, come avvenuto negli ultimi anni in Europa, che tende alla fine ad essere scollegato dai territori, dalle imprese e dalle famiglie. Continuare a perseverare su questa strada dopo il 2008 e dopo la crisi di oggi sarebbe un atteggiamento irresponsabile di cui prima o poi si rischierà di pagarne il conto, l’auspicio è che al più presto possibile una maggiore ragionevolezza e chiarezza sul futuro dell’Unione, della sua economia e delle sue banche che tenga conto anche delle proprie radici storiche possa essere delineato in misura condivisa e concorde tra tutti.

 

*Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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