Il pm Ruggiero: contro il rating canaglia serve informazione di qualità

Il magistrato che portò alla sbarra dalla procura di Trani S&P torna a ribadire che i capisaldi della sua inchiesta erano validi. Ecco perché

Sergio Luciano
Il pm Ruggiero: contro il rating canaglia serve informazione di qualità

«Agli inizi del 2012 l’Italia subì un doppio declassamento ad opera dalla più potente agenzia di rating globale, Standard and Poor’s. Dopo qualche anno, un Tribunale della nostra Repubblica ha accertato irrefutabilmente che  quella decisione si era basata, in parte, su informazioni finanziarie errate e su dati economici intrinsecamente falsi. E gli errori possono anche ripetersi: ricordiamocelo e  difendiamocene». È l’avvertimento di Michele Ruggiero, il pubblico ministero pugliese che a Trani (oggi lavora a Bari) osò sfidare i colossi del rating osservando il loro comportamento nel corso della crisi del debito sovrano: e la sua esperienza, in questa “zona rossa” della finanza pubblica in cui ci ha portato la crisi del virus, può essere preziosa.

Ci spieghi meglio, dottor Ruggiero: qual è il pericolo che percepisce?

Le dico, piuttosto, qual è il contributo che la mia inchiesta ha dato al Paese. Quello di avere consentito di accertare – con una sentenza irrevocabile, maturata all’esito di un processo lungo e laborioso – che il famoso e drammatico doppio downgrade dell’Italia, decretato da parte di Standard & Poor’s il 13 gennaio del 2012, costituì un giudizio basato su errori evidenti; quella stessa sentenza, inoltre, ha detto chiaramente che resta confermato il sospetto che tutti gli interventi di quell’agenzia di rating nei confronti dell’Italia nel corso dell’anno “orribile” 2011 furono caratterizzati da ‘sicuro pregiudizio’ nei confronti del nostro Paese: allora, dico, attenzione a che ciò non si ripeta. E aggiungo che questo ammonimento lo ribadisco anche nel mio libro, uscito circa un mese fa, intitolato “Sotto Attacco – Come le Agenzie di rating e la finanza speculano sulla nostra pelle”: il primo capitolo parla di un “De-javù collettivo” che preconizza proprio il ripetersi di quel drammatico scenario di fine 2011 e come evitare nuovi disastri. L’Italia sta attraversando un momento di grande debolezza oggi, forse anche più di allora, ma resta un Paese con dei “fondamentali” solidissimi; dunque, mi auguro che non ci piombino addosso nuovi giudizi ribassisti a stroncarci solo per la grave crisi sanitaria in atto. In fondo, quell’indagine da me condotta nei confronti di Standard &Poor’s ed il processo penale che ne è seguito - il primo e il solo, nella storia, intentato nei confronti di una agenzia di rating globale per manipolazione informativa del mercato finanziario - ha insegnato e dimostrato che un giudizio negativo di un colosso del rating non è la Bibbia! Anche loro possono sbagliare; non sono gli oracoli della verità; e non è certo un mistero sia che esse non operino in condizioni di particolare trasparenza, sia che spesso abbiano fallito le loro previsioni.

Dunque?

Dunque, non prenderei per oro colato quei giudizi e manterrei, rispetto ad essi, un critico distacco nella consapevolezza della nostra forza economica: un contegno critico, ma sano…

Però, dottore: S&P venne assolta. Come se lo spiega?

Vuol sapere più in dettaglio che cosa emerse nella mia indagine? Glielo ricostruisco volentieri. Accadde che quando tra il 2010 ed il 2011 ci fu la crisi dei debiti sovrani, la tempesta finanziaria ci colpì per il nostro elevato debito pubblico e la debole crescita economica; si diffuse progressivamente ed in modo inarrestabile, tra gli investitori, la sensazione di una irrimediabile debolezza e vulnerabilità dell’Italia: una sensazione di sfiducia collettiva che si propagò con la stessa velocità con cui si propaga un virus…che, in quel caso, ammalò gravemente il nostro Paese sotto il profilo economico-politico. Sta di fatto che quella rapida propagazione del virus della sfiducia nei confronti dell’Italia indusse – come, del resto, era assolutamente prevedibile – a vendite massicce dei nostri titoli di Stato (appunto perché si riteneva che il nostro Paese avrebbe potuto non onorare i propri debiti a scadenza e fare default) che, conseguentemente, persero rapidamente valore determinando un’impennata del famoso spread Bund-BTP e costringendo il nostro Tesoro a offrire maggiori rendimenti, con corrispondente aumento della spesa pubblica per interessi passivi sui nostri bond. Insomma, quel virus della sfiducia verso l’Italia determinò il panico sui mercati finanziari e gli investitori manifestarono in quel modo il timore che il nostro Stato Sovrano restasse irrimediabilmente travolto nella spirale. Ora, quella sensazione, quel “sentiment” – come usano dire gli addetti ai lavori – risultó enormemente amplificato per effetto dei contestuali “declassamenti” che, con un singolare e sospetto tempismo, furono decretati da alcune agenzie di rating di rango mondiale che, appunto, valutarono l’Italia come emittente sovrano sempre meno “affidabile” sotto il profilo del merito di credito (ossia, ripeto, della capacità di restituire, a scadenza, il capitale ricevuto in prestito dagli investitori piccoli e grandi attraverso la sottoscrizione dei suoi bond, i titoli di Stato). E fu così che ci spedirono per direttissima in ‘serie B’.

Ma dare il rating è il mestiere di queste agenzie!

Certo, non vi è dubbio! Ma l’informazione finanziaria ha regole precise e stringenti e nessuno può sottrarvisi: in fondo ogni scelta di investimento viene condizionata e determinata dall’informazione finanziaria sullo “stato di salute” di questo o quell’emittente (privato o sovrano). A me sembrava sospetta la tempistica di quella raffica di giudizi negativi che viaggiavano in parallelo con la speculazione finanziaria internazionale che, a cavallo tra 2011 e 2012, stava determinando una impennata dello spread Bund-Btp e precipitare il prezzo dei nostri titoli di Stato. Tutto ciò, unitamente ad esposti che mi giunsero sulla scrivania, mi indusse a studiare meticolosamente tempistiche e modalità di analisi finanziarie e dati macroeconomici a base di quei rating sull’Italia; in questo mi avvalsi – come strumento di raffronto – dei rapporti e dei dati di Banca d’Italia e di altre importanti istituzioni economiche e finanziarie sovranazionali. Analizzai, in particolare, il comunicato del 13/1/2012 con il quale Standard & Poor’s aveva annunciato il declassamento (tecnicamente downgrade) dell’Italia di ben due gradini, e conclusi che quella decisione – che, sia chiaro, costituiva una informazione finanziaria estremamente importante per i mercati, non era stata del tutto corretta e coerente con i nostri fondamentali macroeconomici. Ho cercato, così, di dimostrare che quell’agenzia di rating aveva operato una manipolazione del mercato attraverso una informazione finanziaria falsata sul conto dell’Italia. Al termine delle indagini ho, quindi, esercitato l’azione penale nella convinzione della fondatezza della mia ipotesi accusatoria e, a seguito di un complesso dibattimento innanzi al Tribunale, siamo riusciti a dimostrare che furono sicuramente commessi errori nelle valutazioni sul conto dell’Italia in occasione di quella retrocessione in “B”. Scoprimmo che c’era stato addirittura un vivace scambio di opinioni tra gli analisti di Standard & Poor’s alla vigilia di quel doppio declassamento dell’Italia: alcuni analisti avevano proposto di non pubblicare il report di declassamento poiché talune informazioni finanziarie sull’Italia non erano corrispondenti al vero: ma la Agenzia decise di dare corso, comunque, all’azione di rating negativa per l’Italia. Da allora siamo al rating BBB (appena due gradini sopra il livello spazzatura), sebbene i nostri titoli rientrino ancora nella categoria investment grade. Inutile dire che quando un Paese scende in serie B, perde prestigio e credito agli occhi e nelle valutazioni degli investitori internazionali che, naturalmente, puntano i loro capitali sui Paesi con punteggi superiori; per non dire del fatto che a livello regolamentare vi sono indicazioni, per alcuni grandi investitori, a non affidare capitali ad emittenti con punteggio “B”. Vede, nel lungo dibattimento innanzi al Tribunale di Trani, ho tentato con tutte le mie forze di dimostrare che nell’arco del 2011 e fino al gennaio 2012 vi era stato una sorta di “attacco” all’Italia, attraverso una manipolazione delle informazioni finanziarie fornite ai mercati da quelle Agenzie che avrebbero dovuto offrire un’informazione finanziaria puntuale e trasparente agli investitori di tutto il mondo.

E il tribunale?

Mi ha dato ragione solo in parte. Ha ritenuto che ci furono errori evidenti, ma non ha ritenuto pienamente provato che quegli errori fossero stati commessi volontariamente (con dolo, cioè). Ma, vede, se “errori” c’erano stati – ed a quei livelli – in relazione alla “pagella” assegnata ad uno Stato sovrano (non ad un emittente privato qualsiasi), si trattava di un fatto enorme e gravissimo: un errore che poteva essere accaduto altre volte in passato (e mai scoperto) e che avrebbe potuto nuovamente essere ripetuto in futuro.

Ma S&P venne assolta!

Furono assolti, ma attenzione: in relazione all’azione di rating che travolse l’Italia il 13 gennaio 2012 il Tribunale ha accertato che il fatto da me contestato ci stava tutto sotto il profilo oggettivo! Non ritennero sufficiente la prova sulla volontarietà del fatto; ribadisco, però, che aver divulgato ai mercati un’informazione finanziaria “errata” ha creato comunque un gravissimo danno economico-finanziario per lo Stato italiano: e forse sarebbe stato opportuno intentare una richiesta di danni nei confronti dell’autore di quel danno. L’inchiesta, in fin dei conti, ha fornito allo Stato una pronuncia giudiziale, ormai passata in giudicato, che ha accerta che abbiamo subito un declassamento basato su un errore. E c’è di più!

Cos’altro può mai esserci?

In sentenza, il Tribunale aggiunge una cosa ancora più inquietante. I giudici affermano che il verdetto assolutorio maturò anche per la “reticenza” di alcuni testimoni sentiti nel processo: sia testi appartenenti alla società S&P, sia testi appartenenti alle istituzioni dello Stato italiano. Alcuni personaggi apicali delle istituzioni – dice il Tribunale – non avrebbero pienamente assolto al loro dovere di dire tutta la verità nell’interesse dello Stato.

E poi?

Poi, nessuno ha chiesto alcun risarcimento: fine.

Da non credere. Una speculazione premiata!

Ma veda, quando si parla di speculazione finanziaria, in realtà non si evoca nulla di ontologicamente illecito, perché speculare è fisiologico in un libero mercato. C’è sempre qualcuno che cerca di guadagnare in una situazione di difficoltà economico-finanziaria di un emittente, privato o sovrano che sia. In sé, la speculazione non è un male. Il problema è, però, che sui mercati finanziari esistono - quanto alla informazione finanziaria - precise regole del gioco ed Autorità che devono farle assolutamente rispettare. Tutte le scelte di investimento avvengono sulla base di informazioni finanziarie, tra le quali ve ne sono alcune particolarmente rilevanti: tra queste, ci sono le informazioni sulla affidabilità degli Stati sovrani che, sotto forma di report o di rating, vengono fornite professionalmente (e sottolineo professionalmente) dalle Società di rating. Perchè la speculazione finanziaria non faccia danni e non destabilizzi i mercati e, conseguentemente, gli assetti geopolitici dei Paesi (attraverso rapidi spostamenti di enormi masse di capitali da una parte all’altra del globo), occorre un’informazione finanziaria sempre completa, corretta, tempestiva e trasparente: il che può avvenire solo se ricorre un controllo costante ed efficace dei regolatori; come la Consob in Italia, l’Esma in Europa, La SEC negli U.S.A.

Attualizzando questo discorso?

Attualizzando il discorso io dico che come è sempre importante la qualità della informazione finanziaria, così - specie di questi tempi - sono importanti le parole e gli annunci che provengono da personaggi influenti, apicali e comunque rappresentativi delle istituzioni politiche, economiche e del mondo bancario-finanziario.

A cosa si riferisce, a cosa sta pensando?

Penso al famoso scivolone comunicativo del 13 marzo scorso della presidente della BCE Christine Lagarde, al pandemonio che ne è derivato sui mercati (specie sulla Borsa di Milano) ed al fatto che sia stato necessario l’intervento del nostro Capo dello Stato e di un successivo chiarimento da parte della presidente Lagarde. Nei momenti critici, come quello che il mondo sta ora attraversando, occorre grande equilibrio, grande senso della misura e di responsabilità. Oggi la speculazione finanziaria è pronta a cavalcare la pandemia da Coronavirus: questo non lo si può impedire; ma occorre un surplus di attenzione e monitoraggio da parte delle competenti Autorità. Per questo, chi ha grandi responsabilità deve prestare massima attenzione nel fare annunci che possono avere impatto sulle piazze finanziarie. Correggere, poi, messaggi “infelici” puó essere ancora più problematico, perché ormai il danno è fatto, qualcuno se ne è approfittato e potrebbero derivare danni maggiori e ben più gravi. Se, poi, induci nel pubblico il sospetto di avere dovuto correggere a posteriori un determinato annuncio, lo sbandamento del mercato è maggiore.

Alla fine lei che idea si è fatta della situazione italiana di oggi sui mercati?

Dalla lunga ed affascinante indagine sui declassamento dell’Italia fra il 2011 e il 2012 ho studiato e compreso che l’Italia, a dispetto di un debito pubblico molto alto, ha ottimi fondamentali e un punto di forza assoluto nella ricchezza privata e nel risparmio: punti di forza che la terranno al riparo, anche nei momenti di maggiore difficoltà. Oltretutto, oggi prosegue un processo di rinazionalizzazione del debito pubblico (riacquistiamo i nostri bond e riportiamo il nostro alto debito pubblico nel perimetro dei confini nazionali) e questo ci da più sicurezza; certo, se si giungesse ad un accordo sull’emissione di Eurobond, il cammino verso una Europa (più) Unita sarebbe quasi fatto e, a quel punto sì, irreversibile! Nonostante la drammatica situazione che stiamo vivendo, prendo atto degli impegni assunti dalla BCE (di mettere in circolazione nuova moneta, con un Q.E di circa 750 mld di euro) e dalla Commissione Europea (di esonerare i singoli paesi membri dell’UE dal rispetto dei vincoli di bilancio pubblico stabilito per trattato): sono iniziative che possono segnare una svolta storica nell’Eurozona e dare nuova linfa a un Paese come il nostro che, particolarmente colpito dall’epidemia da coronavirus, dovrà poi fare inevitabilmente i conti con una prevedibile fase di recessione. Ma la nostra ricchezza privata, i nostri buoni fondamentali e, soprattutto, la nostra notoria capacità di rialzare la testa dopo stagioni di dolore, devono farci essere ottimisti.

Gli olandesi e i tedeschi non sembrano essere della stessa idea…

Se si riferisce alle polemiche sul MES, il meccanismo europeo di stabilità, su questo dobbiamo intenderci. Il MES ha una grande potenza di fuoco e confido che il nostro Governo faccia grande attenzione ai delicati meccanismi di attivazione di quegli aiuti. Di certo non credo che l’Italia accetti supinamente commissariamenti di sorta, che determinino una (ulteriore) riduzione di sovranità! Ma pensiamo positivo e incrociamo le dita!

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