L’Italietta nella rete sogna di diventare un totalitarismo

Controllo dei telefoni e riduzione delle libertà individuali? Avrebbero senso se si mappassero tutte le persone e si seguissero gli spostamenti degli infetti. Invece abbiamo una rete che non tiene. E lo deve ammettere la ministra

Marco Scotti
La connettività non È mai troppaed il futuro È della rete in fibra

«Bisogna fare come in Corea!» dicono studiosi, politologi, ma anche comunicatori e financo magazzinieri. D’altronde, se fino a ieri eravamo 60 milioni di commissari tecnici, oggi siamo diventati un popolo di epidemiologi, pronti a leggere i dati che ogni sera Borrelli snocciola e a trarne conclusioni che sono inevitabilmente una diversa dall’altra. E dunque la Corea, che sta oltretutto vivendo una recrudescenza di contagi – auguri e forza, questa battaglia si vincerà prima o poi – è stata presa a modello perché ha saputo mappare gli spostamenti dei cittadini affetti da Coronavirus, inibendo le possibilità di contagio. Come lo ha fatto? Prima di tutto eseguendo tamponi sulla stragrande maggioranza della popolazione (in Lombardia viene fatto mediamente a una persona con sintomi su quattro, tanto per fare qualche paragone), e poi installando una app nei telefoni dei positivi per evitare che girino in tondo infettando a destra e a manca.

Giusto? Giustissimo! E allora perché non farlo in Italia? Prima di tutto perché non facciamo sufficienti tamponi, e dunque se uno non viene rilevato come positivo, come diamine può sapere di esserlo, e quindi essere controllato a vista, mappato, microchippato o qualsiasi altra diavoleria? Poi, più prosaicamente, perché la Corea del Sud ha la velocità di connessione pro capite più alta al mondo. Ha una rete rapida, stabile e capillare, tanto che il WiFi gratuito non è un tabù. L’Italia? Se si esce dai grandi centri urbani è un colabrodo poco più evoluto dell’epoca del 56k e della sua inconfondibile musichetta.

Ma soprattutto, la banda è poca. Netflix e YouTube hanno annunciato il taglio del bitrate (la qualità dei video trasmessi) per evitare di congestionare i network europei. La ministra Pisano, che ha lanciato iniziative interessanti e meritorie come Solidarietà Digitale, si è trovata costretta a dichiarare che è «indubbio che siamo di fronte a limitazioni della banda e che, se quello che abbiamo ora è frutto di dieci anni di investimenti, non possiamo girare la manopola in due settimane e fare ciò che richiederà, invece, dai 24 ai 36 mesi». Tutto molto giusto, ma pensare che si debba pensare di usare internet con “parsimonia” (sempre copyright Pisano) fa un po’ impressione.

Vero, come al supermercato, l’italiano è incivile anche sulla rete e al momento l’80% del traffico globale è rappresentato da streaming e video game. Forse si potrebbe chiedere di usare in modo più responsabile, si potrebbe provare a privilegiare il lavoro e via dicendo. Ma il problema rimane. La Pisano non smentisce la possibilità (seppur remota) di un crash della rete, dicendo che «tecnicamente ci sono tutti i mezzi per non far collassare la rete». Insomma, non succede, ma se succede… sono cavoli amarissimi. Sanità, sicurezza, smart working: non ci possiamo permettere il crash.

E dunque la domanda sorge spontanea: senza tamponi e con una rete ballerina, davvero la soluzione è emulare la Corea? Non si rischia di scivolare verso un pernicioso e arbitrario controllo della popolazione senza motivazioni epidemiologiche? Un conto è tenere traccia dei movimenti di una persona infetta che potrebbe, a sua volta, contagiarne molte altre. Un conto è una sorta di Grande Fratello in cui tutti sono rintracciabili in qualsiasi momento. Per quanto ancora gli italiani potranno essere costretti a casa, prima che il lavoro, le esigenze sociali e la necessità - ad esempio - di rivedere qualche parente un po' più lontano non abbiano la meglio? #stateacasa può funzionare per un po', ma senza la percezione che qualcosa sta cambiando, con il continuo inasprirsi di sanzioni e provvedimenti, rischiamo di finire come la Corea. Del Nord.

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