ECONOMY OF FRANCESCO

I giovani economisti
mettono in campo le idee

Sussidiarietà, modelli di business sostenibili, attenzione alla persona: ecco i progetti sui quali i protagonisti di Economy of Francesco si confronteranno ad Assisi dal 26 al 28 marzo

Redazione Web
I giovani economistimettono in campo le idee
di Giacomo Ciambotti

Da diversi anni ormai stiamo assistendo a grandi sfide a livello internazionale che stanno trasformando profondamente il modo di concepire e gestire l’attività d’impresa. A questi cambiamenti epocali (crisi ambientali, crisi sociali e demografiche, rivoluzione tecnologica ecc.), le imprese stanno rispondendo con modelli e strategie creative che mettono al centro la persona in tutte le sue sfaccettature.

Questo è il tema centrale del villaggio "Imprese in Transizione”, che vuole rappresentare un’ipotesi concreta di lavoro su come le imprese stiano affrontando questa transizione e quali siano le sfide e le azioni da attuare a livello individuale e organizzativo per supportarla. 

Al cuore del nuovo modo di fare impresa c'è la presa di coscienza dell'impatto sociale e ambientale dell'impresa

Insieme ad Isaías Hernando (imprenditore spagnolo con il quale coordino il villaggio) e ad altri senior coinvolti, ci siamo trovati a scandagliare questo vasto tema, trovando al fondo di esso alcune domande che saranno gli spunti di lavoro per circa 200 giovani. Cerchiamo di sintetizzarli così: 

A. Come cambia la missione e il ruolo dell’impresa? 

B. Che modelli di business sostenibili esistono e come strutturarli? 

C. Che opportunità e sfide genera il progresso tecnologico in questa transizione? 

D. Che ruolo hanno le istituzioni, e soprattutto le università in questa transizione? 

E. Con che modalità e strategie può l’impresa guardare alla persona nella sua interezza (cliente, beneficiario, dipendente)?

Tutti questi aspetti sono vivi nella mia giovane esperienza di ricercatore nel campo dell’imprenditorialità sociale. Infatti, mi reco spesso in Paesi Africani come Kenya, Uganda e Ruanda, per attività di ricerca ed insegnamento a imprenditori, e ho avuto modo di confrontarmi proprio con questo fenomeno: l’impresa ha sempre più sfuocato i confini dei mondi profit e non profit, per creare invece soluzioni ibride che siano risposta viva ai bisogni delle persone e della società. Dunque, le imprese, soprattutto in questi contesti, nascono, si sviluppano e competono proprio per rispondere a bisogni degli individui (come acqua potabile, energia negli slums o centri medici e beni di consumo accessibili ai più poveri). 

Ho chiesto di recente ad una giovane imprenditrice che produce assorbenti lavabili in Uganda: «Perché hai iniziato tutto questo? Cosa ti muove?». E lei mi ha risposto decisa: «la mia comunità ha bisogno di questo». 

La ragione che accende e muove è un bisogno e una responsabilità, e l’impresa si trasforma quindi in sussidiaria al welfare. Al cuore di questo modo di fare impresa, vi è quindi la coscienza dell’imprenditore che tramite la propria attività (anche profit) si può generare impatto sociale e ambientale. Pertanto, ci accorgiamo sempre di più della necessità e della grazia di un dialogo vivo e produttivo a partire da Assisi, dal quale emergeranno azioni concrete (e creative) per contribuire a questa trasformazione del mondo imprenditoriale. Ciascuno di noi giovani potrà poi fare emergere nel proprio campo quella responsabilità verso il bene comune e muoversi con questo sguardo teso al bisogno di felicità che tutti abbiamo. 

Peace & business, un binomio che affonda le radici nell'antico testamento

di Giada Rosignoli 

Mi chiamo Giada, ho 35 anni, sono laureata in Consulenza Economica e Giuridica per l’Impresa, attualmente impiegata nel settore bancario. Partecipo con gioia ed entusiasmo a questo evento perché credo profondamente che si debba ridare un’anima all’economia! 

Mi è stato chiesto in particolare di occuparmi del villaggio Business and Peace, ed essendo io di Assisi (città della Pace) non potevo trovare miglior terreno di lavoro. Le mie iniziali riflessioni su questo tema sono state guidate dal capire il significato della parola “pace” nella Bibbia. Nell’Antico Testamento troviamo la parola “Shalom” come saluto di pace ma anche come condizione di pienezza e di armonia. Nel Nuovo Testamento per pace s’intende l’intima unione tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e il creato. “Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9) è innanzitutto uno stile di vita che richiede il coraggio di assumere scelte controcorrente: essere operatori di pace è tessere occasioni di riconciliazione nella propria vita e nella vita degli altri. 

È un cammino non semplice quello della pace. Desiderare di costruire l’unità, la fraternità, la comunione che porta al bene comune vuol dire mettersi in discussione e lavorare per favorire l’incontro reciproco.

Non basta dire «che bello sarebbe un mondo senza guerra», bisogna impegnarsi perché tutto sia orientato alla pace.  Non è vero che «una guerra ogni tanto serve all’economia». Numeri alla mano, le guerre portano solo devastazione, dolore e perdite: umane ed economiche. Ci rendiamo conto dell’impatto delle spese militari? È tutto necessario per la sicurezza nazionale? 

La finanza poi è percepita come qualcosa di troppo complesso e difficile, quindi lasciato agli “addetti ai lavori”. Questo ha creato un clima di disinteresse e impotenza - «Tanto io che posso fare?» - che ha giocato a favore di chi vede l’economia come tecnica per massimizzare i guadagni riducendo gli sforzi. Le aziende che producono armi, oggi, riescono ad avere utili importanti, ma questa non è la strada che conduce alla pace!

Per questo ci chiederemo: quali interazioni ci sono tra attività economiche, grandi aziende, funzionamento del mercato ed emersione dei conflitti? I consumatori possono agire come promotori della pace? Come riconvertire l’industria delle armi? Qual è il ruolo delle banche, del settore finanziario e degli investitori etici nel promuovere o nel mitigare conflitti locali e globali? 

Ci è chiaro che la velocità che caratterizza i comportamenti di questi ultimi tempi ci lascia perplessi circa le nostre capacità di gestirli ed adattarci. La miglior risposta ai nostri dubbi, perciò, rimane la consapevolezza che ciascuno di noi deve maturare. 

Le cicatrici che lascia una guerra sono devastanti. Colpiscono soprattutto i poveri e i vulnerabili. Se continueremo a subire passivamente e acriticamente quello che il mercato ci propone non sarà possibile un futuro di pace. È necessario cambiare rotta. La speranza riposta in Economy of Francesco è questa. Tutti abbiamo bisogno della pace. Noi giovani ci crediamo, e voi? 

Pace e bene a tutti!

La spinta al cambiamento

di Maurizio Pitzolu

Sono un ingegnere civile. Per molti anni dipendente di società multinazionali nel campo dell’energia, ho recentemente cambiato direzione alla mia carriera dopo aver letto l’enciclica di Papa Francesco che tanto ha contribuito al cambiamento di pensiero dei giovani che verranno ad Assisi. Una chiamata quella della Laudato si' che, come per tanti altri ragazzi, significa spinta ad un cambiamento radicale del paradigma economico e sociale del nostro tempo. 

Questa chiamata mi ha portato ad incrociare il mio cammino con quello di uomini di buona volontà che mi hanno coinvolto da subito sull’organizzazione dell’evento Economy of Francesco: parlo di Luigino Bruni in particolare, l’uomo che più di tutti ha voluto questo evento e che maggiormente si è speso con Papa Francesco per la sua costruzione. 

E la chiamata non poteva essere che quella di diventare il custode del villaggio “Energia e Povertà”. Una responsabilità grossa soprattutto perché accanto alla parola già impegnativa di “energia” ne abbiamo una ancor più complessa, “povertà”, che persino in una città come Assisi a volte è difficile pronunciare. Sono rimasto colpito infatti dallo scoprire che tra i 28 dipinti di Giotto in cui vengono rappresentate le scene più significative della vita del fraticello di Assisi ne manchi una importante: quella dell’abbraccio con il lebbroso, che incredibilmente è stata omessa dai mecenati dell’epoca perché non si sapesse che ad Assisi c’erano i lebbrosi! A noi tutti pertanto il compito di rimettere al centro quella scena e soprattutto di trovare idee, progetti, parole profetiche che possano ispirare i giovani di buona volontà a rimettere al centro il lebbroso, lo scartato di oggi, il povero vero, quello che da secoli paga il conto per gli altri. 

E quello dell’energia è un tema che non può esulare dalla parola povertà. Per decenni le guerre sono state spesso originate per garantire a stati potenti di potersi approvvigionare di risorse energetiche più economiche. Ancora oggi gran parte delle crisi internazionali nascono nelle zone ricche di petrolio e gas, instabili politicamente spesso per volontà dei paesi più ricchi. Per non parlare poi delle povertà energetiche negli stessi paesi produttori di energia, spesso paesi africani, che pur essendo ricchissimi da un punto di vista minerario si ritrovano a dover esportare le loro materie prime e a doverle reimportare raffinate ad un costo proibitivo per i locali. 

È un tema altrettanto importante poi l’impatto che il costo dell’energia ha sulla vita delle persone: l’energia infatti ha un peso importante nei budget delle famiglie ma il suo costo unitario è uguale per tutti, famiglie alto spendenti e famiglie più povere. Si può parlare di una democratizzazione dell’energia?

Questi ed altri saranno i temi trattati nel nostro villaggio, con la speranza e l’auspicio che lo spirito che soffierà leggero in quel di Assisi possa ispirare una nuova e profonda risposta al grido del lebbroso del nostro tempo. 

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