ECONOMY OF FRANCESCO

Dalla produttività all'equa distribuzione

Al di là delle intenzioni, lo storico dell'economia Giulio Sapelli mette in dubbio solidità e praticabilità dei messaggi che verranno espressi ad Assisi. E dà la sua ricetta per un'economia davvero "cattolica"

Redazione Web
Dalla produttività all'equa distribuzione

«Io penso che la predicazione di Papa Francesco sia naturalmente preziosa e buona, ma non sono convinto che sia protetta – in particolare nel caso di questo evento ad Assisi - da rischi di strumentalizzazioni e banalizzazioni»: è preoccupato Giulio Sapelli, storico dell’economia insigne e convinto cattolico, non tanto dei contenuti che “L’economia di Francesco” produrrà né tantomeno delle intenzioni e dei messaggi ma della loro solidità e praticabilità.

Le borse premiano le quotazioni delle aziende che licenziano di più e poi gettonano i fondi che si autodefiniscono "etici"

Ma lei che legge nella storia dell’economia i germogli dell’etica e del suo opposto, crede possibile rendere etico il capitalismo?

Mi riallaccerei all’Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritatem, che peraltro è stata trascurata da buona parte dei cattolici mentre aveva ed ha un contenuto rivoluzionario. Oggi invece, in un clima generale di moda green e di afflato un po’ sospetto verso un capitalismo solidale che nei fatti non si vede, temo si usi anche il Papa per dare una mano di vernice alla riproposizione degli schemi di sempre. Il capitalismo trasforma anche il messaggio papale in un fattore di produzione e di non equa distribuzione! Per questo mi mette un po’ in sospetto tanta enfasi su quest’iniziativa.

Non negherà che nei Paesi cosiddetti sviluppati si viva un clima di malessere e incertezze con pochi precedenti. Perché?

Perché è esploso il tema della disuguaglianza che cresce!

Non della spropositata ricchezza di pochi a fronte dell’imperimento dei più? In definitiva l’anatema della cruna dell’ago?

Non vedo tanto un problema sul tema della grande ricchezza dei pochi. Il problema è l’aumentare delle disuguaglianze e che non se ne parli abbastanza.

Che fare?

Per recuperare terreno sulla strada dell’eguaglianza bisogna rompere il tabù e tornare a parlare di forme diverse di proprietà. Si pensa che la disuguaglianza sia solo un problema di reddito, ma non è proprio così. Ci sono forme di allocazione dei diritti di proprietà che producono più disuguaglianza delle altre, e tale sicuramente è il modello capitalistico. Una risposta sicuramente incisiva anche se parziale è la proprietà cooperativa che fa fare grandi passi avanti al sistema verso una minore disuguaglianza. E vorrei soprattutto citare quel che Amartya Senn indica come fondamentali in una società, cioè la massima disponibilità dei mezzi che ciascuno ha a disposizione per elevarsi, per migliorare la propria condizione.

Ci definisca allora l’uguaglianza possibile e necessaria….

Uguaglianza non vuol dire essere tutti uguali ma che non ci siano gradi estremi di povertà e gradi immensi di ricchezza; ma soprattutto vuol dire offrire a tutti pari opportunità di accedere a beni essenziali. Questa è l’uguaglianza vera, l’unico modo per tenere insieme la visione del mondo liberale e quella socialista. 

Ma torniamo al tema delle forme diversificate e compatibili di proprietà… 

Io ribadisco che la proprietà capitalistica deve essere temperata da forme cooperative e not-for-profit, che sono a loro volta uno strumento poderoso. Ovviamente bisogna valutare da caso a caso. Per esempio, nel vasto settore dei cosiddetti common goods, come l’acqua, ci sono numerose forme di comunità di gestione collettiva delle risorse essenziali. Ancora oggi come secoli fa ci sono Paesi in cui in alcune comunità l’acqua ancora viene amministrata dagli anziani dei villaggi, e quando occorre sostituirli subentarno funzionari statali che la ripartisocno alle famiglie in proporzione con il numero di figli che hanno… E credo che alcune tipologie di servizi pubblici sarebbe meglio per tutti anche nei paesi ricchi se fossero gestiti da cooperative dove i consumatori vengono a coincidere con i proprietari, un po’ come accade, nei casi virtuosi, con le aziende municipalizzate.

Non trascuriamo l’inquietante fenomeno dei mercati borsistici che premiano le quotazioni delle aziende quando tagliano il personale. Come per encomiare il trasferimento del valore dal fattore-lavoro al fattore-capitale…

Certamente, il fenomeno è questo: si riduce la redistribuzione del reddito al lavoro e la si incrementa al capitale. Navigando intanto in un mare di contraddizioni. Perché le stesse Borse che premiano le quotazioni delle aziende che licenziano di più, poi gettonano i fondi che si autodefiniscono etici. Personalmente sono stato consigliere d’amministrazione in varie società dove, quando si chiudevano i conti annuali, si sentiva sempre il bisogno di annunciare un piano di tagli, altrimenti si diceva che il titolo in Borsa non sarebbe salito, a dispetto magari di ottimi risultati. E io votavo sempre contro! E’ il paradosso della finanza: premia i fonti etici e premia chi licenzia!

La proprietà capitalistica deve essere temperata da forme cooperative e not-for-profit da valutarsi caso per caso

Non servirebbe un po’ di nuova regolamentazione? 

No, sono contrarissimo. Si può solo auspicare e promuovere l’autoregolamentazione, abbiamo già troppe leggi, abbiamo creato già disastri, fissato prezzi a casaccio come nella vecchia Unione Sovietica. Ci si può affidare solo alla libera volontà di imprenditori e lavoratori e consumatori, i fallimenti della regolamentazione imposta dall’alto sono davanti ai nostri occhi.

Però come attendersi un’autoregolamentazione da imprese che poi, sui mercati globali, devono fronteggiare concorrenti che operano in regime di social-dumping?

Be’, certo: la fattibilità di questi interventi va commisurata a quanto sia possibile fare sostenendo la competizione, dunque deve essere associata all’efficacia e all’ esigenza del contesto di mercato dato. Come del resto va fatto anche con le altre forme di allocazione della proprietà capitalistica. I criteri organizzativi di efficacia ed efficienza devono sovradeterminare tutto questo.

Una domanda specifica: che ne pensa della tassa sui robot? Persino Bill Gates l’ha definita forse utile.

Sono contrario: la redistribuzione non si ottiene con le tasse ma con l’aumento dei salari… Quanto ai rischi dell’automazione per il lavoro umano, sono tutti da misurare e leggo pareri e stime discordi. Comunque tassare le imprese non porta mai nulla di buono.

Lei ha vissuto la fine dell’utopia di Olivetti, cosa resta di quella lezione?

Solo molti discorsi senza senso, salvo rare eccezioni. Perché chi fa, oggi, quello che faceva Olivetti? Per esempo dare un aumento salariale a chi frequenta l’università?

Una pietra miliare per la dottrina sociale della Chiesa fu l’enciclica Rerum Novarum. Che ne pensa?

Ebbe un’importanza enorme perché creò le organizzazioni sindacali cattoliche. La Chiesa, pur non essendo favorevole alla sindacalizzazione, di fatto la rese possibile: senza quell’enciclica non avremmo avuto l’importantissimo sindacalismo cattolico e la stessa nascita del cattolicesimo sociale che ha cambiato il mondo quanto la nascita del socialismo. La Rerum Novarum fu una dura critica allo stato liberale, un atto rivoluzionario. L’iniziativa di Assisi mi sembra un atto minore.

Commentando la Caritas in veritate, l'ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha detto: «Uno sviluppo di lungo periodo non è possibile senza l'etica. Questa è una implicazione fondamentale, per l'economista, dell'"amore nella verità" (caritas in veritate) di cui scrive il Papa nella sua enciclica. Per riprendere la via dello sviluppo occorre creare le condizioni affinché le aspettative generali, quelle che Keynes chiamava di lungo periodo, tornino favorevoli. È necessario ricostituire la fiducia delle imprese, delle famiglie, dei cittadini, delle persone nella capacità di crescita stabile delle economie». Che ne pensa?

Penso che alla fin fine è lo spirito di carità che si deve stimolare, quello che nasce nei cuori degli uomini, non quella istituzionalizzata che si pretende di imporre per decreto…

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