Una miscela esclusiva salverà il Prosecco (e l'Italia)

Ermenegildo Giusti, l’imprenditore illuminato emigrato in Canada a 17 anni, è tornato sulle colline trevigiane, dove è nato, per produrre Prosecco e coltivare speranze: “La multiculturalità è imprescindibile per progredire, come la mescolanza di uvaggi nei vini”

Germana Cabrelle
Una miscela esclusiva salverà il Prosecco (e l'Italia)

La luminosa sala per l’accoglienza degli ospiti è decorata con grandi cerchi di foglie di vite dorate. Al centro campeggia lo stemma araldico simbolo della nobile famiglia di Conegliano di cui i Giusti sono discendenti. Ermenegildo Giusti è nato qui, 65 anni fa, fra i terreni vitati delle colline trevigiane, ma ha la residenza in Canada da 47 anni: i primi 25 trascorsi in British Columbia e gli ultimi 22 in Alberta.  Nel 2000 Giusti acquista i primi due ettari di terreno divisi in dieci tenute ubicate nel Montello e lungo la piana alluvionale della Destra Piave, precisamente a Nervesa della Battaglia. Il suo obiettivo è produrre il vino più buono del mondo.

“Sono partito dall’Italia non ancora maggiorenne con 20mila lire in tasca, strappato ai miei affetti più cari ma promettendo a mio padre che sarei tornato ad ogni Natale. Ho mantenuto questa promessa, perché ad ogni dicembre, da allora volo qui. Avevo, all’epoca, una fidanzata in seguito diventata mia moglie, infatti sono rientrato in Veneto per sposarla esattamente due anni dopo essere emigrato”.

Gildo Giusti è un uomo di parola che ha fatto dell’etica professionale la sua bandiera e questa rettitudine gli è valsa la costruzione di un impero in Canada. È un uomo ricco in tutti i sensi, non solamente economico. È a capo della Giusti Group of Companies, una holding con otto aziende in totale, specializzata nella costruzione di grattacieli che poi rifinisce attraverso la Julien Ceramica Town, uno dei più grandi importatori di piastrelle italiane nel settore dei pavimenti. “Lavoriamo in tutta l’Australia – precisa Ermenegildo Giusti - vendiamo dall’Alaska al Golfo del Messico e negli Stati Uniti siamo a Seattle e a Portland San Francisco”.

Insomma, Giusti Group è una potenza, tant’è che rientra nel novero delle più grandi imprese edili d’oltreoceano.
Partito giovanissimo con il diploma di terza media, nel 2007 Ermenegildo Giusti è stato insignito di laurea honoris causain dottorato del lavoro ed ingegneria edile rilasciata congiuntamente dagli atenei di Venezia, Padova e da un’università statunitense. È amico di Sharon Stone negli Usa come di Luciano Benetton a Treviso. Il legame con la terra d’origine non si è mai reciso.
“Il mio sogno – racconta Giusti – è sempre stato quello di costruire qualcosa in Italia: mi sentivo in dovere di farlo per ringraziare la mia famiglia e il mio Paese. Quando sono tornato nella terra da dove ero partito, ho trovato aree abbandonate e incolte, tesori storici e architettonici dimenticati. Per me è vitale che il paesaggio e la terra siano in armonia con la natura. Così ho voluto recuperare anche l’Abbazia benedettina di Sant’Eustachio a Nervesa della Battaglia (Treviso) dove Monsignor della Casa scrisse il Galateo”.

Qualche dato? Giusti Wine in cifre ha un fatturato di 3,5 milioni di euro, 24 dipendenti in organico, produce 400.000 bottiglie ed è presente in 29 Paesi del mondo tra cui Europa (20%), Canada (50%), Nord America (10%) Asia (Cina Sud Est Asiatico) (20%). Gli obiettivi prefissati da raggiungere entro il 2022 sono di aumentare a 750.000 le bottiglie grazie all’avvio della nuova cantina ipogea a Tenuta Sienna, la piantumazione di nuovi vigneti, e di raggiungere il fatturato di 7 milioni di euro.
Tutti i vini Giusti sono prodotti con antiche lavorazioni, cercando di ridurre al massimo l’impatto ambientale. Sono, in sintesi, espressione autentica del territorio.
 
Signor Giusti, la passione per il vino, esattamente quando nasce?
Ce l’ho sempre avuta. La mia infanzia l’ho trascorsa i tra vigneti di famiglia, che da piccolo era il posto dove giocavo con gli amici. I ricordi più belli della mia infanzia sono legati proprio alle vigne e se chiudo gli occhi e ripenso a quei momenti, mi sembra ancora di sentire il ronzio delle api intorno ai grappoli succosi. Un tempo si vendemmiava tardi, verso fine settembre o inizi di ottobre, i grappoli di Prosecco erano color giallo marrone. Che bei ricordi!
 
Come ha trovato l’Italia attuale?  
Io amo l’Italia e da emigrante, essendo partito giovane e da solo, ho sempre rimpianto il giorno che sono andato via, ma non c’era futuro per me qui, come è difficile per i ragazzi di adesso. Una persona può avere successo nella vita in un Paese che ti mette nelle condizioni di averlo. Io amo tanto il Canada e mi sento canadese più che italiano, proprio perché in Canada ho avuto la possibilità di esprimermi e sono stato abbracciato e accolto fin dal primo momento. Ma c’è sempre stato questo desiderio di fare qualcosa anche in Italia e per l’Italia. Mi sono sempre vestito Italiano in tutta la mia vita, accordando preferenza a firme come Armani, Zegna e Prada. Anche i materiali per il mio lavoro provengono dall’Italia, per milioni di euro. In quarant’anni non ho mai comprato un container di piastrelle dalla Cina, ma rigorosamente sempre e solo tutto italiano, perché i nostri prodotti sono i migliori del mondo. Ritornando in Italia, è stata una delusione per me vedere come si è ridotto il mio Paese d’origine, politicamente e socialmente. I miei ricordi dell’Italia sono legati alla vecchia generazione di trevigiani: gente seria, che lavorava. Oggi è diverso, non è quello che mi aspettavo, è cambiato tutto, ed è triste.
 
Crede ci siano possibilità di uscire da questa crisi?
Sì, io credo comunque a un’Italia che si possa riprendere. Per questo ho investito in Italia, il più bel Paese del mondo: con un clima invidiabile, una cultura e un’arte millenaria, la cucina migliore in assoluto, i vini strepitosi. Nessun altro Paese possiede tutte queste eccellenze messe insieme. Valorizzarle e diffonderle nel migliore dei modi consentirà la ripresa.
 
Oltre a questi talenti innati, su cosa dovrebbe puntare l’Italia per migliorare?
Nei prossimi 30/40 anni avremo un’Italia multiculturale, non più formata da soli italiani di oggi ma da un mosaico di etnie e un miscuglio di culture che renderà il nostro Paese ancor più bello di quello che è. Con questa influenza estera, innestata in un sistema latino, la politica e la corruzione spariranno, a beneficio di un sistema più anglosassone. Questo penso io. Perché ho assistito a questi cambiamenti già due volte nella mia vita: e con l’incremento delle razze, la mentalità cambia. Un esempio?  Nel distretto regionale della Fraser Valley, in Canada, all’inizio c’erano solo quattro famiglie indiane, mentre ora tutto è in mano agli indiani e anche in parlamento ora siedono persone col turbante. All’inizio non c’erano esponenti di colore al governo, mentre ora si vedono molti ministri originari dell’India. Io auspico questo cambiamento anche per l’Italia ma bisogna cambiare mentalità, porsi diversamente. La mia bisnonna era ebrea e un’altra antenata per ramo materno era austriaca, dunque anch’io sono per il 30% italiano. Le mentalità razziste sono dei piccoli paesi. Quando parliamo di integrazione in Italia, bisogna essere onesti e dire che non c’è neanche fra gli italiani stessi, che sono intolleranti anche quando parlano del Sud Italia. A me fa male il cuore tutto questo, perché i miei migliori amici sono meridionali. In Canada noi siamo “italiani all’estero”: perché ogni Paese porta ricchezza e personalmente, crescendo in un mosaico di razze, mi ha consentito di diventare un uomo migliore. La mia azienda stessa è un esempio di multicultura: la Giusti Group è una multinazionale per definizione, ed è esattamente quello che sognavo da piccolo, ossia fare un unicumal di sopra e oltre i confini, soprattutto di mentalità. Perché tutte le persone di qualsiasi provenienza geografica hanno qualcosa di buono da dare e da cui imparare. I cinesi, ad esempio, sono stati quelli che mi hanno dato il primo aiuto concreto nel realizzare grandi progetti. Ho lavorato per Li Ka Shing, il più ricco cinese in Hong Kong. Per questo il mio ringraziamento va a tutto il mondo. E sa come intendo ringraziare tutte le persone del mondo che per me sono state importanti?
 
Come?
Mio padre offriva un bicchiere o una bottiglia di vino agli ospiti importanti che facevano visita in casa: il prete, il dottore, l’avvocato. Ecco, mi sono detto questo: per ringraziare il mondo voglio produrre il miglior vino possibile.  

Quindi per questo è tornato in Italia?
Sì. Perché intendo scommettere nel futuro dell’Italia, per i prossimi 30, 50 anni, per i figli dei miei nipoti. Perché credo fermamente che l’Italia tornerà ad essere grande grazie proprio al miscuglio di tutte le razze del mondo.

Blend, si dice in gergo enologico   
Ho investito nel settore del vino perché è il più naturale per me, ma anche in riqualificazione. Nel 1998 ho cominciato a comprare terreni vocati a vigneti tutto attorno alle nostre proprietà di famiglia. Oggi abbiamo gli appezzamenti più belli della Marca Trevigiana, tra cui anche l’abbazia di Sant’Eustachio dove Monsignor Giovanni Della casa ha scritto il Galateo, abbandonata da un secolo e bombardata nella prima guerra mondiale. Ha donato alla comunità il restauro dei resti di quell’abbazia, per averla in uso per 80 anni. L’ho restaurata perché rimanga in piedi per i bambini e per i giovani. Era come se aspettasse me per il recupero e personalmente è stato il più bel capriccio: spendere 2 milioni di euro, che per me non cambiano nulla, per la soddisfazione di rimettere in piedi ciò che da 100 anni erano macerie, per poterla rivedere maestosa tutti giorni nella sua bellezza. Ecco: questo vale molto di più dei soldi che ho messo.   

Quindi è arrivato il momento del ritorno alla  terra, nella sua terra…           
Sì, per me è una gioia immensa tutti i giorni quando sono qui a Nervesa. Parto in jeep a vedere una ad una le mie proprietà e i miei luoghi natii. Mi trasmettono un’energia che non ha prezzo. Ma mi alterno fra Italia e Canada.     


La Giusti Wine quanti vini produce?       
Abbiamo dieci tenute, una più bella dell’altra, che vicino hanno anche le unità di accoglienza per gli ospiti. Sette sono situate in collina e si chiamano Abazia, Amelia, Ava, Aria Valentina, Maria Vittoria, Emily e Sienna; e tre nella pianura a destra del fiume Piave, denominate Rosalia, Rolando e Case Bianche. Noi siamo i più grandi proprietari di terreni in questa zona, con più di 100 ettari vitati, 160 ettari di terreno acquistati, una ventina di ville. Cerco di coltivare alla maniera dei miei vecchi, ossia senza sostanze chimiche per fare morire l’erba. Credo ai cloni resistenti e sono stato fra i primi a piantare vigneti che non si devono trattare: solo tre passate di zolfo all’anno, non decine di trattamenti. Sono contrario ad usare i pesticidi, perché intaccano le radici delle viti e si ritrovano poi nel vino. Le mie viti sono giardini, non campi, ma parchi. Abbiamo un laghetto con la torre, dove ogni anno nascono rane che  fanno il loro ruolo per gli insetti nelle vigne. C’è un ecosistema in equilibrio insomma. Produco Pinot Grigio, Chardonnay, Asolo Prosecco Superiore Docg e Doc Montello e Colli Asolani, Souvignon blanc, Merlot, Cabernet Frank e Cabernet Souvignon. A Negrar produco anche Amarone e Ripasso Valpolicella. Qui sul Montello ho appena ultimato la nuova cantina che ho l’ambizione diventi fra le più belle in Italia. Io ci metto l’anima in tutto quello che faccio ma, soprattutto, non lascio nulla a metà. Sto trasmettendo questi ideali e valori anche ai miei nipoti.
 
Quanto è importante per lei la passione, anche in questa operazione di produttore di vino?
Trasferire l’emozione e la passione per quello che si fa è la cosa più importante. Aprire una bottiglia di vino è felicità, per celebrare un momento, quando arriva una persona. Non sarei capace di fare un vino non buono.   Questo è stato il mio credo da sempre, in tutto, fin da giovane. Non sono mai partito con l’idea di dover fare i soldi. Se dovevo guardare l’aspetto economico non avrei certo investito nel vino, in questo momento: avrei fatto altro di vantaggioso. Qui in Italia ho investito per il futuro. Se vuoi fare una piccola fortuna nel vino, devi partire con una fortuna già grande, e le costruzioni di grattacieli con la mia azienda in Canada sono servite per generare ricchezza. L’operazione nel settore del vino, in sé, è per dire: passo gli ultimi anni della mia vita a fare, forse, quello che avrei dovuto fare già da tanto, ossia dedicare tempo per me stesso e lasciare qualcosa alle prossime generazioni. Non consiglierei a nessuno di fare quello che ho fatto io qui nel trevigiano, perché è un investimento importantissimo, ingente. Penso che in futuro verranno anche le soddisfazioni, ma nel mio caso le componenti che mi hanno mosso sono state la passione e la voglia di fare, non sono certamente legate a un profitto immediato.

Ma è fondamentale anche guadagnare…
I soldi vengono da soli ma bisogna essere professionalmente seri e preparati. Arrivano anche dopo tanti anni, non subito. Perché è il merito a pagare. E le capacità e i meriti si misurano nel tempo.

Cosa è stato determinante per il suo successo?   
Sono una persona molto semplice e trasparente e per me l’amore per la gente e l’onestà nel lavoro sono stati determinanti. Preferivo perdere soldi piuttosto che scontentare un cliente. Il cliente soddisfatto è sempre stato il primo obiettivo della mia mission e vision aziendale. Abbiamo vinto l’Oscar per le migliori costruzioni edili realizzate ma per me quelle medaglie non sono importanti tanto quanto vedere la gente contenta. E l’amore e lo sforzo che mettevo nel dare il meglio in quello che facevo, erano talmente forti  e motivanti che vendevo di più.

Quindi, per sua esperienza, sono i valori personali che concorrono alla realizzazione e al successo?
La vita è creata intorno all’amore: è questo il motore che fa andare avanti tutto. Dedico tempo alle persone a cui tengo: alla mia famiglia, ai miei dipendenti. Alcuni miei operai si sono tatuati il nome Giusti sul corpo e questo è un grandissimo onore per me! Uno fra i più bravi lavoratori che ho in cantiere proviene dall’Afgnanistan, Paese che ha lo stigma di sfornare terroristi. Sento che qui in Italia si parla male dei rom: io ne ho più di 1000 che lavorano a libro paga per me. Il successo vero è come tratti le persone: io amo loro e loro amano me. Questo è tutto. Qui in Italia ci sono i furbetti, non si sa mai chi ti dice la verità, ma questa astuzia non vale niente, perché bisogna usare le energie positive per crescere, non il contrario. Del Canada amo il sistema, l’etica, la semplicità e la sincerità. In Italia sarei rimasto un operaio in fabbrica, sarebbe stato impossibile per me realizzarmi perché sono una persona onesta e sincera e con questi principi non si può sopravvivere in Italia, tra falsità e bugie.         

È convinto che si possa ancora cambiare?           
Certo che sì. Abbiamo il più bel clima del mondo e questo calore in senso metaforico dovrebbe riuscire a contagiare le persone. Siamo un Paese in transizione. Personalmente non ho vissuto a Milano o Roma ma posso dire, per quello che riscontro, che nei piccoli paesi c’è ancora tanta invidia ed è questa che va debellata. Quando ho deciso di donare i soldi per il restauro dell’abbazia di Sant’Eustachio, ho dovuto sostenere una lunga trafila burocratica per l’anticorruzione, solo per il fatto di regalare denaro a una comunità. Ecco, è questo che non mi piace dell’Italia: la mentalità farraginosa e diffidente di mettere tutto in discussione, di complicare anche iter semplici. Nei corsi di business in Canada la prima regola che si insegna è che un good business è quando tutti e due vincono. E io l’ho dimostrato con la mia azienda, dove ho persone e famiglie che da quarant’anni sono con me. In Italia c’è, purtroppo, ancora una visione di paese, non di largo respiro, mentre in Canada è canadese l’indiano, sono canadesi i figli di arabi, persiani, indiani, africani. Nel mio staff ho amici e operai dalla Libia, dalla Palestina, nati in Siria, dalla Giordania, Abu Dhabi...    


Servono valori etici quindi, più che economici?  
E’ molto semplice questa regola: la gente vuole sentirsi bene, in ogni contesto, e dobbiamo metterci in testa che è questo che dobbiamo trasmettere. Dobbiamo elevarci in alto. Questa corsa all’ingiù, in tutti i sensi e in ogni campo, nel pubblico come nel privato, è tutta sbagliata. Il mondo si aspetta il meglio dall’Italia. Questa cosa l’ho capita immediatamente nel vedere gli altri che erano felici nel conoscermi in quanto italiano. Dall’Italia non si vuole il prodotto cheap ma la qualità superiore. Uno dei nostri problemi, forse o quasi sicuramente, è la cultura italiana a visioni ristrette: dobbiamo imparare a rispettare le altre nazionalità e razze, capendo cosa vogliono. Il cinese, per esempio, ha la storia più lunga della nostra. E poi se qualcuno è rimasto indietro bisogna educare, non avere paura: siamo tutti uguali e nelle singole diversità risiede la vera bellezza. Se qualcuno è meno fortunato, abbiamo anche il dovere di aiutare: ho devoluto soldi per costruire due scuole per 1200 bambini siriani in Giordania. Non vivo né in Siria né in Giordania e non ho interessi laggiù. Era solo una cosa giusta da fare e l’ho portata avanti anche con l’attrice Sharon Stone. Esiste un karma e se fai qualcosa di non giusto ti torna indietro; analogamente se fai qualcosa di buono ne trai beneficio.          

Lei è credente?
Sono credente e credo nell’energia positiva, nella solarità delle persone. Bisogna stare lontano dalle persone negative, che non irradiano luce e svuotano di energia. Non spendo tempo con persone lamentose e pessimiste. Se sei sempre negativo con tutto, avrai soltanto negatività, attirerai negatività. Fin da piccolo la penso così.

Cos’è la ricchezza?  
La ricchezza è uno stato della mente, risiede nell’anima la ricchezza. Anche negli affari come negli affetti, il primo istinto proviene dal divino. Io non ascolto altro che quella voce, non mi consiglio con nessuno, non mi lascio influenzare o convincere. Sono un leader, sono alfa. Vivo e muoio con le mie idee.         

Fa parte della scuola della vita anche l’insuccesso?       
Quando è crollato il mercato negli anni ‘80 quel periodo e quella congiuntura sono stati per me di grande insegnamento. La vita è bella. Tutto è emozione ed esperienza, anche o soprattutto le difficoltà. Altrimenti come si fa ad imparare? La vita è la somma algebrica di soddisfazioni, sbagli e sogni. Da piccolo giocavo con le costruzioni, facevo le casette col traforo, sognavo di innalzare grattacieli. Ed è esattamente quello che ho fatto nella vita. Oggi sono tecnicamente in pensione, perché a 65 anni in Canada si percepisce la pensione. Ma io non la voglio, ho già detto che se la tengano. Se io a 17 anni, anziché in Canada fossi rimasto qui in Italia, sarei stato un operaio semplice, non un imprenditore affermato.  E anche nel vino ho instillato questa energia ai miei figli, che lavorano giorno e notte: qualsiasi cosa succeda, la Giusti Wine sarà la più bella cantina italiana e produrremo il vino più buono al mondo. Assertività occorre.

Quando non lavora cosa fa?
Disegno e dipingo. Mi piace ritrarre le persone, i miei nipotini in particolare. Ne ho otto.
 
Anche la bellezza migliora la vita?
Se guardi la natura, ti spiega tutto: prendiamo il Montello, per esempio, ci sono gli alti e bassi delle colline, come nella vita. Non serve andare all’università per capire questi assunti: è sufficiente guardare la natura che è arte e bellezza nella forma e pronuncia più alta. 

Ha un consiglio da dare?    
Sì, di seguire sempre il proprio istinto. Se si ha in animo di fare una cosa, agire.
La prima decisione che si sente forte dentro, non viene da te, ma da chi ti vuol bene, dal Cielo.

Dopo aver parlato un’ora e mezza per questa intervista, Ermenegildo Giusti mi interroga: “Quanto tempo ti ho dato? Ecco: il tempo è la ricchezza più importante che abbiamo – conclude. Siamo qui per poco tempo ed è per questo che bisogna dare valore a ogni nostra azione”.

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