EDITORIALE

Furio Camillo cercasi,
ma i barbari siamo noi

Sergio Luciano
Furio Camillo cercasi, ma i barbari siamo noi

Ma insomma, siamo un Paese f…ritto o siamo ancora in tempo per ritrovare la strada?

A guardarsi attorno, dentro e fuori i confini, viene da star male e da dire che siamo fritti. L’Unione Europea, al di là della retorica, è una specie di larva politica esposta all’egemonismo di una Germania a sua volta in crisi, contrastata dalla velleitaria e socialmente inquieta Francia (la storia si ripete). La Banca popolare di Bari è finita a tappeto non solo per la grave “malagestio” ma anche per aver dovuto – su input della Banca d’Italia – sopperire di tasca sua al salvataggio della Tercas che proprio la Bce filo-tedesca proibì, permettendo oggi ai lander di fare peggio salvando la loro NordLB. Due pesi e due misure, come quelle che ora, con l’Unione Bancaria, Francoforte vorrebbe ancor più imporre all’Italia bancaria sui Btp, fregandola.

La vittoria di Boris Johnson non segna solo l’attuarsi della Brexit ma soprattutto smentisce due anni di gnagnera europeista di sinistra, secondo cui l’ostilità britannica per Bruxelles era dei vecchi e non dei giovani. Palle.

Gli Stati Uniti sono in balìa di un magnate cafone al di sotto di molti sospetti, in odore di impeachment, eppure ad oggi privo di veri concorrenti alla rielezione. La Russia è una dittatura militare, la Cina ancor di più – brucia i libri dei dissidenti come in Fahreneit 451, contesta i diritti di Hong Kong, inserisce nei testi sacri dello Stato il pensiero di Xi Jinping, nominato capo assoluto a vita, esegue 16 mila condanne a morte all’anno e censura Internet, usandolo per spiare il mondo. Ed è corteggiata dall’Europa, che ostracizza però Putin. Intanto l’Occidente ipocrita idolatra Greta e poi valorizza 2000 miliardi di dollari in Borsa la compagnia petrolifera Aramco, prima produttrice di CO2 al mondo col 4,5% delle emissioni totali.

Il capitalismo annaspa privo di ideali e vilipende con le opere quelli che – come la sostenibilità - finge di sposare per “fare il buono”. Dopo il crollo del comunismo non sa più offrire ideali, salvo quello di una crescita forsennata della redditività del capitale a danno del lavoro, per cui solo chi taglia posti va bene in Borsa. La sinistra si occupa di diritti civili – lgbt, fine-vita eccetera, tematiche gravi eppure dimensionalmente minoritarie – e ignora quelli sociali. Che diventano benzina per i populismi della destra e del nulla, da Casa Pound ai Grillini. Le sardine – pur meritevoli di attenzione – per ora sembrano folclore: di nuovo un movimento “contro” e non “pro”.

Il ministro dell’Istruzione dice, a mercati aperti, che l’Eni deve abbandonare il petrolio. Un’asineria. Il ministro della Giustizia dice che “se non si dimostra il dolo il reato è colposo”. Un’altra asineria. L’unico, autoproclamatosi leader ideologico democratico, Grillo, lo è talmente da dire ai suoi di non rompere i coglioni. Il Presidente Mattarella ci avverte che l’evasione è “indecente”. E allora cosa abbiamo fatto dalla caduta di Berlusconi in qua? Cos’hanno fatto Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e Conte 2? Se crolla un ponte autostradale e uccide 43 persone, e dopo un anno e mezzo i suoi gestori privati si accorgono che forse è colpa se non loro dei loro manager e intanto le Procure si guardano bene dall’essere arrivate a un ”dunque”, che capitalismo è e che giustizia è?

Ci vorrebbe un Furio Camillo, capace di dire ai barbari, quelli esterni ma soprattutto quelli interni, che l’Italia può sì ritrovare se stessa - quel Paese mitico, passato tra il ’45 e il ’65 dall’essere nazione agricola sconfitta, devastata e povera a sesta potenza economica mondiale - ma solo ritrovando maturità, serietà e impegno. Di fronte ai barbari, ai nuovi Brenno che ci chiedono la ristrutturazione del debito da Francoforte o di fronte al razzismo di qualche valle alpina o alla disoccupazione imposta al Sud da un magnate indiano, ci vorrebbe una classe dirigente tutta nuova, di Furi Camilli democratici, capaci di dire che né con il debito pubblico né con la violenza intellettuale si libera il Paese ma con il lavoro duro e serio, quello su cui i padri Costituenti lo rifondarono. Ma al momento questa nuova classe dirigente proprio non si vede.

P.S. E allora perché una coverstory sull’imprenditoria immigrata che funziona? Perché è un tipico sintomo del Paese reale che nonostante tutto sa trovare la sua strada anche in mezzo alle peggiori intemperie. Perché nonostante razzismi e xenofobie, l’Italia ha bisogno di immigrazione sana, e tantissimi elettori leghisti sono i primi a pensarlo. Sana significa inclusa, operosa, rispettata e rispettosa. Ci vorrebbero regole serie e non ci sono. E burocrazia efficiente, e non c’è.


IO CE L’HO PIÙ LUNGO, IL SUPERYACHT
Una bellissima azienda italiana, la Sanlorenzo, è andata in Borsa un paio di settimane fa raccogliendo ben 193 milioni di euro e qualificandosi come il primo produttore mondiale di superyacht, quei barconi per super-ricchi che si qualificano per essere lunghi oltre 30 metri. Pochi giorni dopo, Azimut Benetti – un altro gran bel gruppo nautico italiano – ha rivendicato la leadership nella stessa graduatoria con una pubblicità (un comunicato stampa era troppo “dialettico”?). La verità può forse star nel mezzo, perché considerando il solo brand Sanlorenzo, l’azienda è leader mondiale per gli yacht tra i 30 e i 40 metri con 90 yacht consegnati tra il 2014 e il 2018, mentre Azimut e Benetti ne hanno consegnati 99 ma sommando i due brand. Il punto però è un altro: che ce ne frega? Cosa importa al mercato? Perchè sciogliere le briglie al narcisismo imprenditoriale con questa “classificosi” perniciosa, tipica puerilità americana propalata da varie testate Usa, che per di più nelle loro gemmazioni internazionali assegnano troppo spesso il podio ai migliori offerenti? Per vendere un megayacht in più? Ma figuriamoci!      (s.l.)                                               

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