Come l’ecosistema moda salverà l’ecosistema terra

Redazione Web
Moda, crescita top per Valentino e Moncler

Di Josef Nierling, Amministratore Delegato Porsche Consulting
 
La sola produzione di tessuti è causa di più di un miliardo di tonnellate annue di emissione di anidride carbonica e del consumo di più di 80 miliardi di metri cubi d’acqua. Il settore della moda è quindi tra quelli che più probabilmente sarà obbligato ad una radicale trasformazione nei prossimi anni per diventare più sostenibile. Ma la sostenibilità può anche essere una nuova leva per assicurarsi la lealtà dei propri clienti. I consumatori, infatti, danno sempre più peso al rispetto sociale e ambientale del brand, a partire dalle materie prime che vengono utilizzate, dal paese di produzione e dalla scelta dei fornitori.

Le iniziative avviate dalle maggiori maison sino ad ora sono prevalentemente “a macchia di leopardo” e portano risultati poco rilevanti perché non integrate in un modello che coinvolge tutta la catena del valore. Due sono le leve per avere successo in un programma di sostenibilità: lavorare sin dall’inizio in maniera olistica su tutte le dimensioni della catena del valore, e definire una visione di sostenibilità completamente integrata con la strategia della fashion house.

Il modello di riferimento è quello dell’economia circolare, ovvero, passare da un’economia basata sulla linearità del ciclo materiale-prodotto-rifiuto ad un’economia a ciclo chiuso, che minimizza le risorse impiegate per la produzione, massimizza l’utilizzo del prodotto ed il recupero dei materiali.

Partiamo dai materiali: esistono già tessuti da trasformazione chimica che nascono dal riciclo di materiali di scarto ecologici, secondo la logica dell´economia circolare, come quelli di Orange Fiber, azienda italiana che produce tessuti utilizzando sottoprodotti della spremitura industriale delle arance. Questo materiale innovativo ha attirato brand del lusso, come Ferragamo, ma anche brand della fast fashion come H&M. Ma quale è la barriera principale alla diffusione di questi materiali innovativi? Da un confronto con Erica Arena, co-fondatrice di Orange Fiber, emerge che: “la vera sfida e fare scale-up dell’innovazione, perché l’industrializzazione ha dei costi molto elevati, e non ci sono impianti per produrre questi nuovi materiali al di fuori dei laboratori in maniera scalabile.” Pertanto, conclude la startupper, “l’impegno e l’investimento diretto dei grandi player della moda è cruciale”.  

Questo impegno va esteso anche alla gestione dei fornitori dei prodotti finiti. Porsche - che, come i maggiori player della moda, ha l’85% del valore del prodotto generato da fornitori -  è un benchmark: ha creato un solido sistema di certificazione e monitoraggio continuo della sostenibilità di più di 1.000 fornitori e ne fa uno dei suoi elementi di forza.
La tracciabilità in tutta la catena del valore è inoltre fondamentale, ed oggi ci sono nuove tecnologie, come la blockchain, che consentono un’attenta registrazione di tutti i passaggi e la trasparenza completa per il cliente. Ci sono già adozioni concrete di queste tecnologie: Porsche ad esempio utilizza la blockchain per tracciare la catena di fornitura delle pelli utilizzate per i rivestimenti interni. È noto infatti quanto possa essere a rischio di gravi impatti ambientali e sociali la lavorazione, conciatura e colorazione di pelli.

Diventa cruciale poi agire sul fine vita del capo: si stima che ogni secondo venga incenerito o seppellito in discarica un tir di abiti. Prima di tutto, per allungarne la vita, si può incentivare la riparazione del prodotto. Infine, si può recuperare il materiale, soprattutto se il capo o accessorio è stato progettato adeguatamente. Il riciclo dei tessuti sintetici, come poliammidi e poliesteri, è diventato già rilevante per aziende italiane come la bergamasca Radici Group o la trentina Aquafil. Quest’ultima produce filo da nylon recuperato da diverse fonti, incluse le reti di acquacoltura dei pesci e quelle “fantasma” disperse nell’oceano.
Ciò che sinora è poco esplorato, ma che ha un futuro promettente, è l´introduzione di nuovi modelli di business che possono diventare una fonte di fatturato aggiuntiva per le aziende del fashion, in particolare nei segmenti luxury e premium. Mi riferisco alla possibilità di offrire ai clienti diversi modelli di affitto: dal singolo prodotto all´abbonamento mensile per accedere ad un intero guardaroba. E, oltre all´affitto, le fashion house possono adottare modelli di “re-commerce” dell’usato, ovvero di riacquisto e rivendita, con il vantaggio di poter così guidare anche il prezzo del “vintage”.

In conclusione, l’adozione strategica della circular economy può contribuire simultaneamente al benessere del nostro pianeta e allo sviluppo competitivo dell’ecosistema della moda.

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