Web, i Consulenti del lavoro
dettano le loro regole

Redazione Web
Web, i Consulenti del lavoro dettano le loro regole

Regna una totale assenza di regole nell’utilizzo di internet, tanto che sarebbe quasi un ossimoro chiedersi quale sia il limite tra deontologia e utilizzo dei social network. In nessun comparto del nostro Paese, infatti, ci si è posti il problema di come porre rimedio a questo Far West che la rete propone. Nessuna organizzazione pubblica o privata ha sentito il bisogno di dettare leggi proprie per sopperire a una normativa inadeguata e vetusta. E ciò nonostante il fiorire di numerose sentenze in materia, che equiparano i social ai luoghi pubblici, la piazza virtuale all’antica “agorà”.

Allora ci hanno pensato gli Ordini professionali a intervenire, con la propria potestà autoregolamentare, per introdurre quelle norme che i propri iscritti sono tenuti a rispettare; regole che rappresentano il vero differenziale rispetto ad altri soggetti, non meglio identificati, che operano sul mercato. In quest’ottica non si può non sottolineare come proprio dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro arrivino i primi segnali in tal senso. Si tratta sia di modifiche del codice deontologico che di precise indicazioni operative agli iscritti, a cui fa seguito una puntuale attività di vigilanza.

L’ambito della scommessa previsionale di forti guadagni a prescindere, propri di una logica finanziaria pura, non può conciliarsi con lo spirito sociale di una professione umanistica, in quanto finalizzata alla realizzazione del valore “uomo”. La sostanziale differenza dell’arte liberale rispetto all’attività produttiva si enuclea nel diverso livello di destinazione del risultato finale da raggiungere, laddove la prima mira alla produzione di un reddito temperato in una logica caratterizzata dall’etica della reciprocità. Questa “si riferisce all'equilibrio in un sistema interattivo tale che ciascuna parte ha diritti e doveri; la norma secondaria della complementarietà afferma che i diritti di ciascuno sono un dovere per l'altro”.

Il tentativo di soppressione degli Ordini sembra non rispondere a una logica di ristrutturazione dello Stato, ma più semplicemente a una privazione di competenze, al fine di attrarre le medesime verso “il capitale”, che in assenza di regole diverrebbe l’unico contraltare della pubblica amministrazione in una logica unica del profitto, poiché non troverebbe più luogo l’essenzialità deontologica della singola professione. La concorrenza vera, tutelata dall’Ordine, ente di diritto pubblico, lascerebbe il posto a un sistema di oligopolio dove la conoscenza del singolo perderebbe l’autonomia propria dell’arte liberale, divenendo propedeutica a un profitto di mercato, in cui verrebbero a confondersi i controllati con i controllori.

Il Consulente del Lavoro, in particolare, attesa la sua ontologia di professionista votato al “sociale”, assume un ruolo fondamentale nella composizione dei conflitti e delle dinamiche nascenti nei rapporti di lavoro, sviluppando spazi di tolleranza e di rispetto reciproco in una logica di legittimazione delle diverse parti sociali. Si adopera affinché la c.d. lotta di classe si trasformi in una positiva dialettica per un bene più giusto, tenendo presente che il bene deve corrispondere alle necessità e ai meriti degli uomini del lavoro. La lotta per i propri diritti non deve mai diventare una lotta contro gli altri, in quanto il lavoro ha nella sua essenza l’unione degli uomini per costruire una comunità.

L’utilizzo dei social network non può trasformarsi in una zona di “impunità” a prescindere, in cui l’odio di massa trova legittimazione, nascondendosi in un apparente diritto di critica o nella libertà del pensiero. La creazione di notizie fasulle, capaci di scatenare discussioni improbabili, sta a significare la perdita del senso di verifica delle notizie stesse. La verità digitale assume contorni di verità assoluta senza riscontro fattuale. Secondo Eco “il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità” e in questo contesto di realtà inventata il ruolo della stampa tradizionale assume grande rilievo: “C’è un ritorno al cartaceo. Aziende degli USA che hanno vissuto e trionfato su Internet hanno comprato giornali. Questo mi dice che c’è un avvenire, il giornale non scomparirà almeno per gli anni che mi è consentito di vivere. A maggior ragione nell’era di Internet in cui imperversa la sindrome del complotto e proliferano bufale [...] i giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù, ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno”.

La metodologia di comunicazione attraverso i social, come noto, accresce i rischi legati a un utilizzo improprio di tale strumento, in quanto quello che si compie nella vita virtuale spesso ha riflessi nella vita reale e nei rapporti con gli altri. Infatti, se da un lato i social network consentono di entrare e rimanere in contatto con amici, colleghi e clienti, dall’altro permettono agli stessi di apprendere diverse informazioni personali. In tale contesto, pertanto, i social diventano il nostro biglietto da visita e, in proposito, è bene ricordarlo, non c’è mai una seconda occasione per fare un’ottima prima impressione. L'uso delle tecnologie informatiche ha, inoltre, creato nuovi dilemmi etici in merito agli effetti che la condivisione delle informazioni personali potrebbero avere sulle relazioni professionali, poiché si è generata un’alternativa alla presentazione face to face.

In tal senso sono significativi i dati emersi dall'indagine di We Are Social, condotta insieme ad Hootsuite, che ha analizzato lo scenario digitale nel 2019, con un focus sull’utilizzo di Internet, del mobile, delle piattaforme social. Sono quasi 55 milioni gli italiani che accedono al web (vale a dire oltre 9 su 10), in forte incremento rispetto agli anni passati. Inoltre, si è delineata una crescita di utenti di piattaforme social, che sono arrivati a circa 35 milioni, ovvero il +2,9% rispetto all’anno precedente, con ben 31 milioni di persone attive su piattaforme da dispositivi mobili, con un relativo incremento del 3,3%.

L’utilizzo sempre più diffuso dei social network ha coinvolto ovviamente anche soggetti appartenenti all’Ordine dei Consulenti del Lavoro. Tramite tali strumenti, utilizzati per condividere contenuti ed esprimere le proprie opinioni, viene raggiunto un diffuso numero di persone che difficilmente possono essere singolarmente individuate. Pertanto, l’utilizzo dei social per diffondere le proprie idee, per commentare notizie, nonché per formulare apprezzamenti nei confronti di altri soggetti richiede la massima cautela. Dalle norme penali a quelle lavoristiche, dalla tutela della privacy alla proprietà intellettuale, sono molteplici le tematiche oggetto di analisi da parte del nostro ordinamento. In tale contesto riveste grandissima importanza la deontologia dei Consulenti del Lavoro, che costituisce l’insieme dei principi e delle regole comportamentali che ogni professionista, in quanto appartenente all’Ordine, deve osservare nell’esercizio della professione.

Il codice deontologico, approvato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro con delibera n. 428 del 19 gennaio 2017, evidenzia come l’agire del professionista sia regolato da precise norme che devono ispirare la vita professionale in tutte le sue possibili sfaccettature. In merito a tale fattispecie grande rilevanza riveste il dovere di dignità e decoro professionale, compresa l’attività di comunicazione, a cui è tenuto il Consulente. Bisogna, infatti, essere consapevoli che altre persone, a prescindere dal nostro consenso, possono prendere visione delle informazioni che scambiamo in rete attraverso l'attività di tagging, che consiste nell'attribuzione di una o più parole chiave, dette appunto tag (dall'inglese "contrassegno" o "etichetta"), che individuano l'argomento di cui si sta trattando, i documenti o più in generale i file su Internet. È un'attività sempre più diffusa che consente di presentare in modo alternativo il contenuto proposto agli utenti e ai motori di ricerca, di copiare messaggi e foto pubblicati in bacheca e sul profilo altrui, ma che di fatto sottrae il materiale condiviso dalla disponibilità dell’autore e sopravvive ad un’eventuale successiva cancellazione dal social network.

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