Iervolino, lovestory in Borsa

Quotata al segmento Aim, l'azienda con base negli usa (ma con una testa italianissima) è piaciuta agli investitori, che hanno deciso di scommetterci

di Angelo Curiosi
Iervolino, all'Aim il Tycoon del cinema italo-americano

Essere quotati all’Aim è una bella opportunità: permette di andare in Borsa senza sottostare all’impressionante trafila di inutili adempimenti che, in nome di una malintesa trasparenza protettiva, un cumulo di leggi malfatte impongono alle società quotate al cosiddetto listino maggiore. In compenso purtroppo l’Aim che pure con le sue 127 società quotate ha una consistenza e una varietà interessante di offerta, è la Cenerentola della situazione, un po’ snobbata dai grandi flussi d’investimento, per cui nell’ultimo anno l'indice Ftse Aim è calato dal livello di 9578 del 7 agosto scorso a quota 7964 di ieri. Un calo del 20 per cento.
Tanto più fa notizia l’esordio brillantissimo avuto all’Aim dalla Iervolino Entertainment, la casa di produzioni cinematografiche italiane guidata da Andrea Iervolino, che ha esordito il 5 agosto con un +12% sul prezzo di collocamento, tenendo sostanzialmente, con una minima e fisiologica presa di beneficio (da 2,4 euro della prima chiusura a 2,3) del mercato.
Un incoraggiante risultato per un’azienda che ha raccolto ben 10,7 milioni per aver classato il 15% del capitale, per una capitalizzazione di 50 milioni... Cosa c’è dietro?

C’è dietro l‘eccezionalità di un modello di business che rinnova profondamente quello classico e un po’ precario dei cinematografari europei. E un imprenditore che non intende mietere quattrini per metterseli in tasca ma reinvestirli tutti nello sviluppo. A fronte di un valore della produzione del 2018 ammontato a circa 34,6 milioni di euro, Iervolino dice oggi che “la quotazione per noi non è un traguardo ma un punto di partenza per la crescita della nostra azienda. Siamo riusciti a portare il business model delle major hollywoodiane in Italia e ora intendiamo conquistare nuove quote di mercato e consolidare la nostra presenza sulle più importanti piazze internazionali”.

Cioè? E’ semplice per chi guardi con competenza alle dinamiche di un mercato complesso e in velocissima evoluzione. Come fa il giovanissimo (31 anni) produttore italo-canadese (nato a Cassino da padre italiano e madre del Canada). La sua azienda è italiana, ma  il gruppo, grazie all’insediamento produttivo negli Usa – fa capo a lui anche la casa produttrice di Hollywood Ambi Pictures, in cui ha come socia Monika Bacardi – e soprattutto alla sua cultura professionale eclettica e alla sua vocazione creativa, è sicuramente molto più americano di tanti altri, e lui stesso è americano d’adozione, essendo emigrato a Los Angeles 13 anni fa. “Abbiamo avviato il processo di quotazione in Borsa per raccogliere risorse e finanziare nuovi investimenti – ha ripetuto più e più volte Iervolino, conquistando gli investitori - con l’obiettivo di creare produzioni innovative, acquisire proprietà intellettuali di alto livello, potenziare la Web Tv e sviluppare nuove serie di short content. “Grazie alle nuove risorse incrementeremo il valore delle nostre produzioni con attori, sceneggiatori e registi di primo piano, e in generale con le migliori maestranze”.

Il modello di business di uno studio americano è diverso da quelle delle case cinematografiche italiane. Le varie aziende tricolori che operano nel settore, di regola, vanno sui mercati internazionali di film e fiction – come Cannes o Berlino - affittano film americani pagando un minimo garantito e li distribuiscono sul territorio italiano. Per distribuirli, a parte il minimo garantito che rischiano ma di solito recuperano, sostengono i costi per il doppiaggio e il marketing. Intascano, sui proventi incassati dalla biglietteria e dalle altre cessioni di diritti, una “distribution fee” pari mediamente al 35% del totale, e tutto il resto lo trasferiscono al produttore proprietario dell’opera.

Quindi, per distribuire localmente un film americano pagano per i diritti geografici e guadagnano solo in percentuale minoritaria sulle vendite. Inoltre, il problema commerciale nella distribuzione è che ricavano il 100 dei proventi dal mercato italiano, fatto di poche sale, di poche reti Tv – Rai, Mediaset, Sky. Idem nella produzione: lavorano in lingua italiana, e sono rarissimi i casi di film italiani che riescono ad essere ben distribuiti all’estero.

La Iervolino Entertainment agisce all’opposto. Produce film in Italia ma con manifattura e impostazione americana, gira in inglese, utilizza registi e star mondiali, da Jonny Depp a Robert Pattinson, da Megan Fox a Mark Ryans a Morgan Freeman a John Travolta etc. Ma pur nascendo in lingua inglese i film di Iervolino sono made in Italy, il che li rende pronti ad essere distribuiti non solo in Italia ma in tutti i 153 Paesi del mondo che invece, in molti casi, opporrebbero e oppongono ai film made in Usa un rigido regime di quote-limite di importabilità. Oggi il mercato dei film di Iervolino è innanzitutto Nordamerica, poi Asia ed Europa. In Cina, infatti, possono essere venduti al massimo 34 film americani all’anno. I film di Iervolino, pur avendo cast e qualità americana, sono di manifattura italiana e quindi rientrano nelle molto più blande quote italiane. I limiti di quota che colpiscono i film Usa costringono gli studios a enormi impegni finanziari, il che ha ucciso i piccoli produttori indipendenti. Inoltre, i broadcaster europei devono comprare circa 30% di prodotto europeo, quindi il made in Italy di Iervolino Entertainment è un fattore competitivo anche in Europa.

Quando una casa di produzione italiana dice: “Ho in library un film americano”, significa che per 18 anni può venderlo trattenendo per sé il 35% dei ricavi. Quando lo dice la Iervolino Entertainment si riferisce a un film che ha prodotto, e di cui è proprietaria, che vale infinitamente di più: vale in perpetuo, col 100% dei ricavi, in tutti i mercati del mondo.
Il metodo di lavoro di Iervolino è severo: individua una “intellectual property”, che può essere un romanzo, un soggetto cinematografico, un cartoon; la sviluppa come copione per un film, un corto, un tv show, un web show, un podcast e lo vende ovunque. Il comun denominatore sono la lingua inglese, le star internazionali e la distribuzione globale.
Questa produzione proprietaria viene affittata per 15 o 20 anni dai distributori internazionali che operano sui vari mercati, pagano un minimo garantito e una fee variabile sui ricavi. Una volta affittate le opere, questi distributori le propongono ai distributori nazionali di tutto il mondo nel corso delle fiere del cinema – Cannes, Berlino, Toronto, l’American Film Market eccetera. E da questa rete internazionale la netta maggioranza dei ricavi rifluisce al produttore primario, cioè la Iervolino Entertainment.

Dunque l’investimento dell’imprenditore cassinate sta tutto nell’inizializzazione del film. Una volta acquisito il soggetto, i sales-agent prenotano l’opera pagando il minimo garantito, che è di solito sufficiente a finanziarla, ed è solo allora che la casa di produzione avvia il processo produttivo vero e proprio, quello che assorbe cassa. Quindi, il rischio d’impresa si riduce moltissimo, perché i costi veri si sprigionano solo a contratti di vendita firmati. Insomma, Iervolino è come uno di quegli architetti che costruisce case già vendute sulla carta e finanziate dagli anticipi dei clienti.

Anche per questo i capitali che intende raccogliere in Borsa resteranno totalmente in azienda, per potenziare la fabbrica di contenuti. E accentuarne anche la diversificazione sulle web-series, che nei prossimi 10 anni assorbiranno il 90% dei consumi video: saranno serie di brevi film, 190 episodi che dureranno anche per tre o quattro anni. E Iervolino si è prenotato un posto al sole anche in questo nuovo segmento.

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