Uno vale un divo, ovvero: come fare a meno dei "Like" di Instagram?

Redazione Web
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Di Andrea Fontana*

Dopo più di un decennio di educazione alla vanità delle metriche si fa marcia indietro. E improvvisamente ci ammoniscono che non dobbiamo più dare retta ai “mi piace”. State scherzando, vero?!

Sembra di no, Tara Hopkins, Head of Public Policy Emea del social network di proprietà di Facebook infatti ha dichiarato da fonte ansa: "Vogliamo che Instagram sia un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimere se stessi. Ciò significa aiutare le persone a porre l'attenzione su foto e video condivisi e non su quanti Like ricevono”. Come a dire: scusateci ci siamo sbagliati si va on line solo per esprimere se stessi con contenuti “politically correct”.

Basta selfie, gattini, piattini, vestiti… solo spirituale espressione di sé.

Per carità, iniziativa encomiabile partita anche in Italia – in fase test – il 17 luglio scorso, per disinnescare la dipendenza da “like” di molti di noi.

Sul mio profilo Instagram è già attivo il test: vedo i post, però non più il numero dei “mi piace”, solo un semplice: “piace a X + altre persone”. Se poi clicco su quel “altre persone” esce l’elenco – lungo o meno – dei “mi piace”, ma non il numero esatto. E adesso come facciamo con la nostra ansia da divismo digitale?

Diciamoci la verità, orami eravamo convinti che “uno vale un divo”. E che ognuno di noi avesse il dovere e il diritto alla celebrity per un giorno o magari anche un mese. Però, con i numeri esatti! Non un tanto al chilo.

 

Come analizzato dal 15° Rapporto Censis sulla Comunicazione (del 2018):

 

·             Il 49,5% degli italiani, quasi la metà, è certa che oggi chiunque possa divenire famoso (tra i giovani under 30 la percentuale sale al 56,1%).

 

·             il 30,2%, un terzo, pensa che la popolarità sui social network sia vitale per essere una celebrity (la pensa così il 42,4% dei giovani).

 

·             il 24,6%, un quarto, ritiene che semplicemente il divismo non abbia più alcun senso. E in ogni caso solo un italiano su 10 prende a modello i divi come miti a cui ispirarsi (il 9,9%).

 

Volete toglierci i like? Va bene. Anche se questa scelta sembra una sorta di copertura morale per gli aspetti commerciali. Ma tranquilli, si troverà un altro modo per dare sfogo all’orgoglio di essere “i più seguiti”, i “primi”, gli “unici in un mondo di uguali”.

 

D’altronde non è un like, in più o in meno, che ci salverà dall’ignoranza selettiva che i deep media hanno creato. Non l’ignoranza che non conosce le cose, ma l’ignoranza che pensa di sapere tutto, solo perché ha approfondito un aspetto specifico del sapere o magari anche più aspetti, in modo superficiale.

 

La dipendenza dai like è infatti solo uno di una serie di nuovi disturbi cognitivi, indagati da molti studiosi, di cui dobbiamo diventare consapevoli e su cui anche i colossi dei social dovrebbero iniziare a fare qualcosa. Non dimentichiamo però gli altri nuovi “danni” psicologici, come:

 

·             il tachipsichismo o l’accelerazione cognitiva costante: la velocità con cui leggiamo e assembliamo notizie, informazioni e conoscenze, spesso in modo arbitrario;

 

·             la tangenzialità psicologica come nuova forma di conoscenza del mondo che crea una continua manipolazione del reale: non conosciamo il mondo direttamente, ma solo attraverso le lenti tangenziali dei deep media;

 

·             il deragliamento conoscitivo che ormai ci conduce all’interno di una permanente misinformazione: nulla di quelle che vediamo è verificabile alla fonte per noi utenti (per cui non conosciamo mai nulla con precisione – siamo ignoranti selettivi che deragliano dai proprio percorsi di conoscenza)

 

Se analizziamo le nostre attuali condotte di vita on life nella cosiddetta “società incessante” possiamo constatare che siamo spesso afflitti da tachipsichismo, tangenzialità di pensiero, deragliamento associativo in processi di iperconessione permanente.

 

I deep media ci portano a vivere su una soglia tra normalità e ossessione; quotidianità e delirio, modestia e divismo. Una soglia che ci permette di modificare la realtà potenzialmente come vogliamo soprattutto oggi che siamo alle soglie di vivere e sperimentare realtà aumentate ed espanse.

 

Il potere che ci attende non dipende dai like, in più o in meno, ma dalla possibilità di cambiare la realtà a nostro piacimento con device – presto a velocità 5G – che ci trasformano e consegnano un potenziamento cognitivo senza precedenti. Più velocità, più conoscenze, più possibilità non per deragliare ma aumentare le opzioni e gli esiti delle scelte di vita, nostre e altrui. Al di là delle continue polarizzazioni. Per questo non dovreste toglierci i like. Ma educarci alla consapevolezza digitale dei nostri poteri onlife.

 

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Sociologo della comunicazione e dei media narrativi

Presidente Storyfactory

Docente “Corporate Storytelling” Università Pavia

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