Export, digitale e capitali: i segreti del successo delle pmi

Una giornata di seminario organizzata da Economy Group con l'Università di Trento per discutere delle necessità per le pmi

Sergio Luciano
Piccola Industria e Assolombarda unite per le Pmi

Chi non esporta, è perduto; chi non digitalizza il business rallenta; chi non capitalizza la sua impresa si preclude la possibilità di crescere. Per questo le Piccole e medie imprese devono avere il coraggio di usare queste tre “chiavi” di sviluppo, possibilmente tutte insieme. E sul mercato le possibilità sono tante. È stato questo il “succo” della mattinata di seminario organizzata da Economy Group con la collaborazione e il sostegno dell’Università di Trento e la presenza della Provincia autonoma che si è svolta ieri.

Le piccole e medie imprese – ha ricordato il direttore degli Affari internazionali della Provincia Autonoma, Raffaele Farella, nel suo saluto d’apertura – rappresentano l’80% dell’occupazione privata e il 67% del valore aggiunto nazionale, cioè sono una risorsa cruciale che va aiutata e sostenuta ma anche stimolata. In Trentino, per fortuna, il volume complessivo dell’attività economica è cresciuto del 4% soprattutto grazie all’export, agli investimenti e ai consumi, e la giunta intende allargare la platea delle imprese esportatrici: ma occorre superare il problema di una cultura d’impresa non sempre all’altezza.

«Se si esaminano le imprese che esportano almeno il 50% del loro fatturato, che sono state capaci di digitalizzarsi e che si sono aperte ai capitali, troviamo tutte aziende sane», gli ha fatto eco Flavio Bazzana, direttore del dipartimento di Economia e management dell’Università di Trento, come a dire che questa tipologia va sviluppata. «Il Trentino sta puntando molto sul digitale, ma anche sulla finanza d’impresa… Non più solo il classico credito bancario ma qualcosa di più evoluto e flessibile, dai minibond al private equity al mercato dei capitali!».

Per Franco Fenoglio, presidente e ad di Italscania, nonché capo dell’Unrae – l’associazione dei produttori automobilistici stranieri presenti in Italia – «le imprese devono investire sulla competenza e sulle lingue… Ma neanche questo basterà alla ripresa se il Paese non riscoprirà la capacità di investire. Noi qui in Trentino stiamo facendo molto per l’autostrada A22, ma si fa troppa fatica e comunque altrove non si è nemmeno iniziato».

Paola Bugnotto, supervisor alla Co.Mark – azienda del gruppo Tinexta che si occupa di temporary export management – ha sottolineato come sia oggi agevole, per una Pmi, dotarsi a tempo della consulenza di un manager esperto nell’individuare il mercato estero di riferimento su cui andare, che la accompagna operativamente facendosi pagare quasi esclusivamente a risultato, quindi in modalità variabile: «Abbiamo circa 600 aziende clienti che accudiamo, ognuno dei nostri export specialist segue 5 aziende di settori diversi».

Passando poi a esaminare le complessità tecniche legate all’export, per esempio la tesoreria multivaluta, il presidente dell’Associazione italiana tesorieri d’impresa (Aiti) Rosario Maccarrone ha spiegato che oggi la figura del tesoriere d’impresa, peraltro professione ormai certificata grazie proprio a un’iniziativa Aiti, si è evoluta verso una complessità di competenze propria di un direttore finanziario, e come tale è perfettamente in grado di fronteggiare le nuove complessità.

Tanto meglio se avvalendosi di strumenti e supporti di qualità, come quelli offerti per esempio, sul mercato globale (60 Paesi) e su temi spinosi come la movimentazione di denaro e le coperture dei rischi, da Western Union, rappresentata al convegno da Andrea Povero: «La dinamica del rischio di cambio va governata da chi esporta per non neutralizzare la competitività dei propri prodotti: su questo genere di esigenze possiamo essere preziosi per qualunque esportatore».

Un informatico visionario come Mauro Tranquilli, ceo di DocFinance – una software house specializzata in sistemi per la gestione della tesoreria – ha affiancato 10 mila aziende fornendo loro un’applicazione che fa ordine tra i flussi di cassa delle diverse valute e gestendo la fatturazione digitale come se fosse un cfo meccanico…

«Il sistema ha tante potenzialità ma deve fare molto di più anche sul fronte dell’export», ha sintetizzato Sandro Trento, ordinario di Economia e Gestione delle imprese a Trento, «perché a fronte delle 300 mila aziende che esportano i dati ci dicono che solo il 10 per cento degli esportatori assorbe il 40% dei volumi totali esportati». Naturalmente è anche un tema di politica economica: «Il quadro che serve per modificare il sistema produttivo italiano deve essere di certezza e di lungo termine, non più il solito alternarsi di riforme e controriforme, senza certezza regolatoria in nessun settore, basti pensa al fisco… Il Cerved stima in Italia 4800 imprese ad alta potenzialità di crescita, purtroppo fuori dai radar dei fondi di Private equity».

Nella seconda tavola rotonda, Flavio Bazzana dell’Università di Trento ha ripreso la parola per sottolineare come troppe imprese italiane, anche brillanti, siano però sottocapitalizzate. «Le banche concedevano credito senza problemi, fino a qualche anno fa, e le imprese – spesso a controllo familiare – restavano chiuse in sé. Sono però entrati nuovi attori sul mercato che stanno cambiando il costume: ci sono i minibond e i microbond, il peer-to-peer lending, molti strumenti di disintermediazione. Tutti da valorizzare!».

Per Alessandro Arrighi, Country Head Italy presso La Financière de l’Echiquier – una boutique di gestione finanziaria francese, nata nel ’91 – l’Italia è ancora una piazza attraente per gli investitori. «Noi ci crediamo e continuiamo a crederci, guardando con estrema attenzione all’analisi fondamentale delle società su cui puntiamo, cavalli di razza come Monclair, DiaSorin, Ferragamo e altre».

Una storia molto bella l’ha raccontata Stefano Donini, Senior Investment Analyst di Finint Sgr: «Nel 2013 siamo stati tra le prime società italiane a lanciare un fondo di private debt per investire in minibond e ci siamo, nel 2015, aggiudicati un bando di gara per un secondo fondo di private debt… Col fondo strategico riservato agli investimenti nelle società del Trentino Alto Adige abbiamo investito 190 milioni, di cui 105 a Trento e 85 a Bolzano. Abbiamo finanziato una trentina di Pmi attraverso il direct lending. Stiamo poi concludendo in questi giorni un’operazione di sistema che unisce dieci aziende che emetteranno tutte insieme un prestito obbligazionario di pari caratteristiche, con due tassi. Uno iniziale piuttosto alto, del 5-6%, che le imprese pagano durante la vita del prestito. Se i rimborsi sono regolari, il fondo restituisce parte del tasso. In caso di default, al 50% paga il cluster di aziende associate». Mutualità e nuova finanza, insieme, si sposano bene.

Quanto a Daniele Zini, Sales & Partnership executive October Italia, ha illustrato i risultati del suo gruppo – che ha già erogato più di 50 milioni a quasi 90 soggetti in Italia «analizzando i bilanci dell’azienda e i business plan – ed ecco la prima differenza con la  finanza tradizionale: vogliamo condividere con l’impresa la sua opportunità di crescita».

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