L’OMS riconosce ufficialmente il burnout, lo stress da lavoro

Così la sindrome da burnout, comunemente detta “stress da lavoro”, entra ufficialmente nella lista dell’International Classification of Diseases (Icd) dell’Organizzazione mondiale della sanità, in vigore dal 2022. Ma restano alcune zone d’ombra

Valeria Gelosa
Comandare è meglio che...Ma lo stress è il danno collaterale

Esaurimento emotivo, ovvero sensazione di essere continuamente in uno stato di tensione; aumento della distanza psicologica dal proprio lavoro oppure negatività / cinismo a riguardo; diminuzione dell’efficacia professionale. Queste le tre dimensioni che caratterizzano la sindrome da burnout, che ora, dopo oltre 40 anni dalla sua descrizione, viene per la prima volta resa ufficiale dall’OMS.

Di cosa si tratta nello specifico?

Di certo non è la comune sensazione che ci pervade quando suona la sveglia ed è lunedì mattina o la tensione causata da scadenze imminenti. È un esaurimento conseguente a una situazione di “stress cronico sul posto di lavoro gestito non correttamente” che colpisce soprattutto le persone che iniziano un lavoro con una forte motivazione e si scontrano poi con dinamiche organizzative o situazionali che li portano ad esaurire la spinta iniziale.

Negli anni ’30 dello scorso secolo, il termine burnout si riferiva, in ambito sportivo, agli atleti che dopo alcuni successi non erano più in grado di ottenere ulteriori risultati né di mantenere gli standard. Nel 1974 per la prima volta si incomincia a considerare il burnout nel contesto sociosanitario, a seguito di alcuni studi condotti da Freudenberger su dottori e infermieri, coinvolti in relazioni intense e portati a sacrificare se stessi per gli altri.

Da allora si è registrato un costante aumento soprattutto nei Paesi occidentalizzati a tecnologia avanzata dove il fenomeno ha oltrepassato i confini delle “helping professions” e si è diffuso in tutti quegli ambiti lavorativi che prevedono un contatto diretto e frequente con gli utenti, dagli avvocati alle segretarie.

Cause e sintomi

È dimostrato che nella genesi del burnout interagiscono fattori individuali, che differenziano la risposta del singolo, più o meno vulnerabile, di fronte a situazioni stressanti, e fattori organizzativi, che riguardano la distribuzione dei compiti e dei ruoli, la struttura dell’organizzazione e i suoi processi decisionali, il clima relazionale della realtà in cui opera e la qualità dei rapporti.

Alcuni studi più recenti sostengono che il job burnout si manifesti quando vi è una forte discordanza tra la natura dell’individuo e quella del lavoro. Ovvero, quando il lavoratore si rende conto di non possedere le risorse, interne ed esterne, per rispondere alle richieste tipiche di quella professione.

Quattro le fasi del suo sviluppo che da una condizione di stress positivo portano l’individuo a condizioni di distress e disagio:

Entusiasmo idealistico, tipico dell’inizio quando il lavoratore ha aspettative di successo
Stagnazione, stadio in cui l’individuo si rende conto che i risultati, nonostante l’impegno, sono incerti
Frustrazione, quando sentimenti di impotenza prendono il sopravvento
Apatia, ultima fase caratterizzata da chiusura in se stessi e perdita della voglia e del desiderio di aiutare l’interlocutore. Il professionista colpito da burnout manifesta sintomi aspecifici, quali stanchezza, insonnia, apatia, nervosismo; sintomi somatici, come frequenti cefalee o palpitazioni; sintomi psicologici, come irritabilità, aggressività, negativismo, senso di fallimento, rigidità di pensiero, alta resistenza a recarsi al lavoro quotidianamente.

Negli anni sono stati messi a punto diversi metodi per misurare la sindrome da burnout, il più conosciuto è la Scala di Maslach. In caso di sospetto stress da lavoro è opportuno rivolgersi a uno specialista.

Un primo passo, ma…

Oggi il burnout viene per la prima volta riconosciuto in modo ufficiale. L’OMS però, pur inserendolo nella lista dell’International Classification of Diseases (Icd), ha precisato che non si tratta di una vera e propria patologia definendolo uno dei fattori che possono “influenzare lo stato di salute o portare al contatto con i servizi sanitari”.

Resta quindi, come era prima della decisione dell’OMS, escluso dalle malattie riconosciute dall’Inail, per cui sarà difficile sostenere di aver subito un “danno da burnout”. Inoltre, sebbene la normativa in Italia imponga alle aziende di misurare internamente lo stress lavoro-correlato, gli strumenti e la metodologia non sono omogenei e nuovi contesi lavorativi, che prevedono rapporti più flessibili, complicano la situazione.

Ma forse, come si domanda anche Christina Maslach, autrice del questionario sopra citato, è proprio il modello economico che contraddistingue i nostri tempi incentrato sull’efficienza e non sugli aspetti e i costi umani che non solo incentiva, ma si basa sul burnout.   

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