Landini si scelga bene la squadra, che c'entrano Calenda e D'Alema?

Un successo, indubbiamente, per il nuovo capo della Cgil, primo sindacalista dopo Cofferati ad avere leadership e capacità di mobilitazione. E' un bene per il Paese se le mette al servizio del ruolo storico della sua confederazione: tutelare gli interessi dei lavoratori dipendenti, e tramite essi quelli della crescita economica complessiva del Paese.

Sergio Luciano
Landini si scelga bene i compagni di strada, che c'entrano Calenda e D'Alema?

Vabbe’, l’unico collante è che i Gialloverdi fanno schifo a tutti i manifestanti dell’adunata sindacale di Roma: s’è capito. Altrimenti cosa ci facevano, nella stessa manifestazione, Maurizio Landini e Carlo Calenda? Il ministro del sì agli indiani dell’Ilva praticamente senza condizioni, capace di lasciare perfino a Di Maio dei margini di miglioramento nella trattativa? O Massimo D’Alema, il regista della scalata Telecom che ha devastato un’azienda straordinaria e il coregista del degrado del Montepaschi? Il leader post-comunista che si vantava delle sue scarpe su misura da mille euro?
Sinceramente, il ritorno al vertice della Cgil di un sindacalista vero e sveglio, dopo i nove anni di torpore della Camusso, è stata una boccata d’ossigeno. In una società disorientata come la nostra, in un vero e proprio cambiamento d’epoca, con i vecchi partiti dissolti, i capitalisti che fingono di fare i populisti, i proletari che non fanno figli perché non hanno soldi con cui crescerli, i populisti di destra che dicono cose di sinistra, i grillini che dicono cose che di solito non si capiscono o sono sbagliate, i leghisti che vengono votati da zone dove senza immigrati le fabbriche chiuderebbero e parlano contro gli immigrati senza ricordarsi di aggiungere la parola chiave “malviventi”, insomma... Che qualcuno, e in particolare il sindacato più grande d’Italia, si stesse ricordando che soetta a lui la rappresentanza degli interessi dei salariati – ovvero di oltre il 50% della popolazione attiva italiana – è una buona notizia.
Poi vedi D’Alema e Calenda schierati a fianco di Landini e ti chiedi se veramente per questo Paese non ci sia un domani.
La sinistra deve tornare a fare il suo mestiere, che ha incredibilmente lasciato sguarnito e alla mercè dell’iniziativa grillina: difendere gli interessi dei salariati e attraverso questa difesa, gli interessi della crescita economica, che si ottiene distribuendo redditi da lavoro e non solo da capitale con cui si possano acquistare prodotti e servizi. Se il gioco riesce, con la crescita guadagna anche il capitale: è ovvio, ed è sempre successo. Ma se lasci fare al solo capitale, generi ovviamente meno lavoro perché è questa la tendenza sponatanea che oggi più che mai la tecnologia favorisce.
Questo, naturalmente, è logico che lo pensi e lo propugni il sindacato dei lavoratori. Penserà il sindacato degli imprenditori o quello intangibile ma fortissimo degli investitori a propugnare la tesi opposta, peraltro oggi prevalente, secondo cui è il capitale ad avere in prima battuta tutti i diritti, e se non si conciliano con quelli dei lavoratori, peggio per loro.
Non è più lotta di classe, ma conflitto d’interessi.
Ora Maurizio Landini, l’unico capo sindacale – nella reprimenda generale, compreso in primissima fila Calenda – a schierarsi contro i piani di Marchionne per l’occupazione nelle fabbriche Fiat in Italia, che si stanno oggi definitivamente sciogliendo come neve al sole sotto la claudicante gestione Manley, deve stare attento a scegliersi i giusti compagni di strada. I neocapitalisti renziani e i vecchi arnesi della gauche caviar hanno fatto il loro tempo. Hanno sgretolato il Pd. Hanno scimmiottato Tony Blair, facendo ridere se non piangere. Hanno nauseato coloro che avrebbero dovuto rappresentare.
Per favore, che almeno la nuova Cgil se ne renda conto. Perché il collante anti-Gialloverdi attacca poco, ed è pronto a squagliarsi al primo strattone.
 

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