Facebook-Pinocchio, rettifiche a manetta in mezzo mondo

Redazione Web
Facebook-Pinocchio, rettifiche a manetta in mezzo mondo

Paga 100 milioni di euro all’Agenzia delle Entrate italiana; riconosce di avere due miliardi (due miliardi!) di  account “fake”; ammette di aver indagato contro il finanziere ungherese George Soros. Di chi parliamo? Dello stesso, unico soggetto: Facebook! Che, diciamolo, ha vissuto momenti migliori. Ma cosa sta accadendo al colosso dei social fondato da Mark Zuckemberg con l’inconsapevole e involontaria partecipazione dei gemelli Winkelvoss, cui il simpaticone di white Plains, New York, aveva garbatamente soffiato l’idea, tanto da doverli poi tacitare con un abbondante centinaio di milioni di euro per evitarsi guai peggiori? Sta succedendo semplicemente che…il troppo stroppia, come diceva la nonna. Troppa arroganza nel non pagare tasse: per cui perfino contro l’Agenzia delle Entrate italiane – diciamolo, non la campionessa del mondo nel prevenire l’evasione fiscale, che altrimenti non sarebbe ai livelli record nell’Ocse in cui invece è – ha incastrato i dipendenti italiani di Big Mark e li ha convinti a scucire cento milioni di tasse non pagate per…evitare, anche loro!, guai peggiori. Troppa arroganza nel gestire gli account: secondo i dati emersi dal secondo Community Standards Enforcement Report, Facebook avrebbe rimosso negli ultimi mesi più di due miliardi di profili falsi (fake account), roba che un colabrodo ha meno buchi nella prevenzione degli imbrogli. Troppa arroganza nel difendersi – che, in sé, è legittimo – da chi non la pensa come al quartier generale di Menlo Park, al punto aver usato da tecniche di propaganda occulta per screditare i rivali e i detrattori del social network, tra cui il miliardario George Soros. “Sì, abbiamo incaricato Definers Public Affairs di indagare su Soros. Ma no, non abbiamo chiesto loro di contribuire a creare fake news”, ha ammesso – prendendosi la colpa, e chissà quale buonuscita – l’ex capo della comunicazione Elliot Schrage. Chicca finale: il social, scrive Wired, “ha impiegato circa due settimane per eliminare un annuncio che metteva all’asta in Sud Sudan una ragazza di 16 anni. L’asta, promossa dal padre della ragazza, è iniziata il 25 ottobre, si è conclusa con l’offerta vincente di 500 mucche, 3 auto e 10mila dollari e con il matrimonio della ragazzina, celebrato il 3 novembre. Facebook ha rimosso il post solamente il 9 novembre”. Niente male come prontezza di riflessi…

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