Inscenare il suicidio dell'AD? Dileggio, giusto il licenziamento

La Cassazione ha dato ragione a FCA che aveva licenziato alcuni operai che, davanti ai cancelli di alcuni stabilimenti, avevano mostrato un manichino impiccato con le sembianze di Marchionne

Federico Unnia
Inscenare il suicidio dell'AD? Dileggio, giusto il licenziamento

La rappresentazione andata in scena avanti ai cancelli di alcuni stabilimenti di Fca in cui lavoratori inscenavano il suicidio, tramite impiccagione, dell’Ad del gruppo, non possono considerarsi forme espressive di critica e dissenso riconducibili sotto il cappello della satira bensì sono atti che offendono e ledono la reputazione e la dignità del top manager. Una forma di espressione che travalica i naturali e doverosi limiti del rispetto, anche nella critica più severa, capace di spostare la comune dialettica sindacale, anche aspra ma riconducibile ad una fisiologica contrapposizione tra parti sociali, su di un piano di “non ritorno che evoca uno scontro violento e sanguinario, fine a se stesso, senza alcun interesse ad un confronto con la controparte, annichilita nella propria dignità di contraddittore”.

E’ quanto ha stabilito la Corte di cassazione (Sentenza 6 giugno  2018  n., 14527, Presidente dott. A. Manna, Relatore D.ssa E. Boghetich) con una sentenza che ha riformato un precedente giudizio espresso dalla Corte di appello di Napoli la quale aveva mandato assolto tutti i lavoratori coinvolti.

La vertenza, articolata in manifestazioni inscenate in diversi stabilimenti del gruppo, aveva visto dei  lavoratori dipendenti dell’azienda automobilistica inscenare con un manichino durante una manifestazione all’uscita della fabbrica la simulazione del suicidio dell’amministratore delegato, reo, secondo i lavoratori, di essere  responsabile  morale di alcuni suicidi di operai e la “deportazione” di lavoratori presso lo stabilimento. Dopo le procedure interne i lavoratori erano stati  licenziati. Il Tribunale di Nola  prima aveva riconosciuto  la legittimità del licenziamento; decisione integralmente riformata dalla Corte d’Appello di Napoli.

La Corte di Cassazione, riaffermati  i  limiti al diritto di satira, ha stabilito che “la rappresentazione scenica, considerata in tutti i suoi elementi, ha esorbitato dai limiti della continenza formale attribuendo all’amministratore delegato qualità riprovevoli e moralmente disonorevoli, esponendo  il destinatario al pubblico dileggio, effettuando accostamenti e riferimenti violenti e deprecabili in modo da suscitare sdegno, disistima nonché derisione e irrisione e travalicando, dunque, il  limite della tutela della persona umana richiesto dall’art, 2 Cost che impone, anche a fronte dell’esercizio del diritto di critica e di satira, l’adozione di forme espositive seppur incisive e ironiche ma pur sempre misurate tali da evitare di evocare pretese indegnità personali”.

La satira – secondo gli Ermellini  -   riconduceva  la “Fisiologica contrapposizione  tra lavoratori e datori di lavoro su un piano di non ritorno che evoca uno scontro violento e sanguinario, fine a se stesso, senza alcun interesse ad un confronto con la controparte annichilita nella propria dignità di contraddittore”.

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