Milan, cronaca di un disastro annunciato

La Uefa ha bocciato il piano proposto dalla società. Che ora rischia grosso

Marco Scotti
Milan, cronaca di un disastro annunciato

In un anno i proventi in Cina sarebbero dovuti arrivare a 183 milioni e i profitti totali raddoppiare

Il Milan rischia di uscire dall’Europa League ancora prima di iniziare a giocarci. La commissione federale dell’Uefa, massimo organismo continentale calcistico, si è riunita il 22 maggio stabilendo che la squadra che fu di Silvio Berlusconi non ha i conti sufficientemente in ordine per iscriversi all’Europa League e dovrà quindi essere sanzionata. L’entità della punizione può variare da un minimo a un massimo: nel caso migliore, una multa da definire (si parla di 30 milioni di euro trattabili). E poi su su a salire con la riduzione della rosa iscrivibile alla competizione, blocco del mercato e, infine, esclusione dalle coppe. L’amministratore delegato Marco Fassone ha già annunciato battaglia, ma intanto è bene ricordare che cosa è successo nelle “puntate precedenti”.

Il 5 agosto 2016 una cordata di imprenditori cinesi guidata da Li Yonghong firma un accordo con Fininvest per rilevare il Milan per una valutazione di 740 milioni di euro (comprensivi di 220 milioni di debiti). La transazione si perfeziona il 13 aprile 2017 e, complice il piazzamento in campionato, la squadra viene iscritta all’Europa League. Nel frattempo arriva il mercato estivo, dove il Milan acquista undici giocatori per complessivi 231,28 milioni e cessioni per 127,90. Saldo negativo per poco più di 100 milioni e Uefa che inizia a guardare con qualche perplessità ai conti della società. A fronte dei 220 milioni di debiti, un ulteriore deficit di mercato non pare una buona idea. Nel frattempo il Milan presenta prospettive di bilancio clamorose: si passa dai 196 milioni dell’anno 2017/2018 (l’anno fiscale per le squadre di calcio si chiude il 30 giugno) ai 426,2 milioni per la prossima stagione, con un aumento dei ricavi provenienti dalla Cina fino a 183 milioni di euro. Per dire, il Real Madrid fattura (nel bilancio 2017) 254 milioni complessivi per l’intero comparto marketing. Stime che sembrano quindi quantomeno benevole.

Nel frattempo scoppia una nuova grana: Li Yonghong, che sembra essere quantomeno misterioso come imprenditore, dichiara di aver ricevuto un prestito ponte da 303 milioni di euro dal Fondo Elliott (sì, lo stesso di Tim) per l’acquisto del Milan. Se il finanziere cinese non sarà in grado di ripagare il fondo, la proprietà del Milan passerà a Elliott. E i numeri non sembrano dare ragione al Milan: il bilancio passa da 214,6 milioni (il sedicesimo in Europa) a 191,7 (ventiduesimo, dietro anche il Lione). Tutto questo, oltretutto, mentre l'Inter ha invece incrementato i ricavi proprio grazie al mercato cinese. Ipotizzare un salto di 230 milioni di nuovi ricavi in un solo esercizio sembra poter essere ascrivibile alla categoria “fantascienza” più che a quello di un consolidamento della base produttiva e dei nuovi mercati.

L’Uefa, che non sembra apprezzare questo bilancio, chiede al Milan ulteriori spiegazioni negando alla squadra la possibilità di accedere alla cosiddetta “voluntary agreement”: si tratta di un accordo vincolante che impone alle squadre che partecipano alle coppe europee di avere un deficit consolidato nel triennio inferiore ai 45 milioni di euro. Il Milan, al momento ha un rosso nell’ultimo triennio di 255 milioni di euro. Con il voluntary agreement la squadra si impegna formalmente a rientrare dall’esposizione debitoria nel più breve tempo possibile. Questa possibilità è stata negata nonostante il Milan fosse stato appena rilevato da un nuovo investitore.

Così il giorno di Sant’Ambrogio la squadra prova a chiedere almeno di accedere al “settlement agreement”, ovvero una sorta di patteggiamento che consente alla squadra di concordare con l’Uefa misure specifiche per rientrare dell’esposizione. E dunque il Milan spera almeno di poter raggiungere questo accordo che è quello pattuito negli scorsi anni da Inter e Roma.

Ma il 22 maggio arriva la doccia fredda: l’Uefa nega qualsiasi possibilità di transazione e fa tremare la società. Le sanzioni che si prospettano sono molto pesanti, come detto: una multa da 30 milioni sarebbe un ulteriore aggravio per conti già deficitari. Il blocco del mercato impedirebbe al Milan di poter puntare alla Champions League, la massima competizione che garantisce introiti minimi intorno ai 40 milioni di euro. L’esclusione dall’Europa League, per assurdo, potrebbe essere la punizione meno impattante per i conti, ma diminuirebbe ulteriormente l’appeal della squadra rendendola approdo meno gradito per grandi nomi, a meno di non presentare offerte fuori mercato che però appesantirebbero il conto economico. Un vero disastro, insomma.

L’amministratore delegato del Milan, Marco Fassone, ha dichiarato che metterà in campo tutti gli strumenti possibili per evitare una sanzione troppo pesante. Che qualcosa ci sarebbe stato era nell’aria. Lo stesso AD aveva dichiarato a più riprese che la squadra avrebbe dovuto affrontare una qualche forma di punizione. Però questa severità sembra eccessiva. Oltretutto, l’Uefa non ha mai mostrato troppa inclinazione a escludere le squadre dalle coppe, soprattutto quelle blasonate come il Milan. Ora però l’aria sembra cambiata. Unica possibilità di salvezza: Li e Fassone presentano un piano di risanamento che convince l’Uefa, che poggia su basi più solide e l’organismo internazionale inizia a meditare la possibilità di evitare l’esclusione. Ma anche in questo caso si tratterebbe di un inedito: con l’annuncio da Nyon del rifiuto al settlemen agreement, l’organismo continentale ha sostanzialmente emesso un giudizio tombale, come una sentenza in appello. La Cassazione esiste, il Tribunale del Tas, ma raramente ha ribaltato sentenze di questo tipo con la semplice promessa di un miglioramento. E poi ci sarebbe un altro punto: se si accettasse di non comminare sanzioni troppo elevate a un club che ha consolidato perdite per oltre 100 milioni nel triennio, significherebbe andare contro il Fairplay finanziario che impone alle squadre di non spendere più di quanto ricavano. Non solo: vorrebbe dire che il bilancio precedente verrebbe completamente stralciato in cambio di promesse puntuali di migliori numeri. Uno scenario quantomeno improbabile.

Nelle scorse settimane Silvio Berlusconi, ancora in clima da campagna elettorale, aveva dichiarato che alla fine sarebbe stato costretto a ricomprare il Milan. Vista l’aria che tira, potrebbe davvero diventare necessario.

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