Gli investimenti etici
per il 38% dei fondi in Europa

Redazione Web
Anna Gervasoni, direttore generale AIFI

Uno pensa alla finanza e si immagina un gruppo di avidi che cerca di massimizzare i profitti, possibilmente a scapito di qualche ingenuo risparmiatore.

In realtà, non è proprio così, soprattutto in settori come il Private Equity e il Venture Capital che possono avere una stretta relazione con la CSR, la responsabilità sociale d’impresa. In un paper presentato ieri dal direttore generale dell’AIFI Anna Gervasoni, si mostra come questo rapporto possa, e debba, essere incentivato perché il fondo di private equity deve promuovere volontariamente alcuni temi prioritari e comunicare le buone prassi “sostenibili” anche attraverso adeguati processi di rendicontazione sociale. L’AIFI ha spinto sulla promozione della trasparenza, della valorizzazione del capitale umano e diversity, dell’attenzione all’ambiente, creando un social report come strumento di sintesi delle azioni intraprese.

La prima sfida è quella di inculcare i valori della CSR in tutti gli stakeholder, siano essi investitori istituzionali, operatori di private capital o imprenditori e manager. Ma, soprattutto, fondi pensione. Nel 2017, a livello internazionale, sono 835 i fondi pensione che investono in modo ricorrente nel private capital. I prime cinque per allocazione in queste asset class hanno investito 150 miliardi di dollari nel private equity. I fondi pensione in Europa rappresentano la prima fonte di raccolta per il private equity (34%). Nel 2017, in Italia, fondi pensione e casse di previdenza hanno contribuito alla raccolta di mercato per un totale di 712 milioni, mentre le fondazioni bancarie e accademiche per un ammontare di 298 milioni.

Secondo una ricerca condotta da Preqin nel novembre del 2016, il 22% dei fondi di investimento che considerano i fattori ESG (ovvero gli investimenti etici) sono il 22% del totale mondiale. In Europa la percentuale sale fino al 38%, mentre un’ analogo dato si ha per quelli che considerano i fattori ESG per alcuni deal, seppure non per tutti. Alcuni operatori attivi che considerano questi parametri sono, ad esempio, The Carlyle Grouo, Apax Partners, Permira, EOS Investment Management.

Se spostiamo l’analisi sull’approccio degli investitori, si vede che l’86% di essi tiene conto dei piani ESG adottati dai fund manager nelle proprie decisioni di investimento, di questi il 47% le ritiene indispensabili, mentre il 39% ne tiene conto solo in parte. I dati elaborati da Preqin mostrano come nel mercato sono presenti 53 operatori focalizzati sugli investimenti socialmente responsabili. La CSR, in ultima analisi, può essere uno strumento di creazione di valore per il private equity per almeno tre motivi. Il risparmio dei costi, dal momento che questo tipo di iniziative tipicamente include la riduzione dell’utilizzo di alcune risorse che risultano essere molto costose, ma che hanno un forte impatto sull’ambiente; crescita dei ricavi, visto che, con la presenza di aziende focalizzate su queste tematiche, si assiste ad una forte riduzione delle barriere all’entrata e a un territorio sempre più ampio per gli investimenti di private equity. Infine, per quanto concerne la brand reputation, l’avvicinamento a queste tematiche aiuta gli operatori di private equity a dimostrare la loro sensibilità per la CSR. Inoltre, oggi il 75% del valore del mercato può essere attribuito da beni immateriali come il brand.

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