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L’Italia è un paese pilota
per il business del vaping

British American Tobacco ha un piano di investimenti quinquennale da circa un miliardo di euro, che si va a sommare ai 2,3 miliardi già stanziati nel 2004 per rilevare la quota dei Monopoli di Stato

Marco Scotti
L’Italia è un paese pilotaper il business del vaping

Con oltre sette milioni di morti ogni anno nel mondo, di cui 93mila in Italia, non serve ribadire che il fumo sia dannoso per la salute. Per questo motivo, i principali produttori di tabacco hanno da tempo deciso di non investire più nelle “bionde” per concentrarsi soprattutto sulla ricerca di prodotti “a potenziale rischio ridotto”. Si tratta di alternative alle tradizionali sigarette che non prevedono la combustione di carta e tabacco, ma il riscaldamento o la vaporizzazione. Un sistema per fumare che sembrerebbe, ma il condizionale è ancora d’obbligo nonostante un primo pronunciamento favorevole della Food and drug administration americana, presentare minori controindicazioni rispetto a quanto avveniva con le sigarette. Ha deciso di investire in modo molto significativo su questa nuova tipologia di offerta la British American Tobacco (Bat), multinazionale che è particolarmente attiva nel nostro Paese, con un piano di investimenti quinquennale da circa un miliardo complessivo che si va a sommare ai 2,3 miliardi già stanziati nel 2004 per la privatizzazione dell’Ente Tabacchi Italiani. In particolare, sono gli stick per il riscaldamento del tabacco il prodotto che Bat ha deciso di incentivare: oggi, nel mondo, l’azienda è presente in 30 mercati con le proprie referenze a potenziale rischio ridotto e, nel 2018, ha realizzato ricavi per 901 milioni di sterline da quelli a tabacco riscaldato e da vaping (le cosiddette sigarette elettroniche). Una crescita del 180% per i soli prodotti da tabacco riscaldato, con ricavi pari a 576 milioni di sterline e una crescita pari al 217% in termini di volumi, per circa 7 miliardi di stick venduti nel mondo in questa categoria.

Mentre la media europea è del 62%, in Italia la fiscalità sulle sigarette incide per il 77%, a cui va aggiunto un ulteriore 10% fissato per legge

«L’Italia – ci spiega Alessandro Bertolini, vice presidente British American Tobacco Italia, direttore affari legali e relazioni esterne – è un caso quasi virtuoso. È stato il primo Paese nel quale sono state prese iniziative contro il fumo, già nel 2014, quando si è deciso di introdurre sui pacchetti le immagini che raccontano i danni causati dalle sigarette. Ancora: nonostante la presenza della criminalità organizzata, abbiamo un tasso di contrabbando che è inferiore al 10%, mentre in altri Paesi come Uk supera il 20% o si attesta intorno al 15% nel caso della Francia. Certo, non possiamo in questo momento dirci del tutto tranquilli: ci stiamo avvicinando a quella “zona rossa” in cui vengono fatti da parte dell’esecutivo i budget per l’anno successivo e in genere si colpisce proprio il settore in cui operiamo principalmente. Questo nonostante la fiscalità sia già altissima: mentre la media europea è intorno al 62%, l’Italia applica un’incidenza del 77%, oltre a un aggio del 10% fissato per legge. Se quindi dovesse aumentare l’Iva, automaticamente aumenterebbe anche il costo medio delle sigarette, che è oggi intorno ai 4,9 euro a pacchetto. Per quanto riguarda, invece, il prezzo del tabacco riscaldato, l’imposizione è circa del 25%, il che ci consente di tenere costi più bassi per l’utente finale». Per questo motivo, con la Legge di Bilancio 2018, l’assetto regolatorio e fiscale delle categorie dei prodotti a potenziale rischio ridotto, riconoscendo implicitamente il principio dello spettro del rischio attraverso un taglio sensibile della tassazione, è diminuito drasticamente, permettendo a Bat di portare il prezzo degli stick da 5 a 3,5 euro. Sono proprio gli stick, così come le sigarette elettroniche, il business su cui Bat vuole puntare nei prossimi anni, con l’obiettivo di raggiungere i 5 miliardi di sterline entro il 2023-24, tra tabacco riscaldato, vaping e altri prodotti innovativi a potenziale rischio ridotto. L’Italia è il primo Paese al mondo in cui Bat ha scelto di essere presente con queste nuove tipologie merceologiche. Per questo, a partire dal 2015, ha stanziato un piano da un miliardo, di cui 845 milioni già spesi. Nel 2018 gli investimenti di British American Tobacco in Italia ammontano a circa 229 milioni di euro, superando il target annuale previsto. Si è scelto di puntare forte su “glo” uno stick che, lanciato a Torino ad aprile 2018, ha raggiunto una quota di mercato del 6% del tabacco riscaldato, con un tasso di penetrazione del mercato pari al 2,5% dei consumatori adulti e circa 400.000 stick venduti.

«Questi nuovi prodotti – prosegue Bertolini – rientrano nella missione che ci siamo dati di trasformare il tabacco, offrendo la più ampia gamma possibile di prodotti alternative alle sigarette tradizionali. Vogliamo mettere i consumatori in condizione di orientarsi verso soluzioni che, in base alle nostre analisi, presentano un profilo di rischio potenzialmente molto più ridotto, fino al 95% rispetto al passato. Il nostro target è rappresentato da fumatori adulti, non vogliamo certo rivolgerci ai più giovani, ma a chi è già un consumatore abituale di tabacco. Abbiamo iniziato a lanciare nuovi prodotti per il riscaldamento del tabacco da ottobre dello scorso anno, quindi è ovvio che ci vorrà del tempo prima di vedere risultati apprezzabili. L’ideale sarebbe riuscire a registrare aumenti tra lo 0,1 e lo 0,2% sul mercato generale. Per quanto riguarda, invece, le sigarette elettroniche, pur non essendo un mercato di facile misurazione vista la molteplicità di esercizi che le possono vendere, sappiamo che siamo al secondo o al terzo posto in Italia per volumi nelle tabaccherie». La necessità per le aziende del comparto di trovare nuovi prodotti che sostituiscano le sigarette è certificato dal voto del consiglio comunale di Beverly Hills. La città dell’area metropolitana di Los Angeles, infatti, ha decretato all’unanimità la messa al bando delle “bionde” da negozi, tabaccai e farmacie a partire dal 2021. Il divieto riguarderà anche le sigarette elettroniche, già vietate anche a San Francisco per non incentivare i giovani a fumare. 

Nel 2018 in italia Bat ha effettuato investimenti per 229 milioni di euro superando il target annuale e puntando sullo stick “Glo”

Una serie di norme sempre più restrittive che non sempre però ottiene il risultato sperato. In Italia, ad esempio, nonostante l’introduzione sui pacchetti di immagini particolarmente forti allo scopo di dissuadere i consumatori dall’acquisto, non si sono registrati particolari cambiamenti nel numero di fumatori. Anzi, questi sono aumentati di mezzo milione di unità tra il 2017 e il 2018, dimostrando che non sono i sistemi coercitivi quelli più efficaci per ridurre drasticamente il fumo. Una tendenza confermata da Bertolini che nota come «il proibizionismo non è la via più efficace. Fino ad oggi l’obiettivo di contenimento o riduzione dei fumatori a livello globale è stato gestito attraverso un incremento delle restrizioni regolamentari, in parte anche attraverso la fiscalità. Ma non sono stati raggiunti i risultati sperati. C’è però – conclude il vice presidente di Bat Italia – uno strumento non banale: offrire ai consumatori e ai fumatori della alternative meno dannose, perseguendo insieme alle istituzioni un concetto molto importante, cioè quello della riduzione del pericolo. Se i fumatori adulti avessero, in maniera consapevole, la possibilità di utilizzare strumenti potenzialmente meno dannosi, potrebbe essere un supporto interessante a livello mondiale. Perfino il professor Veronesi, un luminare e un paladino della lotta al cancro, è sempre stato a favore di un impiego meno costrittivo dei metodi di prevenzione. E, infine, per tutti coloro che stanno sollevando dubbi sulle sigarette elettroniche o sugli stick, non c’è che una richiesta: non trattiamo questi prodotti alla stessa stregua delle sigarette tradizionali, o l’unico effetto che otterremo sarà quello di eliminare un concorrente delle “bionde”, mantenendo un danno certo alla salute dei consumatori». 

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