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Consulenza, la creatività
batte la saccenteria

Quattro gruppi di studio intitolati come se fossero film. E un’idea rivoluzionaria: che le idee migliori vengono da chi ha meno esperienza. Così Protiviti da cinque anni si piazza tra le migliori aziende in cui lavorare

Sergio Luciano
Consulenza, la creatività batte la saccenteria

Giovani consulenti all’opera nel laboratorio creativo

«Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso” (Luca, 23-24)».

Sarà impegnativa, la citazione evangelica, ma è d’obbligo, se si conversa per un po’ con Giacomo Galli (nella foto), managing director e fondatore di Protiviti in Italia, la branch della boutique consulenziale di Menlo Park cui fanno capo in 70 uffici nel mondo tra cui Milano oltre 5000 teste d’uovo specializzate in internal audit, risk-management, compliance, tecnologia, gestione dei business processes, data analytics e finanza. 

Protiviti viene classificata costantemente da cinque anni da Fortune tra le 100 migliori aziende del mondo in cui lavorare. Ma il Vangelo viene in mente perché ha del miracoloso incontrare un grande consulente aziendale capace di parlare con senso critico anche della necessità che il suo mestiere evolva, cambi, ripensi il proprio modello di business. Insomma, curi se stesso. Di solito, la spocchia regna sovrana. Ma per un imprenditore incerto sul da farsi in casa propria, è confortante potersi confrontare con persone disposte a mettere in  discussione anche se stesse. Come può un saccente essere un bravo consigliere?

Già, dottor Galli: anche la consulenza aziendale strategica deve cambiare, per quanto pochi lo ammettano. Ma ci spiega meglio come e perché?

La ragione di fondo di questa necessità è che si è creata una sovrabbondanza di offerta… Siamo di fronte da una parte a una grande  democratizzazione dell’informazione e dall’altra alla necessità di una sempre maggior selezione. Senza dimenticare che la digitalizzazione sta impattando fortemente anche sul nostro mestiere e ruolo. Con simili premesse, sarebbe strano se un modello di business uguale a se stesso da decenni non cambiasse.

E cosa state facendo, voi di Protiviti?

Quel che facciamo da sempre per i nostri clienti: studiare il mercato per capire come fare a modificare il modo in cui lavoriamo. Ma cambiando anche il metodo di lavoro.

In che modo?

Un modo del tutto nuovo. Anche per noi. Un laboratorio creativo. Nato con una logica di sperimentazione pura. Negli Usa ce ne sono già due, a Chicago e a New York, e uno è a Londra. L’idea di questo Lab nasce proprio da una presa di coscienza che è però anche una rivoluzione, cioè che le idee nuove vengono dal basso, anagraficamente parlando: cioè dai giovani. L’esperienza conta sempre meno con l’accelerare del cambiamento. E a volte frena. 

E quindi?

Sia i nostri colleghi americani che noi stiamo mettendo in questi laboratori dei ragazzi giovani, appena arrivati nella nostra azienda, sotto i trent’anni, che non hanno ancora avuto esperienze che abbiano lasciato impronte definitive. Sembra una contraddizione - ma non lo è - che l’evoluzione debba provenire dagli inesperti. Noi diamo a questi ragazzi l’ambiente e la tecnologia e gli stimoli giusti. Ogni spunto, ogni idea, ogni soluzione che ci si inventa va poi valutata, tutti insieme anche con i cosiddetti esperti.

Interessante. Ma i gruppi di analisi non sono poi una novità così dirompente…

Aspetti, i nostri sono diversi. Sin dai nomi che gli abbiamo dato…e per la loro missione.

Quali nomi?

Titoli di film. Il progetto l’abbiamo chiamato “Big short”, come il film su quel broker che operando contro corrente riuscì a guadagnare dal crollo borsistico del 2008. Un primo gruppo lo chiamiamo “I 7 samurai”, e si occupa di valutare quali sono oggi le tecnologie più efficaci ed efficienti di lavorare per progetto. Siamo proprio sicuri che l’approccio “agile” sia il più efficiente? Ci sono altri metodi? Ci può essere più interazione? Una volta tutto ciò si chiamava “tempi e metodi”. C’erano signori col cronometro che andavano sulla linea e misuravano…

Bello. Poi? Avrete mica intitolato un gruppo a Forrest Gump?

No, ma ad “Oltre il giardino” sì. È un gruppo fortissimo, si occupa di uno degli elementi più complessi di quest’epoca storica, il linguaggio. Ci sono problemi linguistici e culturali nuovi, senza precedenti. Anche tra noi comunicare richiede risorse nuove. Ad esempio ci siamo dotati dell’aiuto di un mio ex compagno di militare che fa il fumettista. Ogni qualvolta noi scriviamo documenti troppo ostici, lui ci fa un disegno a fumetti per spiegarlo. Stiamo pubblicando contemporaneamente sia il documento barboso e complesso sia il disegno esplicativo… E i ragazzi del gruppo si sono inventati Protivitipedia, un archivio costruito in modalità peer to peer dove andiamo a custodire tutti i termini che vengono utilizzati nella consulenza… Da cosa vogliono dire “big data” o “blockchain” fino alle definizioni più astruse e complesse.

E il vostro modello di business?

Se ne occupa in particolare il terzo gruppo lavoro, “2001 Odissea nello spazio”. Sono all’avanguardia. Ora stanno analizzando il modo migliore per sviluppare la consulenza a distanza. Indispensabile per offrire i nostri servizi anche alle Pmi sparse sul territorio che farebbero fatica ad avere accesso ai nostri servizi. Non le raggiungeremmo mai con la normale forza commerciale. Ma con il telelavoro applicato alla consulenza sì!

La consulenza aziendale strategica deve cambiare insieme al metodo di lavoro: il business non può rimanere uguale a se stesso per decenni

Manca ancora un gruppo all’appello!

Sì, si chiama “Mister Hoola Hop” riguarda i processi di innovazione, e detta così sembra una competenza troppo vasta per essere puntuale. Partiamo dal presupposto che le idee nuove sono una risorsa scarsa, vanno coltivate e gestite affinchè non si perdano. Questo è un processo che molti nostri clienti acquisteranno. L’idea di business è offrire consulenza sulla gestione dell’innovazione come si offre il software, as a service. Non tanto nel senso di offrire contenuti specifici, ma metodologie di processo.

Quali risultati vi sentite già di aver tratto da questi gruppi, che siano utili per voi come per i vostri clienti?

Be’, un’idea forte riguarda la necessità di usare la tecnologia anche per dare una nuova forza alla comunicazione verso i nostri professionisti, attuali e futuri. I nostri, certo, ma anche quelli delle aziende nostre clienti, che hanno più o meno le stesse esigenze. Comunicare efficacemente la propria identità di business è anche un modo per vincere la battaglia per i talenti migliori.

I clienti non si accontentano più di slide e chiacchiere, ma hanno bisogno di soluzioni che funzionino, replicabili e che risolvano problemi

Quindi voi adoperate metodiche che avete studiato e creato e che venderete anche!

Certo: per esempio andiamo nelle università per promuoverci e attrarre talenti, e portiamo visori tridimensionali con la realtà aumentata che mostrano i nostri uffici stimolando in tutti i modi le menti più giovani, e ci stiamo preparando anche per ragionare sulle analoghe richieste che ci arrivano dai nostri clienti sul mercato. Un cosiddetto asset-based consulting.

Cioè?

Cioè i clienti non si accontentano più di slide o chiacchere ma hanno bisogno di soluzioni funzionanti, replicabili, di qualcosa che stia su una piattaforma informatica e risolva problemi. Stiamo usando l’intelligenza  artificiale su temi estremi come l’anti-riciclaggio o il riconoscimento facciale per le banche. Innovazioni complesse che ci vengono chieste chiavi in mano…

Difficili da comunicare?

Dipende dalla capacità di sintesi e di spiegarsi in maniera semplice. Una sfida interessante. Stiamo sperimentando un nuovo modo di risolvere problemi. Si parte da un problema e anziché affrontarlo in maniera classica si ricorre ad una visualizzazione veloce delle soluzioni, che, scritte su un post-it, vengono appese al muro e nel giro di mezz’ora si tira fuori la visualizzazione migliore della soluzione. Si chiama anche design thinking… 

Per concludere, a che punto siete con questi gruppi di lavoro?

Siamo partiti da circa un anno e mezzo, siamo ancora a metà del guado, ma la cosa bella non è tanto ottenere risultati quanto aver cambiato il processo,  creando molto entusiasmo e un nuovo approccio. In questi nostri quattro gruppi, pur lasciando a ciascuno il suo scopo, faremo una rotazione dei partecipanti, circa 25, tutti junior con due o tre anni di lavoro alle spalle guidati da un capo a sua volta giovane che ne abbia non più di cinque.

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