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Veniamo da lontano
per crescere insieme al Pil

Dal 2010 gli imprenditori italiani sono diminuiti del 16,35%, mentre le imprese fondate da stranieri sono aumentate del 48,4%. E oggi gli immigrati valgono 139 miliardi di euro di prodotto interno lordo

Marina Marinetti
Veniamo da lontanoper crescere insieme al Pil

C'è Ghapios Garas, che guida un’azienda che ricondiziona dispositivi elettronici e li reimmette sul mercato; Whajahat Abbas Kazmi, che con i suoi film documenta le ingiustizie sociali, facendo incetta di premi; Lifang Dong, a capo di una law firm specializzata in diritto privato comparato; Ionut Giurgi, che con la sua impresa progetta e realizza tetti e solai in legno; Marie Terese Mukamitsindo, che attraverso una coooperativa sociale cerca opportunità di lavoro per chi è disoccupato; Yafreisy Berenice Brown Omage, che il lavoro lo dà a 15 persone, nel suo supermercato, e fattura 1,5 milioni di euro; Ali Reza Arabnia, che di milioni ne fattura 140 producendo sistemi di verniciatura per automotive; George Sirbu, che sta mettendo in piedi un centro di ricerca e sviluppo basato su blockchain e intelligenza artificiale ed è alla guida dei Giovani imprenditori di Confapi a Firenze. Arrivano da Egitto, Pakistan, Romania, Ruanda, Santo Domingo, Iran... Sono imprenditori. Ci stanno aiutando a casa loro: in Italia.

A livello fiscale dagli immigrati provengono 3,5 miliardi di euro di gettito e 13,9 miliardi di contributi previdenziali

Guardiamo in faccia la realtà: gli stranieri, o forse sarebbe meglio dire “i nuovi italiani”, sono essenziali per l’economia del Paese. In primis, per una banale questione demografica: lo scenario medio dell’Istat  prevede che, da qui al 2050, la popolazione con almeno 65 anni passerà da 13 a 20 milioni (+50%), ovvero dal 22 al 34% del totale. Servono giovani per rimpiazzare i nostri. E poi c’è la questione economica: a oggi, secondo le stime della Fondazione Leone Moressa, istituto di ricerca promosso e sostenuto dall’Associazione Artigiani e Piccole Imprese Cgia di Mestre, i 2,5 milioni di stranieri occupati (10,6% del totale) contribuiscono a generare il 9% del Pil nazionale, ovvero 139 miliardi di valore aggiunto. E e a livello fiscale, da loro provengono 3,5 miliardi di euro di gettito, su un volume di 27,4 miliardi di redditi dichiarati, e 13,9 miliardi di contributi previdenziali e assistenziali versati. Secondo Enrico Di Pasquale, ricercatore della Fondazione Moressa, «non possiamo fare a meno dei lavoratori stranieri: il mercato del lavoro non è una scatola chiusa in cui prima di mettere bisogna togliere. In un’economia che cresce, creare nuovi posti di lavoro ne genera altri. La controprova è rappresentata dal fatto che, in questi anni di mancati arrivi di migranti economici, non si è vista una drastica riduzione dei disoccupati italiani». 

Attenzione: non stiamo affatto parlando esclusivamente di “bassa manovalanza”. Tutt’altro: se nell’idea stessa di intraprendere un percorso migratorio e nel connesso obiettivo di portarlo a termine con successo si può cogliere il senso di un progetto e di una visione imprenditoriale, non stupiamoci se dei 3milioni di titolari di attività in Italia il 14,6% è nato all’estero. Si tratta di 450mila persone, delle quali la stragrande maggioranza, l’81,1%, sono di origine extracomunitaria: «Costituiscono il 15% del totale delle imprese», specifica Massimo Valerii, direttore generale del Censis, «un dato che, se rapportato al 9,5%, che è l’incidenza della popolazione straniera su quella italiana, dimostra la grande propensione imprenditoriale degli immigrati: quasi il doppio di quella degli italiani». 

A partire dagli anni ‘90 del Novecento gli imprenditori stranieri sono sempre aumentati, mantenendo un trend positivo anche negli anni della crisi, mostrando una vitalità e una voglia di rischiare superiore rispetto ai nostri connazionali: dal 2010 al 2018, mentre i titolari italiani sono diminuiti del 12,2%, gli imprenditori stranieri sono cresciuti del 31,7 e quelli extracomunitari addirittura del 37,8%. Un trend che non accenna a scemare: «considerando anche il primo semestre 2019 vediamo gli imprenditori italiani che sotto i colpi della crisi sono diminuiti del 16,35, mentre gli stranieri sono aumentati del 48,4% e quelli extracomunitari addirittura del 57,6%», specifica Valerii, citando casi limite come quello del distretto di Prato, in cui addirittura il 47% delle imprese presenti sono cinesi. «È la prova incontrovertibile di una buona relazione anche con le istituzioni locali», dice. E se allarghiamo lo sguardo oltre ai titolari di impresa, scopriamo la presenza di fenomeni evolutivi che sono sintomo di una crescente complessità della struttura delle imprese a conduzione immigrata: oggi, complessivamente 708.949 nati all’estero sono titolari, soci, amministratori o ricoprono cariche di responsabilità all’interno di imprese, complessivamente cresciuti del 30,1% negli ultimi otto anni. 

D’altronde lo abbiamo fatto noi italiani (e in parte lo stiamo facendo ancora, tra cervelli in fuga e pensionati in cerca di un regime fiscale alleggerito), oggi lo fanno individui e intere famiglie da altre parti del mondo: si emigra alla ricerca di prospettive migliori. «I nuovi italiani stabilmente residenti nel nostro paese seguono una traiettoria di allineamento con la condizione del ceto medio», spiega il direttore del Censis: «Il modello specificamente italiano ci differenzia molto dagli altri paesi europei. Pensiamo alle banlieu parigine o alle inner city londinesi, caratterizzate da un meccanismo di concentrazione etnica, che si sposa con bassi tassi di istituzione e alti tassi di disoccupazione, a cui corrisponde una forte radicalizzazione identitaria che in molti casi porta a trasformare la delusione in rancore e il rancore in vendetta. Noi in Italia abbiamo un modello completamente diverso, in cui stranieri con una forte propensione all’imprenditorialità aprono piccole ditte di costruzioni, sono molto attivi nel commercio... Chi viene qui sperimenta oggettivamente il miglioramento della sua condizione. È la fotografia di quello che gli italiani hanno vissuto nei decenni passati, seguendo una traiettoria ascensionale con una tensione a migliorare le proprie condizioni socioeconomiche attraverso l’impresa». 

A differenza delle banlieu parigine chi viene in italia sperimenta oggettivamente un miglioramento delle proprie condizioni

Così, il 63,1% degli imprenditori stranieri (più di 280mila individui) è titolare di un’impresa di servizi, comparto all’interno del quale i nati all’estero rappresentano il 16,3% degli imprenditori attivi in Italia; gli stranieri titolari di un’attività manifatturiera sono oltre 150mila, e rappresentano il 22,0% del totale dei titolari. È quel modello antico di autoimprenditorialità che gli italiani hanno perduto e gli immigrati fatto proprio. E che risponde ai bisogni del mercato del lavoro, ma anche a quelle dei consumatori, in maniera efficace ed efficiente, intercettando una domanda che diversamente non troverebbe risposta. Ci riferiamo agli orari di apertura degli esercizi commerciali, all’offerta differenziata di prodotti, ma anche alla disponibilità ad eseguire mansioni meno qualificate di altre. E comunque con un’agilità (e una flessibilità) decisamente superiore a quella degli italiani: quello immigrato è un modello imprenditoriale che ha i suoi punti di forza nella estrema flessibilità e nella capacità di adattamento alle esigenze del mercato. Caratterizzato non solo dalla propensione ad andare ad occupare gli spazi lasciati liberi dai nativi, ma anche dalla capacità di garantire estrema flessibilità negli orari di lavoro, disponibilità agli spostamenti, varietà dei prodotti offerti, costi contenuti, ibridazione tra italiano e straniero. 

«La cosa importante da sottolineare», conclude Valerii, «è che il discorso pubblico sul tema immigrazione è concentrato su emergenza e prima accoglienza, ma c’è una realtà molto più silenziosa, di cui si parla poco, che ha una forte dinamica imprenditoriale: è quella degli stranieri stabilmente residenti sul territorio. Questo Paese avrebbe bisogno di guardare oltre per confrontarsi con strumenti più razionali con una realtà molto dinamica dal punto di vista imprenditoriale. Perché il bilancio dare/avere è positivo, anche in tema di welfare. Bisogna accendere la luce».

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