SOSTENIBILITà

La nuova filantropia
si misura a suon di percentuali

Per produrre un vero cambiamento sociale e avere un futuro sostenibile è necessario che il mondo delle aziende e quello del no profit si intreccino sempre di più. La visione della Fondazione Lang Italia

Davide Passoni
La nuova filantropia si misura a suon di percentuali

Quando nel 2011 parlavamo di filantropia strategica e di misurarne l’impatto, ricordo che il responsabile di un’organizzazione mi guardò negli occhi dicendomi che il bene non si può misurare. Ora la consapevolezza è del tutto diversa». Lo dice con soddisfazione Tiziano Tazzi, presidente della Fondazione Lang Italia. Nata nel 2011, la fondazione agisce per portare metodo nel terzo settore, per fare in modo che chi vi opera direttamente, come ente non-profit, o indirettamente, come donatore, possa migliorare la propria efficienza ed efficacia, ridurre gli sprechi, utilizzare al meglio le risorse disponibili per il settore. «Ci muoviamo con attività di consulenza e formazione per aziende, enti non-profit, fondazioni di erogazione. Partecipano spesso anche operatori della finanza, perché hanno scoperto che la filantropia è radicata in molti dei loro clienti, non di rado con patrimoni elevati: hanno capito che star loro vicini nei momenti in cui devono decidere su questi temi, rafforza molto il rapporto con i clienti stessi e migliora l’immagine dell’istituto di credito per cui essi lavorano». Lang Italia ha anche promosso a fine ottobre, a Milano, il Philanthropy Day, «per presentare e dare il via a una New Philanthropy: per produrre un vero cambiamento sociale e avere un futuro sostenibile, è necessario che il mondo delle aziende e quello del non profit si uniscano, si intreccino sempre di più, così da affrontare i problemi della società in maniera trasversale, quindi più efficace». Un percorso da intraprendere con coscienza per un concetto, quello della filantropia, più diffuso nelle culture anglosassoni che nella nostra. «Penso che la filantropia in Italia - prosegue Tazzi - sia figlia di un approccio dicotomico al sociale, che contrappone profit e non-profit. In realtà, il profit ha sempre avuto in sé un’attenzione al sociale, all’ambiente… La storia italiana è ricca di esempi, da Adriano Olivetti in giù. Era però un’attenzione che molte aziende manifestavano solo quando i risultati di bilancio lo permettevano, perché il mercato non dava valore alla loro visione sociale. Oggi le cose sono cambiate: i giovani preferiscono comprare da imprese impegnate socialmente e le risorse di maggior talento sono attratte dalle società più equilibrate dal punto di vista etico, non dalle più ricche. Infine, da quando BlackRock ha comunicato che non avrebbe più investito in società che non avessero un’attenzione ai cosiddetti “sustainable development goals” indicati dall’Onu, le società quotate e non quotate hanno innalzato la loro attenzione verso i temi sociali».

Nei programmi aziendali di miglioramento dell'efficienza interna l'obiettivo minimo è di ridurre gli sprechi del 10%

Una tendenza che, secondo Tazzi, è una strada di non ritorno: «Oggi un’azienda che vuole svilupparsi nel tempo in modo stabile deve integrare profit e non-profit. È sempre più frequente trovare in realtà non-profit persone che si pongono i problemi tipici del profit: efficienza, risultati, riduzione degli sprechi. Se vogliamo, è un giusto ricongiungimento tra i due mondi. E dico di più: non potrà più esistere un’organizzazione profit che non pensa al sociale e una sociale che non pensa al profit». E i numeri danno ragione a Tazzi. «Il giro d’affari del terzo settore in Italia è di circa 70 miliardi. Quando in un’azienda si inizia un programma di miglioramento dell’efficienza interna, l’obiettivo minimo è un 10% di riduzione degli sprechi; capisce che, traslando il metodo al non-profit, su 70 miliardi parliamo di 7 miliardi resi disponibili ogni anno senza chiedere nulla in più a nessuno. Bene quindi passare da una filantropia che divide a una che si integra, che unisce, perché sono cambiati il mercato, la consapevolezza dei consumatori e quella dei beneficiari delle non-profit, a vantaggio della stabilità della prospettiva filantropica».

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