Da Mary Quant all'arte mi lega un filo

Intervista ad Emilio Cavallini, padre dei collant, ora artista tridimensionale

Germana Cabrelle
Da Mary Quant all'arte mi lega un filo

Nylon, principale elemento delle calze da donna, è un acronimo e significa: “Now You Lose old Nippon”, che tradotto vuol dire “Adesso hai perso vecchio Giappone”. In una parola, diventata simbolo per antonomasia di una fibra ultraresistente, è contenuto il riassunto di una storia che risale agli anni in cui l’America, preoccupata di perdere la guerra nel Pacifico, puntò alle invasioni con i paracadutisti ma per fabbricare i paracadute occorrevano grossi quantitativi di seta e i giapponesi avevano chiuso la via della seta. Che fare, quindi? Strateghi militari si attivarono per produrre una seta artificiale, sintetica, che fu chiamata nylon. Alcune tesi sostengono che significasse inizialmente New York +  Londra e la desinenza ON fosse il diminutivo di rayon. Ma poi qualcuno, ironicamente, precisò che il vero significato è “Now You Lose Old Nippon” e questo è quello che passò alla storia, segnando l’inizio di un nuovo modo di concepire i prodotti dapprima realizzati solo in costose fibre naturali.

Lo stilista e imprenditore toscano Emilio Cavallini, ben conosce questo elemento. I suoi esordi da artista nel mondo della moda sono stati con il disegno e la produzione di calze in nylon da indossare sotto le minigonne di Mary Quant alla fine degli anni Sessanta, rendendosi autore della più grande innovazione che ha soppiantato il reggicalze e la cucitura dietro il polpaccio in favore di una calza indossabile come una mutandina. Il suo core business, infatti, sono gli indumenti realizzati senza cuciture (seamless) grazie alle nuove macchine da calze con grossi cilindri concepite appositamente. Dal 1980 realizza la sua linea di sola calzetteria per uomo e donna con il marchio che porta il suo nome e cognome e nel 2009 ha prodotto 4 milioni di calze fantasia, esportate in tutto il mondo. Da qualche anno si sta dedicando sempre più intensamente o quasi esclusivamente all’arte, con mostre di quadri realizzati con fili di calze lunghi 32 metri, intrecciati rispettando la geometria aurea dei frattali  e  ispirate ai quadri famosi dei pittori classici toscani, in particolare il Pontormo, riprendendone i colori. Attualmente si dedica alla costruzione dell’archivio dei motivi decorativi e delle tecniche utilizzate in 40 anni di lavori e alla sua passione per l’immagliazione dei tessuti fino a farne dei capolavori, stavolta di home decor.

Commendator Cavallini, come mai questa scelta di rivolgersi all’arte?

Perché sono appassionato dell’armonia aurea, dei frattali, delle  biforcazioni ispirate al Pontormo, delle geometrie e degli studi matematici riconducibili al soffitto a cassettoni del Pantheon. Sono fortemente attratto da tutte queste perfezioni e a 73 anni credo di potermi concedere il piacere di seguire solo il mondo dell’arte. Con i fili delle calze, incrociati tra loro, riesco a ricombinare questo mondo tridimensionale che amo. Gli uomini devono perdersi e ritrovarsi nell’universale, perché tutto ciò di cui hanno veramente bisogno sono le esatte coordinate verticali e orizzontali. Nelle mie opere i fili lasciano il regno della loro funzionalità per diventare uno strumento che dà forma a qualcosa di nuovo.

A proposito di filo e di linee, cosa la lega all’inventrice della minigonna, Mary Quant?

Frequentavo Londra fra il 1965 e il 1966 e in quel periodo da Mary Quant cercavano degli stagisti per disegnare tessuti, in particolare motivi per le calze da portare sotto la minigonna che la stilista stava lanciando. La cosa mi incuriosì molto. Ero un punk in quel periodo e Londra rappresentava il simbolo del modo di vivere all’avanguardia. Mi sentivo il candidato perfetto in quanto venivo da una zona della Toscana, San Miniato, dove avevo trascorso la mia infanzia a contatto con circa 200 donne di una fabbrica di calze e avevo ancora il ricordo vivido di queste operaie vestite di blu che lavoravano in questo grande calzificio. Così risposi a Mary Quant che potevo provare a disegnarle io le sue calze.  Lei mi diede l’okay chiedendomi di portami delle proposte. Cosicché, visto che i suoi vestiti erano all’epoca principalmente in bianco e nero, disegnai delle calze a righe bianche e nere, orizzontali e verticali e i bozzetti lei piacquero molto. Quando tornai in Italia mi rivolsi a un grande calzificio, sempre in Toscana, per realizzarle, dove però producevano solo calze col reggicalze. Fresco delle novità londinesi, annunciai che la tendenza in voga per le donne era portare calze maglia senza giarrettiere e loro rimasero molto stupiti dalla notizia ma non essendo interessati a nuove idee, quanto piuttosto alla figura di un ragioniere che seguisse l’amministrazione, mi proposero un lavoro. Frequentavo, all’epoca, la facoltà di Economia  ed essendo motivato a guadagnare per mantenermi gli studi, entrai a part-time in azienda ma piano piano, in parallelo, riuscii a convincerli a fare calze con la mutandina, portando loro dei campioni della Daski americana. Da un’altra azienda toscana che faceva reti per salami, realizzai il prototipo di una calza da indossare senza cuciture.

Quindi possiamo dire che lei è il papà dei collant?

Sì, è stata un’idea mia quella di eliminare reggicalze,  giarrettiera e cucitura e introdurre solo calze con la mutandina. All’inizio, da questa azienda toscana, riuscii a farmi fare solo delle calze bianche e nere che sembravano quelle di Pippi Calzelunghe, da fumetto. Più avanti, negli anni ’70, mi fu data la possibilità di mettermi in proprio e di produrre da solo,  quindi ho lavorato in questo settore fino agli anni ’90. Le calze che uscivano dal mio laboratorio erano marchiate Mary Quant ma erano di concept mio e in seguito ho prodotto anche per Christian Dior. Nel frattempo il mio istinto mi portava già a preferire il lavoro dell’artista a quello dell’imprenditore, ma i genitori mi rimbrottavano che con l’arte non si vive.

L’ispirazione artistica è partita dunque da questo stesso ambiente di produzione di collant?

Da subito, tutti gli scarti delle calze li trattenevo e li montavo su dei coni di filati e facevo delle composizioni che mettevo in una teca di legno. Ne uscivano dei lavori che erano già di per se stessi dei quadri 90x90, delle composizioni tridimensionali.

Cioè faceva diventare le sue calze delle opere d’arte?

Sì, da quegli scarti ricavavo pareti intere di quadri fatti con fili di tessuto. Negli anni ’80, per seguire le sfilate, avevo un piccolo studio a Milano e già mi dilettavo con questi opere. Negli anni ’90, quando cominciai a lavorare per Victoria Secret e Banana Republic, entrai in contatto con la pop art ed ebbi l’occasione di conoscere il critico d’arte statunitense Artur Danto. Sono sempre stato un appassionato di matematica, tant’è che tutte le mie composizioni hanno significati matematici che vanno oltre il significato estetico: tutto è proporzionale. All’apparenza potrebbe sembrare astratto ma invece si è in presenza di composizioni ragionate e matematiche dove tutto è misurato nel suo significato compositivo, dalla quantità di colore alla struttura.

Poi, come andata?

Il successo nelle calze è stato grande, ancorché io in parallelo continuassi a coltivare la mia passione creativa in ambito artistico. Fintantoché un giorno a New York Arthur Danto iniziò la collaborazione per la stesura di un libro, pubblicato dalla casa editrice Skirà, e presentato alla Triennale, su tutte le mie opere realizzate con fili di nylon e da lì partì anche l’interesse di un certo mercato dell’arte. Cosicché cominciai a vendere e ad allestire mostre a New York, Parigi, Whasington, sponsorizzato dall’istituto italiano di cultura e dall’ambasciata.

L’arte ha soppiantato il business delle calze?

No. Continuiamo a produrre calze per tutte le maison più importanti nel mondo. I pois di Dior, la maglia a rete ad esempio, sono tutte mie ideazioni. Anche le calze di Madonna sono mie, come pure quelle di altre star internazionali; inoltre tutti gli stylist sono in contatto con la mia azienda per fare l’accessorio calza. Perché dietro ogni paio di calze c’è un mondo, dal momento che concettualmente il collant sembra un tubo ma non lo è perché il piede parte piccolo ma poi si allarga, indossando la calza. La mia è stata una innovazione epocale, come pure le decorazioni sulle calze: motivi a stelle, teschi, animalier e ogni tipo di rete. I colori fluo, poi, sono diventati il nostro must di riferimento. Tuttavia la calza, da sola, non regge i costi di un negozio monomarca. Il mio mondo, ora, è diventato internet e con l’e-commerce vendiamo calze in tutto il mondo.

Come avete fatto a cambiare strategia di vendita e orientarvi solo sul web?

Il nostro approccio all’e-commerce è cominciato quasi 10 anni fa, in anticipo rispetto alla maggior parte delle aziende di moda. Grazie a questa lungimiranza, non appena il mercato è maturato abbastanza, questo cambiamento  è stato un processo naturale, supportato soprattutto dai nostri clienti che trovano nello shopping online il canale ideale  per poter disporre dell’intera collezione interagendo direttamente con la nostra azienda.

Che tipo di promozione fate o avete fatto per implementare e dirottare le vendite sull’online?

 I nostri prodotti sono spesso presenti negli editoriali curati dagli stylist più famosi. Queste bellissime immagini si amplificano in ridondanza attraverso i  social media e danno un risultato al nostro e-commerce.

 Da dove arrivano le richieste? Quali sono i principali mercati di riferimento?

Europa, Stati uniti, Canada, Giappone, Cina, Australia. Per il black friday abbiamo avuto il tilt delle richieste da Stati Uniti e Giappone.

Come funziona il customer care?

Il cliente si può avvalere gratuitamente della restituzione di qualsiasi capo acquistato online. Il nostro team è a disposizione per risolvere qualsiasi problema nel minor tempo possibile.

Che ricordo le è rimasto di Mary Quant?

Un bel ricordo. Era una donna di grande intuito, alla Fiorucci per fare un altro esempio di lungimiranza nella moda, che prendevano ispirazione dal mometo, da quello che vedevano avvicendarsi nella società, nella strada. Non creavano delle vere e proprie collezioni ma inauguravano una moda sport, non per una signora da abito da sera, ma per la donna di tutti i giorni. Ed era quello che il movimento degli studenti voleva.

Come definirebbe la sua arte? 

"Architettura del caos". Perché cattura gli occhi degli spettatori costringendoli a vagare perennemente nello sguardo, tuttavia non perso, perché sostenuto dall'armonia interiore, implicita, matematica. La mia idea è di portare la calza fuori dal contesto in cui l’ho usata fino ad ora. Credo di esserci riuscito.

 

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