Via le vecchie azioni di risparmio

Via  le vecchie azioni di risparmio

Poche quelle che rimangono, delicata la conversione in certi casi

di Claudio Raimondi

Oggi per avvicinare gli investitori più piccoli alla borsa si è scelto di ricorrere a strumenti sofisticati come i Pir, i piani individuali di risparmio, che per il loro successo puntano sulla crescita delle pmi ma anche su un importante sgravio fiscale. La ricetta di 40 anni fa era di altro tipo. Era il 1974 quando il legislatore invitò le società quotate a emettere le azioni di risparmio, speciali titoli che rispetto a quelli ordinari si caratterizzavano per diritti patrimoniali rafforzati, ossia un dividendo maggiorato e la possibilità di cumulare le cedole non distribuite fino a un massimo dei tre esercizi precedenti, rinunciando per contro al diritto di voto nelle assemblee societarie. Si diventava azionisti insomma per guadagnare e non per comandare. Altri tempi, si diceva. Oggi il problema principale, dal punto di vista di chi le ha emesse, è che le azioni risparmio (o rnc) finiscono per rappresentare un onere che non tutti si possono più permettere. Da qui la scelta di eliminarle quando se ne presenta l’occasione. La strada è stata percorsa già da società come Fiat Chrysler e la sua holding Exor (famiglia Agnelli), da Italcementi e Italmobiliare (famiglia Pesenti), da UnipolSai e ora anche dai due principali istituti bancari italiani.

Martedì 6 febbraio Intesa Sanpaolo ha sorpreso i suoi azionisti di risparmio annunciando, con mossa generosa, che all’assemblea del 27 aprile sarà proposta la conversione obbligatoria delle rnc in ordinarie in base a un rapporto di 1,04 e senza conguaglio in denaro. Molto più contenuto il problema nel caso di Unicredit, dal momento che le azioni di risparmio rappresentano solo lo 0,1% del capitale rispetto al 5,8% di Intesa. In ogni caso anche qui la conversione è in atto: in settembre è stato definito che a ogni azione di risparmio (sono 252.489) siano corrisposte 3,82 azioni ordinarie, più un conguaglio di 27,25 euro. Sempre in ambito bancario, anche Carige dovrà togliere di mezzo le rnc, pochissime anche in questo caso, magari in occasione di future aggregazioni. Più difficile fare previsioni nel caso del Banco di Desio, uno dei pochi istituti quotati a controllo privato (famiglia Gavazzi-Lado), dove il capitale eventualmente convertibile non supera comunque il 10% del totale. Sul listino di Piazza Affari uno dei casi superstiti più rappresentativi è quello di Telecom Italia, nel cui capitale le azioni rnc rappresentano circa il 28%. Il gruppo era già sulla strada della conversione (era il 2015), stabilita in modalità facoltativa, prevedendo la trasformazione dei titoli rnc in ordinari pagando 9,5 centesimi per azione. L’operazione andò in fumo l’anno dopo per cause che l’ad di allora, Flavio Cattaneo, imputò alle norme italiane sulle condizioni di recesso, che in quel caso rischiavano di comportare un salasso insostenibile per la società.

Altro gruppo per il quale la questione rnc non è marginale è Buzzi Unicem, dove il peso di queste azioni sfiora il 20% del totale. Il divario con le ordinarie in borsa è notevole (quotano 12 euro rispetto ai 20 a cui scambiano attualmente le ordinarie) e riuscire a convincere i soci di risparmio a pagare un conguaglio per fare il salto di categoria consentirebbe al gruppo piemontese del cemento di reperire risorse con cui finanziare acquisizioni oppure un’integrazione. Situazione interessante anche quella del gruppo siderurgico Danieli, uno dei più ricchi di liquidità tra i quotati a Piazza Affari e anche quello in cui il peso delle rnc è maggiore rispetto al numero di azioni in circolazione: quasi la metà. Almeno finora, con così tante rnc a cui far fronte, la famiglia controllante si guarda bene dal rischiare una drastica diluizione della propria quota per dare agli azionisti di risparmio la possibilità di convertire i loro titoli in ordinari. Dall’acciaio alla metallurgia: Intek, società che non stacca dividendo dal 2011, impegnata a gestire un momento difficile per l’industria della trasformazione del rame, che non stacca dividendo dal 2011 la partita della conversione l’ha aperta da tempo. L’ultimo passo a dicembre, quando l’assemblea dei soci ordinari non ha espresso parere favorevole alla proposta di conversione obbligatoria delle risparmio come formulata dall’assemblea speciale degli azionisti rnc. Ci sono anche situazioni limite di società che quotano in borsa le sole azioni rnc. Come Edison, ormai parte del gruppo francese Edf, le cui azioni di risparmio sono oggetto di una lunga contesa. In seguito all’Opa di Edf, nel 2012 le azioni ordinarie furono tolte dal listino, mentre le risparmio sono rimaste al loro posto (non distribuiscono dividendo dal 2014). Anche il Banco di Sardegna quota le sole rnc: il socio di controllo Bper non si è ancora deciso a compiere un passo risoluto per eliminare questa anomalia.

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