DENARO DI GENERE

DENARO DI GENERE

Negli Stati Uniti le donne cominciano ad avere un certo peso nel mercato finanziario e portano con sé nuove logiche di investimento. Prepariamoci.

a cura di Emanuela Notari

Secondo quanto riportato in un interessante articolo di The Economist, il Boston Consulting Group ritiene che tra il 2010 e il 2015 la ricchezza personale in mani femminili crescerà del 50%, superando i 50 trilioni di dollari, ed entro il 2020 dovrebbe rappresentare il 30% del totale della ricchezza personale negli USA.

Le ragioni si identificano in più lavori meglio pagati e in una quota non indifferente di patrimoni ereditati in un’epoca più equa nella suddivisione dell’eredità tra uomini e donne.

La finanza comportamentale ha già dimostrato che, a parità di mezzi, le donne investitrici hanno risultati superiori a quelli degli uomini, nell’entità di 1 punto percentuale all’anno (Brad Barber e Terrance Odean). Quindi, quantitativamente, un mercato finanziario con più donne tende ad andare meglio, principalmente perché non incorrono nella classica trappola dell’eccesso di fiducia in se stessi. Un altro dato interessante è che le donne tendono ad essere più disponibili ad affidarsi a un consulente rispetto agli uomini, ma, secondo quanto emerge da una ricerca Econsult Solutions, il 62% delle donne con asset rilevanti sarebbero pronte a cambiare consulente. Per gli uomini la percentuale si abbassa al 44%.

Perché? Forse perché le donne che hanno soldi da investire si dicono molto più interessate, rispetto agli uomini, a logiche diverse di asset allocation, per esempio alla finanza sostenibile (l’84% secondo Morgan Stanley, contro il 67% degli uomini che sale all’81% quando si prendono in esame solo i Millennials), investimenti quindi che diano ritorni finanziari ma anche sociali o ambientali. Ed ecco una differenza anche qualitativa.

La Trillium Asset Management, specializzata in investimenti sostenibili, riporta che la propria clientela è per due terzi femminile e, anche quando si tratta di marito e moglie, è la donna a spingere per destinare una parte degli investimenti a fondi sostenibili.

Esistono persino donne che prima di approvare un investimento vogliono sapere che atteggiamento e comportamento ha l’azienda di cui stanno per comprare azioni nei confronti delle donne, se ce ne sono nel loro top management o nel consiglio di amministrazione, se hanno ridotto la disparità salariale o se fanno investimenti a favore delle donne nei paesi in via di sviluppo. E non solo per un’istinto corporativo. Diversi studi americani hanno infatti dimostrato che le aziende che contemplano donne all’interno del proprio top management danno risultati migliori, tanto che persino il Fondo Parità di Genere, lanciato da RobecoSAM, negli ultimi 10 anni ha surclassato il benchmark globale.

In questo panorama, alcuni istituti finanziari stanno deliberatamente creando posizioni per donne consulenti destinate alla clientela femminile.

Da noi arriva tutto un po’ dopo rispetto agli Stati Uniti, ma visto che questo andamento di mercato riguarda donne e Millennials, che tendono ad avere atteggiamenti e comportamenti simili pur in Paesi diversi, sarebbe bene che le nostre reti e banche cominciassero a pensarci.

Vuol dire pensare a reclutare donne e uomini relativamente giovani; già solo per questi due aspetti si tratterebbe di una rivoluzione.

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