Enti locali

Comuni in dissesto finanziario,
il Belpaese è diviso in due

La banca dati del ministero dell'Interno mostra un quadro disomogeneo: l’82% dei Comuni in dissesto si trova nel Sud del Paese

Riccardo Venturi
Comuni in dissesto finanziario,il Belpaese è diviso in due

Il porto di Acciaroli nel comune di Pollica, che ha saputo sfruttarne la vocazione turistica con un ritorno positivo per il bilancio: un esempio virtuoso che viene dal Sud.

Sono quasi 800 i Comuni italiani che dal 1989 a fine 2017 sono stati interessati da rilevanti criticità finanziarie, e hanno fatto ricorso all’istituto del dissesto oppure del riequlibrio finanziario pluriennale. L’incidenza dei dissesti è molto più alta nel meridione: l’82% del totale delle procedure è relativo a comuni del Sud

Il dissesto finanziario? Guai se non ci fosse. «Il dissesto finanziario serve a gestire le crisi e a rimettere il Comune in grado di fare il proprio mestiere», spiega PierGiorgio Bicci, responsabile risk management di BFF Banking Group, leader nella gestione del credito e nei servizi finanziari per i fornitori della sanità e della PA. «Con il dissesto il Comune si sdoppia», continua Bicci: «quello gestito da un commissario è la parte passiva, quello in bonis continua a gestire i servizi. Alla fine tutto confluisce nel Comune riunificato». Sono quasi 800 i Comuni italiani che dal 1989 a fine 2017 sono stati interessati da rilevanti criticità finanziarie, e hanno fatto appunto ricorso all’istituto del dissesto oppure del riequlibrio finanziario pluriennale. L’incidenza dei dissesti è molto più alta nel meridione: l’82% del totale delle procedure è relativo a comuni del Sud. Ci sono stati però casi, come quello del Comune di Taranto, in cui il dissesto si è trascinato per tempi lunghissimi: «per questo è stato creato il dissesto cosiddetto “breve” o “semplificato”, che ha caratteristiche che tendono a evitare il suo prolungarsi» aggiunge Bicci.

A ricorrere al dissesto sono stati 553 comuni, circa il 7% del totale (ma in Calabria sono circa il 40%), di cui 487, pari all’82%, al Sud; 38 l’hanno fatto più di una volta. Non solo dissesto: a fine 2012 il governo Monti introdusse l’istituto del riequilibrio finanziario pluriennale, che in casi meno gravi sostituisce il dissesto: «In questo caso non c’è nessun commissario, ma il Comune si impegna a redigere un piano per estinguere i debiti e riceve un mutuo da parte dello Stato», sottolinea il responsabile risk management di BFF Banking Group, «e a fronte di un impegno di verifica semestrale da parte della Corte dei Conti ha accesso ai finanziamenti». A fine 2017 erano già 266 i Comuni ad aver fatto richiesta di riequilibrio. In particolare, 74 di loro hanno reiterato la richiesta per più di un anno, rimodulando il piano, mentre 89, circa uno su tre, hanno visto approvato dalla Corte dei Conti il piano di riequilibrio finanziario pluriennale presentato.

Fin qui tutto bene. O quasi: in Italia non esiste, a oggi, un sistema organico di controlli sugli enti locali, e tanto meno su quelli in situazione di sofferenza finanziaria. «Il legislatore dovrebbe dare più forza a chi deve fare i controlli» afferma Bicci: «potrebbe essere opportuno dare potere e visibilità al collegio dei revisori dei conti. E introdurre un obbligo di trasparenza: ogni volta in cui vengono fatti dei rilievi, per cercare le carte devi fare un lavoro di scavo, non sono facilmente reperibili». Qualche novità utile, però, è stata introdotta: «Un impatto lo potranno avere le nuove norme che modificano il bilancio degli enti. Per esempio non sarà più possibile mettere tra gli attivi le multe non incassate. Lo potrà fare solo chi è in grado di dimostrare di poterle davvero incassare. Sono le classiche poste che hanno permesso a diversi Comuni di posticipare l’evidenza delle situazioni di sofferenza». In questo quadro complesso non mancano gli esempi eccellenti, anche al Sud. Come quello del Comune di Pollica nel salernitano, che ha sviluppato l’accertamento e la riscossione dei tributi con un metodo collaborativo.

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