Moby, nei primi 9 mesi 108 milioni di cassa in meno

Prosegue il declino del gruppo che ha rilevato la Tirrenia. Le perdite nette del periodo ammontano a 12,7 milioni, contro un utile di 39,6 dello stesso periodo del 2017. E l'ebitda è calato da 114,6 a 68,3 milioni di euro. Incombono le rate per l'acquisizione mai pagate e la multa da 29 milioni dell'Antitrust. Mentre affluiscono ancora i 90 milioni di contributi pubblici all'anno.

Marco Scotti
Moby, nei primi 9 mesi 108 milioni di cassa in meno

Ben 108,1 milioni di euro di cassa bruciati in nove mesi: è la sintesi più eloquente dei primi nove mesi di attività del gruppo Moby nel 2018, come risulta dalla relazione al 30 settembre 2018 pubblicata nei giorni scorsi. Con un precipizio rispetto ai pur negativi 4,8 milioni che erano stati consumati nello stesso periodo del 2017. Il risultato netto del periodo è di 12,7 milioni persi, contro i 39,6 che erano stati guadagnati nei primi nove mesi del 2017. E insomma, una debacle. Risalendo nel conto economico, risulta che l’ebitda si è quasi dimezzato, scendendo da 114,6 a 68,3 milioni e i ricavi sono saliti di 2,6 milioni, grazie a un lieve aumento (+0,6%) dei ricavi, dovuto al trasporto merci, mentre sono peggiorati i risultati dei passeggeri e delle attività di rimorchio.
A pesare sui costi è stato soprattutto il prezzo del carburante salito dai 136 milioni dei primi nove mesi del 2017 a quota 164 milioni, con la Moby che dichiara di aver avviato misure di copertura del rischio rincaro con appositi prodotti finanziari, ma non Tirrenia. Dunque, 22,7 milioni di euro spesi in più per il bunker, ma anche 37,7 milioni di costi per i noleggi di navi prese da terzi (più oneri per 8,2 milioni) e costi per il personale saliti di 2,6 milioni di euro. Nel periodo si è avvertita l’assenza delle plusvalenze che l’esercizio scorso aveva sostenuto un po’ i conti della compagnia: lo scorso anno la vendita del traghetto Dimonios aveva generato un capital gain di 10 milioni. E’ così l’indebitamento complessivo, che al 31 dicembre 2017 ammontava a 496 milioni, al 30 settembre scorso è risalito a 558,5 milioni.
A fronte dell’aumento delle entrate della divisione ferry (+3,9 milioni di euro) e delle merci (+6,3 milioni), sono diminuiti i ricavi da passeggeri e auto (-3 milioni in nove mesi) e del business rimorchiatori nei porti sardi (-2,1 milioni), nonostante la trimestrale annunci l’ordine per la costruzione di un nuovo rimorchiatore al prezzo di 7,29 milioni di euro.
Il gruppo promette poi alcune azioni tese a migliorare i ricavi e ridurre i costi: fra queste l’interruzione della linea Nizza – Bastia che dovrebbe impattare positivamente sull’Ebitda per 2 milioni di euro, l’ottimizzazione della flotta, il sub-noleggio delle nuove navi in arrivo e la dismissione di naviglio attualmente di proprietà. Infine, l’annunciata la fusione di Moby in Cin, che dovrebbe portare benefici economici quantificato in 10 milioni di euro all’anno, e che però potrebbe essere bloccata da un procedimento promosso davanti al Tribunale di Milano dalla Tirrenia in amministrazione straordinaria.
Nessuna menzione nel documento delle rate non pagate per l’acquisto del gruppo né del contenzioso con l’Antitrust sulla multa da 29 milioni subita per comportamenti anticoncorrenziali e ferma davanti al Tar. Mentre continuano ad affluire ancora regolarmente – ma per quanto? - i 90 milioni di contributi pubblici all'anno. E le petizioni contro il semi-monopolio sovvenzionato delle linee Tirrenia inefficienti e costose per la Sardegna e le isole toscane sembrano aver svegliato l’attenzione del governo.
 

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