Tirrenia-Moby, un buco da 105 milioni in sei mesi

Le due compagnie di navigazione in procinto di fondersi che fanno capo alla famiglia Onorato hanno archiviato un pessimo primo semestre con 60 milioni di perdita cui vanno aggiunti i 45 milioni di contributi statali che vengono contestati ormai da più parti.

Marco Scotti
Tirrenia-Moby, un buco da 105 milioni in sei mesi

In un’Italia che non trova i soldi per ricostruire il ponte di Genova c’è una società privata, il cui unico proprietario gira il mondo in barca a vela, che ha bruciato negli ultimi sei mesi 105 milioni di euro - cioè 17,5 al mese, pari a 580 mila al giorno – di cui 45 milioni nostri: di noi contribuenti italiani. Si chiama Tirrenia-Moby, fa capo all’armatore Vincenzo Onorato e ha perso 60 milioni di euro da gennaio a giugno, nonostante percepisca 90 milioni all’anno di contributi pubblici per assicurare, in teoria, i collegamenti marittimi con la Sardegna e le isole toscane.
Proprio così: nel primo semestre del 2018 il gruppo Moby Tirrenia ha avuto una perdita di 60 milioni netti, nonostante abbia incassato 45 milioni di contributi pubblici. Per cui in totale ha bruciato risorse per 105.
Contro la qualità di questi collegamenti serviti dal gruppo e la scandalosa sovvenzione pubblica bruciata nel falò della disastrosa gestione Tirrenia si sono intanto schierate due raccolte di firme sulla piattaforma Change.org, promosse dagli ex governatori della Sardegna Mauro Pili e Ugo Cappellacci, che insieme hanno raggiunto le sessantamila firme in poco meno di un mese fa, soprattutto quella di Pili (53 mila), intitolata: “Basta Tirrenia, stop convenzione che regala 73 milioni con biglietti alle stelle” (gli altri 17 milioni sono per le rotte in Toscana, ndr).
Intanto, due deputati grillini - Edoardo Marino e Paola Deiana – hanno preparato una proposta di legge che punta a sua volta ad abolire la scandalosa convenzione tra lo Stato e la Tirrenia, introducendo norme che metterebbero definitivamente fuori gioco la flotta di Moby, che ha un’età media superiore al doppio dell’età massima (18 anni) prevista dalla proposta…
Eppure, nell’Italia della palude burocratica e della pantomima permamente di una politica ipocrita, Onorato continua a pretendere di porsi come il paladino dei marittimi italiani, che a suo dire sarebbero penalizzati dalle leggi in vigore, troppo accomodanti con chi assume marinai extracomunitari (e qui c’è una strizzata d’occhio alla Lega, ennesimo volteggio opportunistico). E continua a essere incredibilmente coperto dal sistema bancario, verso il quale ha quasi 600 milioni di debiti che, continuando a bruciare cassa, verosimilmente rischia di non rimborsare mai.
Il gruppo viaggia in un declino che accelera, in una deprimente spirale di cattive prestazioni industriali, commerciali e finanziarie: è il quadro oggettivo che emerge dalla relazione sui conti del gruppo Moby-Tirrenia al 30 giugno scorso, e che si riflette sulle quotazioni rasoterra del bond da 300 milioni quotato in Lussemburgo che rappresenta borsisticamente la cattiva salute dell’azienda.
I dati parlano da soli. Nel confronto con il primo semestre del 2017, i ricavi sono in calo dell’1,6%, l’ebitda è crollato dai 25 milioni positivi a una perdita di 8,8, il risultato operativo è peggiorato del 17% da -35,6 a -39,3 milioni, il risultato netto da -35,6 a – 60,2 milioni. E sul fronte strettamente finanziario, il cash flow operativo si è dimezzato da 121 a 67 milioni, il costo del debito è salito da 24,1 a 59,9 milioni e l’indebitamento finanziario netto è di 483,9 milioni. A quale altra azienda sarebbe concessa stabilità gestionale dalle banche, in condizioni simili?
C’è poi la questione del debito di 180 milioni che Onorato ha verso lo Stato e non ha mai saldato. Nelle note che accompagnano il documento di presentazione agli analisti finanziari di questo panorama lunare, l’armatore definisce il debito “sospeso in attesa della decisione europea” sulla natura di “aiuti di Stato” o meno dei famosi 90 milioni all’anno pattuiti. Non viene data alcuna evidenza al fatto che se quei fondi fossero considerati aiuti di Stato, Moby potrebbe forse non dover più pagare i suoi 180 milioni di debito ma per converso non potrebbe più percepire i 90 milioni all’anno. Se viceversa questi ultimi aiuti venissero considerati leciti dall’Europa, Moby non avrebbe più alibi per non pagare i suoi debiti. In ogni caso, all’esito della decisione europea, la situazione finanziaria di Moby peggiorerà: si tratta solo di capire se finirà nella padella o nella brace.
Del resto tutta la narrazione aziendale è rocambolescamente arrampicata sugli specchi di un giustificazionismo privo di supporti convincenti. Per esempio sui 29 milioni di multa inflitta dall’Antitrust e sospesa nel metodo ma non nel merito dal tar del Lazio, su cui il gruppo si limita a dire, senza motivare, che conta di vincere il ricorso. Piuttosto che accennare con trasparenza all’avanzata età delle navi, di circa 40 anni, nettamente peggiore della media del mercato, si dice - senza però citare alcuna fonte - che la flotta sarebbe stata valutata 1 miliardo di euro...
Si parla di 8 concessioni portuali e si sorvola sul fatto che quella di Olbia è scaduta e solo prorogata al giugno del 2019, in attesa di una gara. Si esaltano le tre nuove iniziative del primo semestre 2018 nel Baltico, con la Corsica e su Malta, ma non si può omettere che hanno determinato 19 milioni di perdita sull’Ebitda.
Infine, un’ennesima triste chicca: a luglio il tribunale di Milano ha imposto a Tirrenia un deposito di 2 milioni per un contenzioso  con un autotrasportatore che ha portato in tribunale la compagnia di navigazione lamentando un presunto inadempimento contrattuale.
 

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