GESTIRE L'IMPRESA

Gli anticorpi contro la crisi si trasmettono di padre in figlio

Capacità di reazione, proattività, resilienza: sono i tratti distintivi delle imprese familiari. Che anche durante la crisi hanno performato meglio delle altre. Merito della loro visione a lungo termine

Marina Marinetti
Gli anticorpi contro la crisi si trasmettono di padre in figlio

Dalla “A” Agnelli alla “Z” di Zambon ci sono i Barilla, i Bombassei, i Falck, i Garrone, i Lavazza, i Menarini, i Molteni, i Moratti, i Prada, i Salini, i Sella... Famiglie che, insieme a una miriade di altri cognomi molto meno blasonati, con le loro imprese tengono in piedi il Paese. Lo fanno da decenni, se non da secoli: la vitivinicola Marchesi Antinori, per dire, è stata fondata nel 1385, la vetreria Barovier & Toso dal 1295 e le Fonderie Pontificie Marinelli addirittura dall’anno Mille. Sono sopravvissute a carestie, guerre e pestilenze. E sopravviveranno anche al Covid-19. Per dirla in romanesco, la tigna, la cocciutaggine, è tutto. «Quando la sopravvivenza è a rischio, le famiglie imprenditoriali si mobilitano per preservare l’impresa, il cui valore non è solo economico, ma anche affettivo», conferma Salvatore Sciascia, Ordinario della Scuola di Economia dell’Università Liuc. «A ciò si aggiunge una forte valenza generazionale dell’impresa familiare, considerata un bene prezioso da tramandare a giovani imprenditori, che se capaci di cogliere a loro volta le sfide competitive, diventano il nuovo fulcro sul quale far leva per alimentare lo sviluppo aziendale», aggiunge Valentina Lazzarotti, Ordinario della Scuola di Ingegneria Industriale della Liuc. Il Centro Strategic Management e Family Business dell’ateneo a luglio ha aperto le candidature alla decima edizione del Premio di Padre in Figlio (le adesioni chiuderanno il 30 settembre 2020 e la premiazione si svolgerà a novembre), con il sostegno di Credit Suisse e Kpmg, che si rivolge ad imprenditori ed aziende almeno alla seconda generazione, con fatturato superiore ai 10 milioni di euro e sede legale in Italia. «Le imprese familiari si rivelano più efficienti e parsimoniose e, poiché meno indebitate, sono più solide e capaci di fronteggiare situazioni di crisi». 

Tant’è che lo shock economico le imprese con una struttura proprietaria familiare hanno ottenuto comunque performance migliori. Anche sui mercati azionari: secondo il rapporto “CS Family 1000” del Credit Suisse Research Institute in 10 anni le società familiari hanno generato un ritorno cumulativo del 126%, superando il Msci Ac World Index del 55%. E in Italia? «In Borsa Italiana le società quotate sono cresciute», spiegava a fine luglio alla Frankfurter Allgemeine Zeitung Raffaele Jerusalmi, ceo di Borsa Italiana (nella foto): «Si è passati da 296 a fine 2009 a 375 a fine 2019. Ben 251 nuove società si sono quotate e, di queste, 212 a seguito di offerta pubblica. Un bel segnale di come gli imprenditori italiani, spesso di seconda generazione e quindi più preparati al confronto con i mercati, stiano considerando Borsa come un’opzione di crescita più che in passato. Se consideriamo il mercato Aim, destinato alle Pmi, i numeri sono ancora più impressionanti. Siamo passati da 5 quotate a fine 2009 a circa 130 attuali». 

Una tappa quasi obbligata, quella di Piazza Affari, che dà i suoi frutti: «Abbiamo analizzato l’andamento di 350 aziende quotate tra gennaio e fine aprile 2020. Molte imprese familiari e non-familiari nel campione hanno realizzato perdite consistenti. Ma, in media, quelle familiari presentano una performance azionaria di 8 punti percentuali superiore a quella delle imprese non familiari», spiega a Economy Guido Corbetta, professore ordinario di Strategia Aziendale e titolare in Bocconi della Cattedra Aidaf-Ey sostenuta, appunto, da Aidaf Italian Family Business, l’associazione fondata nel ‘97 da Alberto Falck (a cui peraltro è intitolata la cattedra), che oggi raggruppa più di 200 aziende familiari che rappresentano il 15% circa del Pil del nostro Paese e raccolgono più di 600 mila collaboratori. «I loro risultati», continua Corbetta, «sono persino migliori quando la famiglia è presente sia nell’azionariato che nella leadership».

Anche i mercati azionari premiano le imprese familiari a cui viene riconosciuta una strategia lungimirante

La spiegazione? Sta tutta nell’orizzonte temporale: se quella dei manager guarda alla trimestrale, quella della famiglia guarda alle generazioni successive. «Anche sui mercati azionari», chiarisce Corbetta, «le imprese familiari trasmettono un orientamento al lungotermine che fa ritenere agli investitori che l’impresa metta in atto un comportamento per superare la crisi più velocemente e con effetti ridotti in modo piu rilevante. Viceversa, l’impressione che può dare invece una proprietà con molti azionisti è che il management per migliorare i conti si concentri più sui tagli che sulla strategia, in un’ottica a breve termine, per poi magari lasciare il campo... e l’azienda. Nelle imprese familiari questo ragionamento non viene mai fatto: la famiglia controllante che è li oggi, ci sarà anche tra dieci o vent’anni». 

Senza contare la solidità finanziaria. Secondo l’Osservatorio Aub di Aidaf, giunto ormai alla sua undicesima edizione, sulle 16.845 aziende italiane con fatturato superiore ai 20 milioni di euro, 11.176, il 66,3%, sono aziende familiari. E nell’ultimo decennio, i loro ricavi sono cresciuti 12 in più delle non familiari. Non solo: «Le imprese familiari tendono ad avere migliori risultati sia sul tema della crescita che sulla redditività e del grado di indebitamento», continua Corbetta. Dal primo Osservatorio all’ultimo, negli ultimi undici anni, il gap di redditività tra le aziende non familiari e le altre si è sempre mantenuto positivo a favore delle prime: anche l’ultima edizione segna un Roi (il rapporto tra reddito operativo e capitale investito) a quota 9 contro l’8,3 delle aziende con un assetto proprieatrio non familiare e un Roe (il rapporto tra reddito netto e patrimonio netto) del 12,1 contro il 10,6. Dal 2007 il rapporto di indebitamento (cioè quello tra il totale attivo e il patrimonio netto) delle aziende familiari si è ridotto di quasi il 40%, con le imprese familiari al 4,6% e le altre al 6%. «Vanno meglio le imprese  che sono guidate da uno o più familiari, ma con una governance aperta che include nel consiglio di amministrazione anche non familiari», chiarisce Corbetta. «Il modello aperto è vincente, perché mette insieme l’esperienza sviluppata dal leader familiare, dall’educazione alla conoscenza del business, con il contributo di esterni di valore. Il board aperto consente di ottimizzare il grande know-how di relazioni, competenze, conoscenze, per gestire l’azienda evitando il rischio di deragliare».

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