GESTIRE L'IMPRESA - ESCLUSIVO PER ECONOMY

Tornare alla vita normale ok
ma con nuovi modelli di business

Indagine qualitativa di Rsm Italia per (e con) Economy sui piani delle imprese per uscire più forti dalla crisi: non solo occorre digitalizzare i processi aziendali ma ripensare il modo di proporsi al mercato

Redazione Web
Tornare alla vita normale ok ma con nuovi modelli di business

Niente sarà come prima. Specialmente per chi fa impresa. Dovremo fare i conti - letteralmente, poiché di business si tratta - con una nuova normalità. Quale, però? Per capirlo e delineare lo scenario del prossimo presente, non resta che interpellare i diretti interessati: imprenditori e manager. Lo ha fatto, in esclusiva per Economy, RSM Società di Revisione e Organizzazione Contabile, branch italiana del network multinazionale che con i suoi 810 uffici in più di 120 Paesi è una delle reti di servizi professionali di contabilità e di consulenza strategica più grandi del mondo, con un fatturato totale 5,74 miliardi di dollari. Per Economy RSM Italy ha svolto un’analisi qualitativa tra partner, clienti e stakeholder per andare “Verso un New Normal”. Ovvero “Come reagire, cambiare e crescere in tempi di crisi?”. 

La tecnologia non basta e gli incentivi fiscali non sono sufficienti: occorre modificare contratti, finanza e supply chain

Rispondere non è semplice, ma in piena pandemia, alle prese con una situazione dirompente e imprevedibile, l’hanno fatto, sia rispondendo a un questionario anonimo che con intervista one-to-one, ben 110 tra imprenditori, Cfo, Ceo, manager responsabili e associati Andaf. I cosiddetti decision makers, insomma, coloro che guideranno la ripresa. Per capire quanto rappresentativo sia il campione dell’indagine, basti pensare che si tratta di aziende che operano in vari settori e il 64% si concentra tra finanza, metalmeccanico, alimentare, informatico, commerciale, chimico, edilizia, editoria, trasporti e consulenza. E, riflettendo la connotazione del tessuto produttivo italiano, si trovano per il 55% nel Nord Italia, con una forte presenza anche al Centro (31%) e al Sud (14%), equamente divise tra città metropolitane (per il 44%) e provincia (per il 56%). Il cluster più ampio, con il 43%, è quello delle imprese fino a 50 dipendenti, seguito (con il 31%) da quello fra 51-250: parliamo, in sostanza, di micro imprese e Pmi, anche se un 5% dei partecipanti a più di un migliaio di dipendenti e il 6% occupa addirittura più di 5mila persone. Quanto al fatturato, non fa la differenza: l’eterogeneità è assoluta e, tra micro e macro, nessun cluster prevale sugli altri. In sostanza: un campione vasto, altamente rappresentativo dell’Italia che produce e crea Pil.

Per reagire nel breve periodo alla situazione di crisi generata dalla pandemia, il 62% delle aziende già ad aprile aveva analizzato l’impatto di business generato dall’emergenza e oltre la metà (il 56%) aveva adottato soluzioni tecnologiche per il lavoro da remoto, mentre (nel 49% dei casi) stava cercando di capire come ottimizzare l’uso di sussidi governativi, finanziamenti e incentivi fiscali. Ma non solo: molte, moltissime aziende, in contemporanea, hanno eseguito il modelling dei flussi di cassa, attraverso la gestione del debito, delle retribuzioni e l’analisi degli asset per incrementare la liquidità a breve termine. Quasi un’azienda su 10, inoltre ha puntato sulla comunicazione come elemento di “sopravvivenza” sul mercato. E, prima ancora che Colao nel suo piano strategico parlasse di “Italia resiliente”, il tema era sul tavolo di manager e imprenditori. Che, in un’ottica di resilienza, hanno pianificato, ritenendole efficaci per la loro azienda, strategie differenti e sovrapposte: il 58% degli intervistati ha puntato sulla gestione del capitale corrente, il 51% anche sulla gestione del personale e delle retribuzioni e la metà sulla valutazione di scenari per variazioni delle entrate e della supply chain. Oltre la metà degli intervistati ha però valutato anche l’ipotesi della ristrutturazione aziendale, i due terzi l’affidamento della finanza e della contabilità in outsourcing e per i tre quarti, sul tavolo, è comparsa anche la gestione del danno reputazionale: quando si tratta di crisis management, la comunicazione è essenziale.

E la ripartenza? Per il 49% degli intervistati passa dalla negoziazione e rinegoziazione dei contratti, ma anche dalla gestione e riprogettazione della supply chain (37%) e della pianificazione fiscale (32%), tema caldo e - come dire? - assolutamente trasversale da sempre, nel Belpaese. Covid o non covid.

Si dice che ogni crisi corrisponda anche a un’opportunità. Di fatto, le crisi spesso sono anche i momenti opportuni per re-immaginare e ridisegnare la strategia futura e i confini dell’azienda. Cosa che i decision maker interpellati da RSM Italy hanno ben colto. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo la strategia. Quelle più efficaci? Per il 65,5% degli intervistati si tratta di sperimentare modelli di business alternativi, puntando, nel 64,5% dei casi, sulla trasformazione digitale e nel 61,8% sulla (re)ingegnerizzazione dei processi aziendali. Ripensare il marketing, le modalità di consegna dei prodotti e dei servizi e (ancora una volta) la pianificazione fiscale sono attività che le imprese ugualmente tengono in considerazione. E c’è anche chi pensa che la soluzione sia il private equity: una ciambella di salvataggio che permette di non affogare nella crisi generata dalla pandemia.

Poi c’è la “poderosa” iniezione di liquidità promessa da Conte... Che così poderosa non è, e neppure di facile attuazione. La risposta delle istituzioni italiane ed europee alla crisi Covid-19 promette numerosi interventi che vanno colti, ma farlo non è semplice. Per affrontare il tema della liquidità ci si affida dunque alla propria banca per la gestione delle pratiche (così fa il 43,6% degli intervistati), se non a una società di consulenza specializzata (lo fa quasi un’impresa su 3, il 27,3%). Certo, il commercialista di azienda e l’associazione di categoria restano un’opzione, ma preoccupa (e non stupisce) che una minoranza fra gli intervistati stia considerando di fare le valigie per trasferire la sede legale e fiscale oltreconfine. In ogni caso più della metà degli interpellati ritiene comunque che i contributi promessi vadano contestualizzati nella strategia a lunga termine: il tradizionale “pochi, maledetti e subito” soccombe di fronte all’esigenza della pianificazione di una exit strategy a una crisi che non sarà breve. Perché i soggetti interpellati per Economy da RSM Italy 

Molte imprese stanno valutando la ristrutturazione aziendale come soluzione alla crisi generata dal blocco della produzione

Il futuro è rosa salmone: per risalire la corrente ci sarà da nuotare con vigore. Ma dall’indagine emerge una spiccata propensione alle aspettative positive verso il futuro: solo il 26% delle risposte raccolte delinea una situazione di pessimismo, con il Sud un po’ attardato rispetto alle altre aree del Paese, presentando percentuali più elevate per le aspettative negative verso il futuro e per nessun cambiamento. Intanto, risalendo la corrente, il 32% mette in conto di ridefinire il proprio modello di business, molte aziende (il 65%) pensano di implementare e rendere permanenti soluzioni smart working e il 24% delle imprese sono orientate verso strategie di digitalizzazione del business e della documentazione. 

C’è una valutazione che mette però d’accordo quasi tutti, o per lo meno il 78% degli interpellati: quella sull’insufficienza delle azioni messe in campo da istituzioni nazionali ed internazionali in campo economico e finanziario. La soluzione? Ce n’è più di una e andrebbero attuate tutte insieme: per il 15% del campione è la semplificazione della burocrazia, per il 21% gli aiuti rapidi alle imprese, per il 19% riduzione e revisione degli oneri fiscali. E c’è pure un 20% che invoca l’helicopter money. Ma quella vera, non le mancette. 

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