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M&A, arrivano i saldi di fine lockdown

Alcune operazioni di M&A in pipeline sono saltate, altre hanno rallentato perché i fondi di private equity vogliono valutare l’effetto del coronavirus sulle aziende target. Intanto si profilano acquisti dall’estero...

Marco Scotti
Beni di consumo, in Italia boom di M&A nel 2019

Sembrava l’ennesimo ottimo affare per la Exor della famiglia Agnelli-Elkann: una plusvalenza da tre miliardi in soli cinque anni. In ballo la cessione del colosso della riassicurazione con sede alle Bermuda PartnerRe, acquistato per 6,7 miliardi e che ha generato nel periodo utili netti per 660 milioni. Un matrimonio durato poco e che avrebbe dovuto consentire alla cassaforte che fu dell’Avvocato di aggiunge una nuova “testa” nella sala dei trofei. Poi è arrivato il Coronavirus, che ha prima terrorizzato i mercati – chi dimenticherà il -17% fatto registrare da Piazza Affari a marzo? – e poi ha iniziato a intaccare le operazioni economiche e finanziarie. E dunque i francesi di Covea, che avevano messo sul piatto nove miliardi per acquistare PartnerRe si sono dovuti ritirare. A nulla è valso il Memorandum of Understanding firmato all’inizio di marzo: Covea ha provato a cambiare le carte in tavola, chiedendo uno sconto a fronte dell’inatteso scenario economico delineato dal Covid-19. Chiudendo definitivamente l’operazione. La domanda che rimbalza ora è: quante altre fusioni e acquisizioni già programmate dovranno saltare a causa del Coronavirus? E dire che il 2020 era iniziato piuttosto bene, con un aumento sia del numero di operazioni, sia del controvalore, come testimoniato dal report sull’m&a curato da Kpmg. «Non dimentichiamoci – spiega Maximilian Peter Fiani, (nella foto) partner della società di consulenza che cura il rapporto dal 1988 – che l’Italia è un mercato abbastanza piccolo e soltanto dal 1999 al 2006 abbiamo superato il controvalore di 100 miliardi di euro. Poi certo, sia lo scorso anno che quello prima siamo andati vicini alla soglia critica della “tripla cifra”, ma è un dato influenzato dalle operazioni dimensionalmente più rilevanti come i matrimoni tra Luxottica ed Essilor e Abertis con Benetton». Nei primi tre mesi di quest’anno, dunque, sono state chiuse 231 operazioni (durante lo stesso periodo del 2019 erano state 213) per un controvalore di 9,2 miliardi, in aumento di 2.600 milioni rispetto a 12 mesi fa. Certo, bisogna prendere “con le pinze” anche queste indicazioni, visto che l’80% del totale è stato realizzato con dieci m&a di cui una – quella della fusione tra Inwit e il business legato alle torri di trasmissione di Vodafone – vale 5,3 miliardi.

Poi però è arrivato il Coronavirus alla fine di febbraio e lì le cose si sono un po’ complicate. Nel mese di marzo sono state finalizzate solo 50 operazioni, con lo stop, momentaneo o definitivo di alcuni processi in corso e già “in parola”. Dopo l’altolà alle trattative tra Covea ed Exor, rimangono in rampa di lancio almeno tre grandi operazioni che, se non si dovessero concretizzare, riporterebbero le lancette dell’m&a al 2010, quando si è registrato il picco negativo con un controvalore intorno ai 20 miliardi. La newco tra Fca e Psa potrebbe valere fino a 50 miliardi, facendo balzare il totale delle operazioni a cifre significative. E ancora: l’acquisizione di Grand Vision da parte di EssilorLuxottica vale da sola 7,1 miliardi. Si concretizzerà? Al momento non ci sono motivi per dubitare della buona riuscita dell’affare, ma tutto rimane ancora nebuloso. Decisamente più complessa l’Ops (l’offerta pubblica di scambio) presentata da Intesa Sanpaolo per rilevare Ubi. Se dovesse completarsi, sarebbero altri 4,87 miliardi. 

Per le aziende di piccole dimensioni molto dipenderà dal sostegno economico che otterranno con le garanzie

A “menare le danze” delle operazioni di m&a sono, oltre agli ovvi protagonisti, anche gli studi legali. Lo scorso anno il più attivo è stato BonelliErede, forse il più rinomato player del settore, che ha supervisionato la buona riuscita di 35 operazioni per un controvalore di 11,81 miliardi di euro. «Il primo bimestre – ci racconta Stefano Nanni Costa, partner e membro del board di BonelliErede – era partito benissimo sia in termini di operazioni sia per quanto concerne il valore. A marzo, naturalmente, abbiamo registrato un calo ma non mi aspetto di poter fin d’ora tracciare una  panoramica degli effetti del lockdown sull’m&a. Anche perché bisogna tenere in considerazione due variabili principali: i fondi d’investimento più strutturati venivano da un periodo di raccolta molto significativo nel secondo semestre del 2019 e ora hanno liquidità importanti che devono essere impiegate. Magari non immediatamente, ma mi aspetto che tra la fine di giugno e l’inizio di luglio ci sarà un consolidamento dei valori e dei prezzi, che a mio giudizio non hanno ancora finito di scendere. Il secondo punto da tenere in considerazione è la necessità per piccole e medie imprese di avere liquidità soprattutto lato private debt». D’altronde, non sembra un’ipotesi astratta ma piuttosto una concreta possibilità il fatto che nella seconda metà dell’anno – se ovviamente dovessero stabilizzarsi i contagi e non dovesse rendersi necessario un nuovo lockdown – si assista a quella che impropriamente potremmo definire un’economia “di guerra”, ovvero fusioni forzate tra aziende che hanno bisogno di razionalizzare i centri di spesa e di aumentare le possibilità di revenue. Non solo: va tenuto conto che l’Italia sta subendo un contraccolpo – dati alla mano – peggiore di quello di altri Paesi europei. Se le previsioni della Commissione Europea dovessero essere confermate, il pil dovrebbe crollare del 9,5%, il secondo peggior risultato a livello continentale dopo la Grecia. Normale quindi che si possa pensare a un progressivo downgrade del debito sia nazionale, sia di molte società. Creando occasioni per qualche investitore straniero disposto a fare un affare rischioso ma ad elevata redditività. «In ambito crossborder-in – aggiunge Fiani – l’aspettativa è di avere aziende estere che comprano in Italia anche a causa del downgrade del debito. E questo trend potrebbe addirittura consolidarsi in ambito domestico, perché è più facile per un’azienda nostrana capire possibilità e difficoltà di un target italiano. Ci aspettiamo quindi che questa tendenza, che stiamo già vedendo, proceda con intensità. Quello che noi chiamiamo “m&a da stress” può riguardare i fondi di private equity che hanno la liquidità necessaria per portare a termine operazioni di turnaround su aziende con livelli di ebitda prossimi allo zero». 

Infine, il punto interrogativo che gli analisti stanno cercando di dirimere riguarda i tempi. Normalmente, per concludere un’operazione di questo tipo servono tra i 9 e 12 mesi, tant’è che quanto portato a termine nel primo trimestre è frutto di trattative iniziate tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019. Ma ora questo lasso temporale potrebbe ulteriormente dilatarsi. «Marzo e aprile – chiosa Fiani – sono stati mesi peculiari. Se alcune operazioni sono saltate, altre hanno rallentato perché le parti vogliono capire qual è stato l’impatto del Covid sull’azienda target. Chiaramente, per fare questo tipo di analisi serve ulteriore tempo, perché bisogna vedere l’impatto del lockdown totale o parziale sulla produttività». Eppure, seppur sotto traccia e in modi diversi da quelli usuali, qualcosa si sta muovendo, segno che comunque la necessità di avere le “spalle larghe” per reggere l’urto dello tsunami economico che stiamo iniziando a intravedere rimane ben chiara negli imprenditori. «È vero che stiamo operando in una situazione più complessa – conclude Nanni Costa – perché i deal su cui stiamo lavorando non sono preconfezionati, ma vanno costruiti da zero. Però stiamo ricevendo proposte trasversali per quanto concerne i settori delle aziende target. I protagonisti delle acquisizioni, soprattutto, di fondi di private equity, che hanno le spalle sufficientemente grandi per capire che le cose ripartiranno e guardano a un orizzonte d’investimento più lungo rispetto alla contingenza. Per quanto concerne, invece, le aziende di dimensioni più contenute, molto farà il sostegno economico che le istituzioni sapranno dare per compensare il calo dei fatturati. E anche questo influenzerà significativamente le operazioni di m&a». 

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