esclusivo per Economy

La globalizzazione si è inceppata
ora le imprese tornano a casa

La pandemia ha accelerato il processo di back reshoring: sono sempre di più le aziende che decidono di rilocalizzare la produzione in Italia. Peccato che la politica non incentivi in alcun modo il controesodo

Marina Marinetti
La globalizzazione si è inceppataora le imprese tornano a casa

La lezione l’abbiamo imparata: se per un virus si ammala pure la globalizzazione, significa che non è più un modello sostenibile. Quando l’ingranaggio-Cina si è fermato, tutta la macchina si è inceppata. La soluzione? C’è e si chiama back reshoring, volgarmente detto rilocalizzazione. Le imprese italiane l’avevano già capito prima del coronavirus che non era tutto vantaggio (né risparmio) quello che luccicava di globalizzazione, tanto che il rapporto Reshoring in Europe di Eurofound, relativo al periodo dal 2015 al 2018 vedeva l’Italia, con 39 casi nel periodo di analisi, in testa alla classifica del contro-esodo (dopo la Gran Bretagna con 44 casi e prima della Francia con 36). E dopo il coronavirus? Il rapporto realizzato per Economy dal professor Luciano Fratocchi, Ordinario di Ingegneria economico gestionale e responsabile del Gruppo di ricerca sul reshoring manifatturiero dell’Università dell’Aquila - che già si era occupato del rapporto di Eurofound - insieme ai colleghi Paolo Barbieri (Alma Mater Studiorum Università di Bologna), Albachiara Boffelli (Università degli studi di Bergamo), Stefano Elia (Politecnico di Milano) e Matteo Kalchschmidt (Università degli studi di Bergamo) “Il reshoring manifatturiero ai tempo di covid-19: trend e scenario per il sistema economico italiano” traccia ben 175 decisioni di reshoring manifatturiero al 15 aprile 2020. Ma è solo una fotografia parziale, perché «specialmente per quanto riguarda le decisioni di rilocalizzazione delle forniture in quanto non vi è obbligo di comunicazione di questo tipo di strategia. Inoltre talune aziende non vogliono far sapere che hanno rilocalizzato la produzione in Italia in quanto si tratterebbe di un’indiretta ammissione della precedente scelta di delocalizzazione». Spesso, poi, la rilocalizzazione è parziale, per singole linee di produzione o addirittura singole fasi di lavorazione. Già, ma intanto, negli ultimi anni, già Benetton, Ferragamo, Zegna, Diadora, Piquadro e Prada hanno fatto rientrare produzioni che erano state delocalizzate. E così Artsana, Asdomar, Vimec, Global Garden Products. E, più recentemente, annota il report, Elica Spa (cappe aspiranti, sede legale nelle Marche), la laziale Industria Italiana Autobus Spa, la marchigiana Ariston Thermo Spa, Trend Group (ceramica, sede legale Veneto) e la piemontese Coccato & Mezzetti Srl (articoli sanitari e funerari). «Il reshoring manifatturiero in Italia ha avuto una forte caratterizzazione sul fashion ma, specialmente negli ultimi anni, si sta sviluppando in diversi altri settori», conferma Luciano Fratocchi. «Il cosiddetto “effetto made in” - ovvero la possibilità di sfruttare il maggior valore percepito da parte dei clienti per la produzione effettuata in Italia - continua a rappresentare uno dei driver più importanti». 

Il rapporto realizzato per Economy da un pool di docenti universitari traccia ben 175 decisioni di reshoring

E poi l’ex proletariato asiatico o est-europeo ha cominciato a organizzarsi sindacalmente e il lavoro non è più così a buon mercato, per non parlare dei costi e dei tempi della logistica. Il 32% delle imprese italiane rientrate all’ovile l’hanno fatto dalla Cina, il 25% dall’Euopa dell’Ovest, il 21% dai paesi dell’Est Europa e del blocco sovietico, l’11% dall’Asia (Cina esclusa, ovviamente). Ma c’è anche un 3% rientrato da Nord Africa e Medio Oriente, un 2% da Nord America, un alto 1% da America centrale e sud America. È chiaro che il covid-19 sta avendo e avrà effetti sulle scelte localizzative delle attività produttive e di gestione delle forniture: «Si sono già registrati casi di rilocalizzazioni nel paese di origine dovuti a impossibilità di utilizzare la propria capacità produttiva disponibile in Cina, di acquistare da fornitori cinesi o dalla possibilità di cogliere opportunità di mercato per prodotti ad alto valore aggiunto precedentemente posti fuori mercato dalla concorrenza dei paesi low cost», spiega ancora Fratocchi. È il caso della francese Stil, produttrice di termometri, che ha riportato in patria la produzione dei modelli in vetro, e della piemontese Coccato e Mezzetti Srl, che ha deciso di riattivare la produzione in Italia di una mascherina monouso biodegradabile che non produceva più dal 2005 in quanto il mercato era inondato da prodotti low cost importati. «L’emergenza Covid-19 ha già influenzato e ancor più continuerà a influenzare le scelte localizzative delle singole aziende e, in una prospettiva di medio termine, di intere filiere produttive», continua Luciano Fratocchi. «Nel medio/lungo termine, cioè nei prossimi 3/5 anni, sono prevedibili tre tipologie di rientri», aggiunge: «revisione in un’ottica di risk management, ripensamenti di filiera, rientri strategici coordinati dai policy maker». 

Al contrario degli Stati Uniti l’Unione Europea non ha varato politiche concrete per favorire la rilocalizzazione

Le avvisaglie ci sono tutte: l’amministratore delegato di  Diasorin, per esempio, ha recentemente dichiarato che l’azienda sta valutando di spostare parte della produzione in Italia per bilanciare i rischi di mono-localizzazione delle attività produttive; il presidente di Altagamma ha dichiarato che i tempi sono maturi per la rilocalizzazione in Italia della produzione di seta e di tessuti tecnici e, nella farmaceutica, il presidente del gruppo francese Sanofi ha dichiarato che è necessario riportare in Francia – o almeno in Europa – la produzione di principi attivi per l’industria farmaceutica, attualmente localizzata quasi esclusivamente in Cina e India. Col reshoring, d’altronde, ci guadagnano Pil, occupazione, competenze manifatturiere, ricerca e sviluppo, bilancia commerciale. Non per niente gli Stati Uniti sotto Obama nel 2012 avevano avviato il “Blueprint for an America built to last”, con detrazioni fiscali, crediti di imposta e incentivi finanziari, oltre a investimenti in infrastrutture logistiche e misure restrittive sull’offshoring. Trump poi ci ha messo il carico da undici con le riduzioni fiscali per le imprese che rientravano e i dazi sui prodotti e semi-lavorati importati da Cina e Ue. Già, l’Ue: al di là dei proclami come il Policy brief “Renaissance of Industry for a Sustainable Europe Strategy” del 2016, che parla vagamente di  favorire il ritorno alla manifattura ad un livello pari al 20% del Pil, non ha mai varato un vero e proprio piano. Il Regno Unito ha lanciato il Reshore UK plan che fornisce servizi di supporto e incentivi, mentre la Francia ha fatto leva sul “made-in-France effect” mettendo a disposizione numerosi incentivi fiscali. «Da noi, invece, esistono diversi fattori che scoraggiano il rientro di imprese», evidenziano i ricercatori: pressione fiscale, burocrazia, inefficienza giudiziaria e alti costi dell’energia non invogliano certo le imprese a rientrare. «Inoltre non esistono vere e proprie politiche nazionali pro-reshoring, ma solo iniziative a livello regionale». Tra il 2016 e 2019, infatti, la Regione Emilia-Romagna - in collaborazione con i quattro atenei regionali - ha promosso la mappatura della presenza produttiva delle imprese emiliano-romagnole all’estero per promuovere future manifestazioni di interesse verso iniziative di rientro. «l coinvolgimento degli stakeholder regionali costituisce un valido approccio per comprendere quali ricadute il reshoring possa determinare sul territorio», spiega Paolo Barbieri, dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna. «Un tema centrale che il legislatore deve porsi quando pensa a una policy per il reshoring è come mediare l’incentivo al rientro con l’interesse di chi ha scelto di restare». Sempre ammesso che il tema sia all’ordine del giorno del legislatore.

Adesso la politica faccia la sua parte

«Tra le possibili conseguenze di lungo periodo del Covid-19 c’è anche la riconfigurazione e l’«accorciamento» delle catene del valore, con l’obiettivo di renderle più resilienti e più sostenibili: si tratta dunque di un’opportunità unica per il nostro Paese, che dovrebbe cercare di cogliere con delle politiche volte a favorire il rientro di alcune nostre attività produttive e/o ad accogliere le attività produttive di altri paesi che decidono di ricollocarsi», dice Stefano Elia, del Politecnico di Milano. «Politiche di reshoring devono necessariamente essere accompagnate da altre politiche volte ad aumentare la competitività del nostro paese, e cioè riforme strutturali (riduzione della pressione fiscale, aumento dell’efficienza della pubblica amministrazione e miglioramento delle infrastrutture), digitalizzazione delle attività produttive (revitalizzando il Piano Nazionale Industria 4.0) e potenziamento delle competenze e dell’attività di ricerca in campo scientifico e tecnologico». «Per favorire il reshoring dobbiamo soprattutto stimolare le imprese a restare nel proprio paese riducendo le barriere locali», aggiunge Matteo Kalchschmidt, dell’Università degli studi di Bergamo. «Incentivare senza abilitare rischia di spingere le aziende a perseguire scelte per le quali non ci siano le condizioni al contorno: le competenze tecniche e gestionali, i rapporti di filiera e le risorse tecnologiche e umane saranno fondamentali per portare le iniziative di reshoring al successo». «La pandemia ha fatto emergere chiaramente la necessità di ripensare i modelli economici ed industriali attuali», conclude Albachiara Boffelli, dell’Università degli studi di Bergamo. «La ripartenza potrà essere occasione di ripensare tali modelli in modo più sostenibile, rilocalizzando le attività produttive e facendo leva sulle necessità e le competenze locali. Sarà importante valutare in modo sistemico le scelte e le relative conseguenze, evitando di adottare comportamenti nuovi che siano altrettanto poco sostenibili».

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