in collaborazione con Federmanager

I manager, antidoto (in azienda) al covid

Dai dati dello studio condotto da Federmanager e realizzato dall’osservatorio di 4.manager risulta che il 63,6% delle imprese è stato fermo del tutto o in parte. Cuzzilla: «Non sprechiamo i soldi e programmiamo la ripresa»

Marco Scotti
I manager, antidoto (in azienda) al covid

Facile dire che andrà tutto bene e che dalla pandemia di Coronavirus usciremo tutti persone migliori, ma la realtà con cui le aziende stanno iniziando solo ora a fare i conti – dopo il primo momento di emergenza esclusivamente sanitaria – è un crollo dei fatturati che dovrà essere per forza di cose sorretto da politiche economiche e da manager e imprenditori capaci di mantenere la “calma”. Secondo lo studio “Covid-19, la percezione dei manager”, condotto da Federmanager su oltre 10mila dirigenti associati, realizzato dall’osservatorio di 4.Manager, l’associazione condivisa tra manager e imprenditori di Confindustria, quasi i due terzi delle imprese (il 63,6% complessivo) accusano le drammatiche conseguenze della pandemia in corso, risultando in fermo operativo totale (13,7%) o parziale (49,9%). Solo il 35,9% di esse risulta “totalmente operativo” al momento della rilevazione (10-30 aprile). Due mesi di blocco o di rallentamento forzato che avrà un impatto enorme sui conti. Quanto? Mediamente la stima è di un dato superiore al 30%. «Questo – spiega Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager - è un segnale di evidente preoccupazione. Perciò vanno immediatamente approvati piani di sviluppo che sfruttino le risorse europee e che devono essere vincolati a sostenere l’impresa, che si può sostenere solo con gli investimenti». 

La preoccupazione, però, è che le risorse ingenti messe a disposizione dalle istituzioni funzionino più come un provvedimento “a pioggia”, distribuendo piccole quantità di denaro, sostanzialmente insufficienti, a tutti i soggetti invece che cercare di dedicare queste risorse in maniera più massiccia ai settori più colpiti e alle aziende che hanno la possibilità di ripartire se debitamente “spinte”. «Non sprechiamo i soldi – aggiunge il numero uno di Federmanager -, bensì dedichiamoci a una programmazione intelligente dei settori strategici, delle misure fiscali e della protezione dell’economia reale dagli attacchi speculativi. Non era mai successo di trovarci di fronte a un crash economico e finanziario di questa entità ed è la prima volta che stiamo reagendo con stanziamenti ingenti, miliardi e miliardi di euro che non abbiamo mai visto liberare tutti insieme. Quindi, cerchiamo di utilizzare bene questi soldi, di fare gli interventi su digitale e green, di risanare le nostre Pmi aiutando la crescita dimensionale e la costruzione di reti produttive». 

Se fino a qualche settimana fa il tema più importante, riferito alle competenze, era quello di sposare l’innovazione, ora invece serve una nuova figura dirigenziale, che si potrebbe chiamare “disaster manager”, capace di tenere la barra dritta in un momento di inusitata emergenza. «I nostri manager – chiosa Cuzzilla – hanno dichiarato in questa indagine che la reazione necessaria implica una radicale revisione dei modelli di business. Stanno dimostrando di aver compreso che serve un netto cambio di passo. Ora è il tempo di realizzare i buoni propositi di cui parliamo da anni, con la volontà di modernizzare il Paese e di trovare soluzioni completamente diverse rispetto al mondo che conoscevamo e a cui eravamo abituati». Non sarà facile, però, per una serie di motivi facilmente intuibili. In primo luogo, nella percezione degli intervistati, tutte le categorie lavorative sono destinate a subire un impatto negativo a causa della pandemia di Covid-19. Questa previsione è confermata dal fatto che oltre 1⁄4 degli iscritti in attività intervistati (il 25,5%) ritiene che il proprio impegno professionale risentirà degli effetti della pandemia di Coronavirus: tra le possibili conseguenze concrete spiccano, in oltre la metà dei casi, “la riduzione della remunerazione” (55,0%) e “la sospensione/le ferie forzate” (50,2%). Ma anche “la proposta/minaccia di licenziamento”, con il 37,5% di indicazioni, è una prospettiva percepita come molto ravvicinata. La “riduzione della remunerazione” è l’eventualità negativa più accentuata in tutti i ruoli aziendali considerati, con un picco del 64,7% di indicazioni tra i top manager. Mantenere la calma rischiando il posto o un taglio degli emolumenti. Non esattamente la situazione migliore in cui operare. 

Secondo lo studio “covid-19, la percezione dei manager” quasi i due terzi delle imprese accusano le conseguenze della pandemia

Ma a cambiare, oltre alle strategie di business e alle prospettive è anche il luogo in cui si lavora. Gli effetti delle misure restrittive causate dal Coronavirus si avvertono anche nell’attuale modalità lavorativa dei manager intervistati: solo il 14,8% di essi sta svolgendo la propria attività in presenza, all’interno dell’azienda, mentre l’80% è in regime - totale o parziale - di smart working, con ben il 58,9% che “lavora esclusivamente da casa”. L’impegno è flessibile ed avviene spesso da remoto in tutte le categorie manageriali considerate, anche se i Dirigenti Generali sono quelli più presenti in azienda (quasi 1 su 4: il 24,2%). La Legge 81/2017 è oggi l’unico riferimento normativo, ma è ovvio che una situazione come questa spinga il lavoro agile a diventare il paradigma del futuro. «Lo smart working – chiarisce Cuzzilla – non va confuso con il lavoro da casa. È una modalità agile di organizzazione che dovrebbe essere intesa in modo strutturato, anche dal punto di vista normativo. Oggi in Italia si vive una situazione di eccezione, perché stiamo derogando ai requisiti di contrattazione tra datore di lavoro e lavoratore che prevede il legislatore. Quello che penso è che abbiamo l’opportunità di trasformare questo grande esperimento di massa in una vera rivoluzione del mondo del lavoro. Poco prima dell’emergenza, l’Italia era al 22esimo posto in Europa per diffusione dello smartworking, oggi il 97% delle aziende industriali lavora così. L’interrogativo è se sapremo continuare a valorizzare il lato positivo di questa trasformazione anche quando saremo, mi auguro presto, fuori dall’emergenza. Gli effetti positivi ci sono tutti: dal punto di vista sociale, di produttività e di conciliazione vita-lavoro, sull’ambiente. Dobbiamo considerarli e capitalizzarli».

Infine, si fa urgente la necessità di guardare oltre l’emergenza Coronavirus per capire come cambierà il lavoro.Tra le iniziative pianificate per operare nello scenario post-Covid19, la ricerca di Federmanager mostra come stia prevalendo la ricerca di “muovi modelli di business”, a testimonianza di quanto la crisi in corso inciderà significativamente sul mercato, cambiandone i paradigmi di base. Elevata però anche l’adesione ad altre opportunità prospettate agli intervistati, riguardanti soluzioni di contenimento della possibile riduzione della domanda e il rinforzo delle competenze personali, sia “soft” che “hard”, per gestire al meglio la crisi e le problematiche che essa inevitabilmente determinerà. «Il Covid-19 – conclude Cuzzilla –  ci sta costringendo a sperimentare molte soluzioni nuove. La pandemia ha generato il caos. Dal caos possono emergere risposte impensabili fino a poco fa, perché la percezione della società e dei nostri valori è stata sottoposta a un grande shock. Ritengo che sia importante fare tesoro di questa esperienza per intraprendere una svolta in almeno due direzioni: ristabilire un’alleanza tra uomo e macchina, dove la tecnologia è amica dell’evoluzione, e ricostruire il nostro patto con l’ambiente e il territorio, impegnandoci per assicurare un futuro più sostenibile alle generazioni più giovani che sono chiamate alla ricostruzione nel lungo termine. Tecnologia e ambiente per un modello socio-economico più illuminato e più integrato».

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