OBIETTIVO INNOVAZIONE

La digital transformation non è (solo) roba per tecnici

La quarta rivoluzione industriale non si esaurisce acquistando un software o un macchinario, ma deve salire nelle priorità dei leader. Il punto con il presidente di Quid Elio Catania

Marco Scotti
La digital transformation non è (solo) roba per tecnici

Ha una lista d’incarichi “lunga così”. È stato presidente di Ferrovie e di Atm. Ma da qualche anno Elio Catania è soprattutto un ambasciatore dell’innovazione. Per questo ha deciso di evangelizzare le imprese italiane, convincendole che la quarta rivoluzione industriale non si esaurisce comprando un software o un macchinario di ultima generazione, ma richiede competenze e capacità di mettere in pratica i dettami della nuova grammatica tecnologica. Anche perché questo 4.0 «tocca l’anima dell’azienda, rendendo il tema non delegabile ai tecnici. Sono gli amministratori delegati e gli imprenditori che devono farsi portatori del nuovo verbo».

Dal punto di vista della digitalizzazione siamo indietro perché la classe dirigente non ne ha colto il valore strategico

Ingegner Catania, tutto vero, ma i dati non dicono questo. Quasi il 40% delle aziende che stanno affrontando la trasformazione tecnologica affida il cambiamento ai Cto e ai tecnici. E gli amministratori delegati quando entrano in gioco?

Dovrebbero farlo fin da subito. Anche se la matrice è una nuova tecnologia, la digital transformation è un processo che tocca il modo di fare business, di disegnare prodotti, di erogare servizi. A differenza delle precedenti rivoluzioni, non siamo più di fronte a un argomento che si può “delegare”. Devono essere la squadra dirigenziale dell’azienda o l’imprenditore stesso a sapere che cosa fare e come muoversi. Questo è il punto fondamentale.

Già, come?

È necessario che questa trasformazione salga nelle priorità dell’impresa. Serve che ogni settimana il management interroghi se stesso e i dipendenti sullo stato di avanzamento del cambiamento. Urge conoscere a che punto sono arrivati i lavori per introdurre la robotica collaborativa, il digital marketing, la supply chain di moderna concezione e via dicendo. Ed è necessario darsi delle scadenze, ovvero passare da una fase di “chiacchiere” e annunci a una di execution. Se il numero uno batte il tempo, l’azienda pulsa.

Facile a dirsi, meno a farsi: che cosa manca perché questo processo si traduca in una best practice adottata dalla stragrande maggioranza delle imprese?

Siamo davanti a un grande problema di leadership. O, per girare la questione, di fronte a una grande opportunità per cambiare le cose. Siamo indietro come Paese dal punto di vista della digitalizzazione, le classifiche concordano nel posizionarci agli ultimi posti. Ed è giusto così, ce lo meritiamo, perché negli ultimi 15 anni non abbiamo colto come classe dirigente – pubblica e privata – il valore strategico delle nuove tecnologie. Pensavamo bastasse comprare un nuovo computer o avere una banda ancora più larga.

E invece?

Invece eravamo di fronte a qualcosa di molto più rivoluzionario. E gli esempi ce li abbiamo sotto gli occhi, da Uber ad Airbnb arrivando al fintech. Una pletora di nuovi attori che hanno spiazzato e rimpiazzato i vecchi modelli d’impresa. È successo non perché siamo più stupidi degli altri, ma perché abbiamo un tessuto imprenditoriale composto da piccole e piccolissime aziende e una pubblica amministrazione lenta nella sua capacità di trasformarsi. E ci siamo appisolati su questo tema. 

E il Piano Calenda?

È stato fondamentale perché ha riportato al centro della politica industriale di questo Paese i temi del digitale, della formazione, dei competence center e dei digital innovation hub. Abbiamo costretto gli imprenditori ad assumersi le loro responsabilità. Prima c’erano i bandi, ora invece gli incentivi fiscali sono automatici. Solo così è stato possibile cambiare passo. Nel 2017 e nel 2018 sono stati fatti 11 miliardi di investimenti in tecnologie digitali legate al 4.0 a fronte di un miliardo di costi per lo stato. Chi ha scelto di puntare sulla trasformazione ha un fatturato superiore a chi non lo fa del 7-8%, un Ebitda maggiore del 5-6%, esporta di più e occupa di più. Solo che noi siamo sempre a sottolineare i rischi (“perderemo tutti il lavoro”) e mai le opportunità. Eppure abbiamo circa 800mila imprese nel manifatturiero e servizi e solo il 15% di esse ha un livello accettabile di digitalizzazione. L’importante è non fermarsi.

A questo proposito, servirebbero maggiori garanzie da parte del governo che gli incentivi non siano una tantum, ma che proseguano in futuro, magari a tempo indeterminato…

Abbiamo avuto l’impegno da parte dell’esecutivo perché questi sgravi rimangano per i prossimi tre anni. Questo è importante perché chi deve investire lo fa se ha una visibilità di lungo periodo. Non si poteva chiedere una promessa eterna, ma almeno abbiamo un indirizzo programmatico.

Siamo in un momento positivo, a suo giudizio?

Direi proprio di sì. In questa fase l’Italia mostra straordinarie opportunità, in particolare in due segmenti: quello finanziario e quello manifatturiero. Per questo motivo – e qui indosso il “cappello” di senior advisor di Equinox (il fondo di Salvatore Mancuso che investe soprattutto in aziende ad alto contenuto innovativo, ndr) – abbiamo scelto di concentrarci su chi avesse quel dna avanzato che andiamo cercando. 

Il più recente è Quid (di cui lei è anche presidente): di che cosa si tratta?

Stiamo parlando di un’impresa medio-piccola, perché fattura “solo” 34 milioni, ma è una boutique di altissima qualità che lavora nelle aree del fintech e della manifattura. Ha realizzato una piattaforma aperta, di facile integrazione, molto flessibile sia verso l’interno che verso l’esterno. Ci rivolgiamo principalmente alle banche, che capiscono che possono ridurre i tempi di sviluppo ed economicizzare l’integrazione. Nel campo del credito al consumo abbiamo una quota di mercato molto rilevante, tanto da essere leader nello sviluppo di piattaforme per il settore consumer finance. 

Come ha fatto a conquistarvi?

Noi non siamo un fondo come gli altri: certo, abbiamo bisogno di ottenere dei risultati finanziari, come tutti. Ma abbiamo una grande vocazione industriale, non investiamo capitali e poi restiamo a guardare in attesa che succeda qualcosa. Accompagniamo il management e lo supportiamo nel suo processo di sviluppo. Abbiamo una visione industriale e affianchiamo l’impresa, mettendo delle “nostre” persone all’interno del management. Nel caso di Quid si è scelto di insediare me come presidente. E poi apprezziamo molto il modo in cui l’azienda si è sempre concentrata sul cliente e sui valori che condividiamo.

Prospettive future? 

Saremo sempre più pervasivi, anche nelle assicurazioni e nelle altre branche del credito al consumo. Lato Equinox, non abbiamo intenzione di uscire in tempi brevi dal nostro investimento. Il nostro obiettivo è quello di far crescere l’azienda. Naturalmente, poi, valuteremo in futuro eventuali opzioni. Ma non è al momento in agenda una dismissione di questo asset. 

E per quanto riguarda la blockchain?

Ne abbiamo avviato la sperimentazione con il progetto Sea Factory, certificando  l’intero processo di allevamento in ambito ittico. Inoltre, Quid sta proponendo una soluzione denominata Made In, estendendone l’applicabilità alle filiere di produzione nei settori tessile/fashion ed agroalimentare. Ma non vogliamo neanche anticipare troppo i tempi con i clienti.

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